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14. PARTE III
- TESTAPELATA
UN DUELLO CON IL PIRATA TESTAPELATA -
Bene, Felipe, adesso sei sulla Liberté. È la mia nave e spero che ti
ci troverai bene. Non sei obbligato a rimanerci, entro quindici giorni conto
di fare rotta su Port-Royal, per cui, se vuoi, potrai scendere. Per il
momento sei ospite di Testapelata. Ospite di riguardo. Ti devo la vita. -
Mica tanto. Ti avevo catturato io. -
Questo è vero. Ed infatti te la farò pagare. Mi hai catturato mentre ero
disarmato, non in un leale duello. Con
un movimento rapido estrasse la spada che portava al fianco e gliela puntò
contro il petto. -
In guardia, Felipe. Petit-Jean, dagli una spada. Sorrideva,
ma sembrava davvero deciso a sfidarlo. Felipe era disorientato, mentre senza
riflettere prendeva la spada che un pirata gli porgeva.
Vedendolo perplesso, Michel gli sorrise di nuovo. -
Avanti, Felipe. Non intendo mica ammazzarti. E nemmeno ferirti. Santiddio!
Voglio solo vedere come combatti. Secondo me sei un avversario temibile: se
sulla Black Gull ti chiamavano Spadaccino, qualche motivo c’era. Felipe
era davvero bravo, perché gli avevano insegnato l’uso della spada quando
ancora era bambino. Ma sapeva benissimo che Testapelata era più forte. Felipe
si mise in guardia. -
Pronto? -
Pronto. Testapelata
si scagliò contro di lui e cominciò ad incalzarlo, senza dargli tregua.
Felipe si difese con decisione, riuscendo a rintuzzare gli attacchi. Ma non
attaccava, perché non voleva ferire Michel. I
pirati si erano disposti intorno ai due duellanti e non si perdevano un
colpo. Per un po’ rimasero in silenzio, poi incominciarono a rumoreggiare.
Quando Felipe riuscì a parare all’ultimo istante una stoccata, sentì una voce
che gridava, in francese: -
Bravo! Così si fa. Dagli filo da torcere. Altri
si unirono all’uomo, incoraggiando Felipe. Parlavano tutti francese, una
lingua che Felipe conosceva benissimo. Ma con lui Michel aveva sempre usato
lo spagnolo. Michel
corrugò le sopracciglia, come se i commenti dei suoi uomini lo irritassero.
Poi borbottò: -
E dire che sono i miei uomini! Aggiunse,
a voce alta, in francese: -
Farabutti! Da che parte state? Gli
rispose una voce squillante: -
Contro di te, come sempre. Michel
sorrise e scosse la testa, mentre si slanciava in un nuovo attacco, che mise
Felipe in una brutta situazione. Tentando di parare i colpi che gli
grandinavano addosso, Felipe scattò di lato, cercando di tenere Michel
lontano con la punta della spada. Il risultato fu che la lama incontrò la
spalla di Michel.
La spada aveva toccato di striscio, ma Felipe si fermò sbigottito,
osservando le macchie di sangue sulla manica della camicia, e Michel dovette
frenare l’allungo, per evitare di ferire (in modo assai più serio) Felipe. -
Forza, Felipe, è solo un graffio. Te ne farò anch’io uno, prima della fine di
questo duello. È la seconda volta che versi il mio sangue, ma adesso non la
farai franca. Felipe
si rimise in posizione, lanciando ancora un’occhiata alla spalla di Michel.
Era davvero soltanto un graffio, erano uscite poche gocce. Michel lo attaccò,
con uno slancio ancora maggiore e nuovamente Felipe si trovò a difendersi.
Non avrebbe retto a lungo. Doveva reagire. Michel era in grado di parare i
suoi colpi. Si
scosse dalla sua inerzia ed incominciò ad attaccare ogni volta che Michel
glielo permetteva. A tratti era lui ad incalzare Michel, che bloccava i suoi
colpi con sicurezza, ma era talvolta costretto ad arretrare. A volte era
Michel a metterlo alle strette ed a costringerlo sulla difensiva. Felipe
sentiva la fatica del duello, che ormai proseguiva da un bel pezzo, tra le
grida di incoraggiamento degli uomini. La camicia di Michel era zuppa di
sudore ed il viso era bagnato. Felipe si disse che il pirata Testapelata era
davvero bellissimo ed in quel momento Michel lo travolse con un nuovo
attacco. Felipe perse l’equilibrio mentre cercava di schivare il colpo e mise
un ginocchio a terra. Prima che potesse sollevare nuovamente la spada, Michel
gli puntò l’arma sul cuore. -
Bene. Puoi dire le tue preghiere. Come promesso, sto per versare il tuo
sangue. Per
un attimo Felipe temette che davvero Michel lo uccidesse, ma sentì appena una
scalfittura all’altezza del cuore e guardandosi vide due gocce di sangue
scendergli sul torace, scivolando sul sudore. Michel
gli tese la mano: -
Bravo, Felipe. Non mi ero sbagliato. Sei molto bravo. Felipe
prese la mano e Michel lo aiutò ad alzarsi. -
Sarò anche bravo, ma tu mi hai battuto. -
Se non lo facevo, perdevo la faccia. Questi manigoldi non vedono l’ora che
qualcuno mi batta. Con
la testa indicò i suoi uomini, che si stavano allontanando, discutendo del
duello, tutti fingendo di essere molto delusi dal risultato e criticando
spietatamente i colpi di Michel, con battute del tipo: -
Si è lasciato ferire come un novellino. Non ha neanche saputo parare il
colpo. -
L’altro faceva appena finta, eppure l’ha messo in difficoltà. UN INVITO Fu
solo allora che Felipe vide l’elsa della spada di Michel. Era davvero
bellissima: era costituita da un elegante intreccio di linee, segmenti di
acciaio arcuati, che delineavano l’impugnatura, senza coprire del tutto la
mano. -
Che meraviglia: non ho mai visto una spada così. -
Anche a me è piaciuta moltissimo la prima volta che l’ho vista. Ormai sono
anni che la uso. Ci tengo davvero molto e non me ne separerei per nulla al
mondo. L’ho conquistata sfidando a duello il suo proprietario, un ufficiale
spagnolo. -
L’hai ucciso? -
Ucciso?! No, perché mai? Mi sono limitato a batterlo ed a fargli saltare via
la spada. Non ucciderei mai un uomo per togliergli l’arma. Per chi mi prendi?
Felipe
si rese conto di aver detto una scemenza. Quell’uomo di certo non uccideva
per una spada. Cercò di deviare il discorso. -
Gli sarà certo spiaciuto vedersi togliere un simile gioiello. -
Sì, ma si è lasciato consolare, ha trovato un’altra arma che lo ha
soddisfatto. Il
sorriso ironico di Michel non lasciava dubbi sull’arma che aveva soddisfatto
l’ufficiale spagnolo. Felipe sorrise. Questa avventura di Testapelata nessuno
gliel’aveva mai raccontata, anche se sui gusti dei pirati circolavano molte
voci e la sua esperienza personale già la diceva molto lunga.
- Ed a proposito, Felipe, mi piacerebbe molto che tu venissi nella mia
cabina. Non sto parlando di fare due chiacchiere, credo che tu l’abbia
capito. Vorrei rivedere ciò che abbiamo fatto sulla Black Gull, una
settimana fa: mi è sfuggito qualche cosa e mi piacerebbe ripassare insieme.
Ne hai voglia? Felipe
fu sorpreso. Non della proposta, che non aveva nulla di strano, ma del modo
in cui era stata fatta: sulla Black Gull si era abituato a proposte
più dirette. Tanto più che ora era sulla nave di Michel e faceva parte del
bottino di un arrembaggio. In una situazione del genere sulla Black Gull
gli avrebbero ordinato di abbassare i pantaloni, che peraltro non aveva: non
si era ancora rivestito. Sulla Black Gull non gli avrebbero certo
chiesto se ne aveva voglia.
Vedendolo tacere, Michel riprese: -
Se non vuoi, non sei obbligato. Non hai debiti. Tu mi hai salvato la vita, io
te l’ho salvata. Siamo pari. Non sei un prigioniero, per cui se non vuoi... -
Certo che voglio… Le
parole gli erano venute alle labbra senza che riflettesse. Lo voleva? Sì,
senza dubbio. Il suo corpo lo voleva e stava già reagendo al pensiero di
stringere di nuovo la carne di Michel, con un’intensità che lo mise in imbarazzo.
Senza uno straccio addosso, difficile fingere. Michel
rise fragorosamente. -
Sì, vedo che vuoi. Andiamo. NELLA CABINA DEL COMANDANTE: PRIMO APPROCCIO
La
cabina di Testapelata non aveva niente a che vedere con quella di Barbanera.
Più che una cabina, sembrava la stanza di una villa, una bella stanza, non
molto grande, certo, ma confortevole. Un tavolo, due sedie, un armadio, una
cassapanca ed un ampio letto costituivano l’arredamento. Su uno scaffale,
qualche cosa che Felipe non aveva mai visto né sulla nave di Barbanera, né
sulla Black Gull: libri, un buon numero di libri. La finestra era
aperta e l’aria salmastra invadeva la stanza. Non c’era nessun odore
sgradevole.
- Che lusso! Hai una cabina splendida. -
Passo la maggior parte della mia vita su questa nave ed intendo trattarmi
bene. Michel
chiuse la porta. E si fermò a guardare Felipe. -
Ho voglia di vederti mentre facciamo l’amore. Una voglia folle. È stato molto
bello anche farlo al buio. Sentirti con le mani, con il corpo, con la lingua,
con il naso, non vederti. Adesso voglio vederti. Felipe
si sentiva terribilmente confuso. L’unica idea chiara era che desiderava
Michel. -
Spogliami, Felipe. Felipe
guardò Michel, perplesso. Non aveva mai spogliato un uomo, non per fare
l’amore almeno. Ma l’idea lo stuzzicava. Si
avvicinò a Michel e gli mise le mani sulla camicia, per sollevarla e
sfilargliela, ma in quel momento Michel lo prese a tradimento e lo baciò
sulla bocca. Felipe chiuse gli occhi. Gli sembrava che il mondo avesse preso
a vorticare, come se una tempesta stesse scuotendo la nave. Ma c’era appena
una brezza leggera ed il mare era tranquillo. E
poi, di colpo, la lingua di Michel si infilò tra le sue labbra. Felipe aprì
la bocca, non per accogliere la visitatrice inattesa, ma per la meraviglia.
L’intrusa ne approfittò per entrare nella bocca di Felipe come se fosse stata
casa sua: fece un bel giro, sopra e sotto, avvolgendo la lingua che abitava
in quella bocca e che mai in vita sua aveva immaginato di accogliere un
giorno un ospite della stessa specie. Intontito,
sbalordito, senza fiato, Felipe lasciò che la lingua ospite proseguisse la
sua visita e quando infine la sentì allontanarsi, provò una sensazione acuta
di rimpianto. Mandò subito la sua lingua a cercarla. La raggiunse in fretta,
perché la vicina aveva lasciato la porta aperta. Cominciò ad accarezzarla, ad
avvilupparla, poi, incuriosita, la sua lingua si mise ad esplorare
l’abitazione della sorella: scivolò sulla superficie dura dei denti, uscì per
accarezzare le labbra, rientrò, timorosa di rimanere chiusa fuori. Uscì
un'altra volta, perché una nuova sensazione si stava facendo strada in
Felipe: le mani, le mani di Michel. Le mani di Michel sulla sua schiena, le
mani di Michel sulla sua nuca, le mani di Michel tra i suoi capelli, tra i
peli della sua barba, le mani di Michel sul suo culo, due dita di Michel che
scivolavano lungo il solco segreto, le dita che stringevano vigorose le
natiche, strappando a Felipe un gemito (mentre la solita lingua approfittava di
quella bocca aperta per infilarsi e colpire a tradimento, mentre tutta
l’attenzione del proprietario era concentrata altrove). Di
colpo Michel lo lasciò e fece un passo indietro. La porta del paradiso si era
richiusa. Ma il paradiso era vicino, nel sorriso ironico di Michel, mentre
gli diceva: -
Ma insomma, non dovevi spogliarmi? Felipe
annuì, troppo intontito per cogliere l’ironia, per replicare a tono. Troppo
eccitato per ragionare. Le
sue mani afferrarono la camicia di Michel e la sollevarono, mentre Michel
alzava le braccia per facilitare il compito. Ora
la camicia era a terra e Felipe fissava abbagliato il torace di Michel. Gli
sembrava di non aver visto mai nulla di più bello. Aveva già visto Michel
nudo, quando lo avevano spogliato sulla Black Gull. Ma non lo aveva
guardato veramente. Era un corpo ben tornito, perfettamente proporzionato. Il
fisico robusto ed asciutto di un uomo che fa una vita molto attiva, la pelle
scurita dal sole, ma non eccessivamente: Michel aveva la carnagione chiara dei
biondi e la sua pelle era di un colore ambrato che ricordava il miele. Una
peluria leggera, spruzzata intorno ai capezzoli e che al centro del torace
formava una striscia più densa e più chiara che scendeva sul ventre. Felipe
sarebbe rimasto per sempre a guardarlo, ma Michel lo afferrò e si gettò a
terra con lui. Michel
era su di lui ed il calore della pelle di Michel contro la sua era una
sensazione anch’essa nuova, che aveva provato fugacemente nella notte in cui
i loro corpi si erano incontrati per la prima volta. Ora quella pelle che si
sfregava contro la sua incendiava il suo corpo, moltiplicava il suo
desiderio, lo tendeva fino allo spasimo. Michel rotolò sul pavimento della
cabina, fino a trovarsi sotto Felipe e ne spostò il corpo in modo da avere il
petto all’altezza delle labbra.
Fu appena uno sfiorare della lingua, una carezza umida che scivolava
su un capezzolo, ma il vaso traboccò, il desiderio non fu più contenibile e
Felipe sentì che dal suo ventre una fiamma calda saliva, irrefrenabile. Con
un gemito, quasi di dolore, Felipe venne, mentre il suo seme si spandeva sul
torace di Michel. Michel si limitò a stringergli le natiche, fino a fargli
male. Felipe chiuse gli occhi. NELLA CABINA DEL COMANDANTE: PIÙ IN PROFONDITÀ -
Impaziente, eh? La
voce di Michel riscosse Felipe. Felipe si spostò in modo da poter guardare
negli occhi Michel. Quegli occhi azzurri erano un mare, un mare in cui voleva
perdersi. -
Grazie, Michel. Non
era in grado di dire altro, non riusciva ad esprimersi. Ma
Michel non sembrava avere bisogno di parole. Nuovamente ruotò, stendendo
Felipe sul pavimento e gli si mise sopra, ma senza stendersi su di lui: aveva
le gambe su quelle di Felipe, ma si teneva sollevato, con le braccia tese. Felipe
guardò le goccioline chiare tra i peli vicino ai capezzoli e lo schizzo più
grande sopra l’ombelico. Istintivamente, senza capire, allungò una mano per
toccarlo. -
Eh no, questo ormai è mio. Michel passò un dito sull’ampia chiazza umida e se lo mise in bocca, leccandolo avidamente. Felipe rimase allibito. Come si poteva desiderare di inghiottire lo sperma di un uomo? Eppure, una voce interna gli diceva che quando l’aveva fatto con Barbanera, quello che provava non era disgusto, se non all’inizio. Poi la sensazione di quella sostanza calda in bocca non gli era più parsa fastidiosa, anzi... Michel
si ripulì con cura, poi abbassò la testa e cominciò a passargli la lingua
intorno ad un capezzolo. Felipe sussultò. Era di nuovo una sensazione
fortissima. La lingua si muoveva esperta, solleticando, avvolgendo, premendo,
dando piccoli colpi. Poi la bocca si abbassò ed i denti strinsero. Un morso
delicato, ma Felipe sobbalzò. Michel
alzò il capo, lo guardò negli occhi e gli sorrise, poi riprese con l’altro capezzolo.
Dopo che la lingua ebbe terminato il suo lavoro, fu di nuovo il turno dei
denti: al primo morso, atteso, desiderato, ne seguirono altri, più forti, che
fecero trasalire Felipe. Quando Michel ebbe finito e lo fissò, Felipe si rese
conto che era nuovamente eccitato. -
Non hai neanche finito di spogliarmi, pigrone! Felipe
sorrise, ma la sensazione che aveva dentro era oscura. Sì, voleva spogliare
Michel, voleva vederlo nudo. Voleva vedere… Che cosa? Che cosa voleva vedere?
Perché? La
sua mente ricacciò indietro i dubbi e la mano di Michel che gli accarezzava
il petto cancellò ogni altro pensiero. Con un guizzo rovesciò Michel e si
mise in ginocchio. Gli sfilò gli stivali e poi gli tolse i pantaloni. E
rimase senza parole. Il
suo sguardo si era bloccato sul sesso di Michel. Lo guardava come un
uccellino fissa il serpente che lo incanta, senza riuscire a distogliere gli
occhi nemmeno per un secondo. Gli sembrava che quella lama, sguainata sulla
peluria di un biondo scuro del ventre, fosse perfetta, con quella punta rosso
fiamma che emergeva dalla pelle più scura. E perfette erano le due sfere. Michel
lo prese di sorpresa, afferrandolo e baciandolo nuovamente. Ora Felipe
avvertiva il contatto tra i loro due corpi, dalle bocche ai sessi ugualmente
tesi. Michel
mollò la sua bocca e gli morse una spalla, sgusciò sotto di lui e gli morse
un capezzolo. Felipe rimase un attimo disorientato, poi a sua volta cercò di
mordere Michel, che si sottraeva ridendo. Due volte Michel gli sfuggì, ma la
terza Felipe lo bloccò e gli morse il braccio. Poi lo baciò, lo abbracciò
stretto e lo mollò per guardarlo. Si disse che non aveva mai visto un uomo
così bello. Era
bellissimo baciarsi, abbracciarsi, mordersi, stringersi, guardarsi. Ed il suo
desiderio saliva, saliva. Michel
gli morse una natica, a fondo, facendolo gemere di dolore. Felipe cercò di
bloccarlo, ma Michel, si divincolò, girandosi. Felipe si gettò sulla sua
schiena, premendo con il proprio peso per impedirgli di sgusciare via. E
d’improvviso vide il culo di Michel. Questa
volta la scossa fu ancora più forte, una scarica che lo attraversò e lo
lasciò senza parole. Quel
culo era la cosa più bella che avesse mai visto. Quella carne scurita dal sole,
coperta da quella peluria bionda, leggera, morbidissima. Quel solco perfetto
tra le due rotondità. Non
capì più nulla, non si chiese più nulla. Si distese su Michel, entrò con
tutta l’urgenza di un desiderio troppo impetuoso per permettergli di ragionare. -
Cristo, Felipe! La
voce di Michel lo ricondusse alla realtà, il tono di rimprovero raggelò
l’entusiasmo di Felipe. Michel rincarò la dose. -
Ma che ti prende? Non sono un pollo da infilare allo spiedo, anche se hai uno
spiedo di tutto rispetto. Un po’ di leggerezza. Felipe
ritirò la sua arma, vergognandosi come un ladro. Aveva infilzato Michel come
Barbanera aveva fatto con lui, fregandosene di quello che Michel poteva
provare o desiderare. Michel
si era voltato e, guardandolo in faccia, esplose in una risata. -
Felipe, non essere così mogio. Non è successo niente. Sei stato troppo
brusco, ma non è colpa tua. Direi che non devi avere avuto un buon maestro in
queste cose. Non mi stupisce: sulla Black Gull non possono averti
insegnato niente che valesse la pena. LEZIONI PER PRINCIPIANTI
-
Prima di attaccare, bisogna preparare il terreno. Michel
si voltò nuovamente sulla pancia. -
Ora potresti mordermi un po’ il culo. Felipe
avrebbe voluto ridere, ma la vista di quelle due natiche che gli si offrivano
gli toglieva ogni voglia di ridere. Avvicinò la bocca a quella carne soda e,
cercando di trattenersi, morse. Delicatamente. Due, tre, quattro volte. Poi
morse con più forza. -
Così va bene, spostati un po’, ogni volta. È meglio se non sai dove arriva il
morso. E mordi ora piano, ora forte, più forte di così. All’osservazione
di Michel, Felipe piantò un morso deciso, che strappò a Michel un: - Orgh! -
Così va bene, ma cambia anche la forza dei morsi. Devi esplorare tutto il
terreno, ma l’avversario non deve mai sapere dove colpirai e con quanta
forza. Puoi colpire più volte piano e poi forte e magari forte di nuovo. Felipe
eseguì. Ma quei morsi che infliggeva, quei segni rossi dei denti che
rimanevano nella carne, per poi svanire lentamente, aumentavano il suo
desiderio. E nuovamente il desiderio divenne troppo forte. -
Non ce la faccio più, Michel. Non posso aspettare ancora. -
Va bene. Allora inumidisci il buco. Passaci la lingua o due dita con un po’
di saliva. L’idea
di passare la lingua fece inorridire Felipe. Si mise due dita in bocca, le
inumidì e le passò tra le natiche. -
Premi un po’ di più sul buco, devi inumidire anche lì. Felipe
eseguì, mentre una gocciolina usciva dalla punta del suo spiedo. -
Ed ora bagnati anche il cazzo, in modo che entri scivolando. Divarica un po’
il culo. E poi accomodati. Felipe
eseguì, cercando di sfiorare appena la cappella incandescente: se si fosse
toccato con più energia, sarebbe certamente venuto. E non voleva venire così.
Voleva entrare dentro Michel, possedere Michel. Voleva infilzarlo. Allargò
le natiche e, mentre un senso di vertigine lo afferrava, avvicinò la punta
dello spiedo all’apertura. Spinse con delicatezza, poi con maggiore
decisione. Sentì l’arma penetrare, mentre la carne lo avvolgeva. -
Così va bene. Vai pure deciso ora. Felipe
diede una spinta e gemette per il piacere. Avrebbe voluto godere più a lungo
di quel contatto, ma non era più in grado di controllarsi. Spinse una seconda
volta e tutto il suo corpo venne attraversato da un’ondata di voluttà. Allora
incominciò a incalzare con più forza, con tutte le sue forze, mentre il
piacere lo sommergeva ed il seme nuovamente usciva da lui, per affondare
nelle viscere di Michel. Stava venendo, venendo in culo a Michel. Il piacere
lo portò in alto, sempre più in alto, nel cielo, per poi lasciarlo lentamente
ricadere, completamente svuotato, su quel corpo magnifico. Anche
per Michel la sensazione doveva essere stata forte, perché rimase anche lui
in silenzio per un buon momento. Poi si rivolse a Felipe: -
Bravo Felipe. Hai un buon talento. Va solo affinato, ma sono sicuro che con
un po’ di esercizio… -
Sì, voglio fare esercizio. L’esercizio è necessario. Facciamo ancora
esercizio? Michel
rise. -
È bello avere un allievo che ha voglia di imparare. Va bene, facciamo
esercizio. Rimani dentro, ma mettiamoci su un fianco. Ruotarono,
rimanendo uniti, in modo da mettersi sul fianco sinistro. -
Ed ora accarezzami. Felipe
prese le parole di Michel per un invito a fargli una sega e si mise
all’opera, con molto slancio, ma venne immediatamente redarguito: -
Ma no, accidenti a te, Felipe. Hai fretta? Hai un appuntamento? Vuoi uscire? Felipe
si bloccò, vergognandosi, mentre Michel rideva di nuovo. -
Non devo maltrattarti, scusami. È che vai sempre di corsa. La fretta è una
pessima consigliera. Accarezzami, accarezzami dappertutto. Stringimi un po’ i
capezzoli, pizzicami il culo, mordimi la spalla o quello che hai a portata di
bocca. C’è tempo per arrivare al dunque. Felipe
si mise al lavoro. Era sempre stato un ottimo allievo, il suo precettore era
molto contento di lui. Ora voleva che anche il suo nuovo insegnante fosse
contento ed era sicuro che ciò che stava imparando gli avrebbe dato più
soddisfazione del latino. Cominciò
ad accarezzare il corpo di Michel, passandogli la destra sul torace, sul
ventre, sulle braccia. Ed il contatto con quella pelle accendeva in lui un
nuovo desiderio. Era bellissimo far scorrere le dita, leggermente, oppure
premere con il palmo, e sentire la pelle calda, la carne forte. Quando, molto
lentamente, la sua carezza giunse a fianco dell’asta tesa di Michel, si rese
conto che anche la sua era ritornata in posizione di tiro, dentro quella
caverna calda che da tempo l’accoglieva. Pensò che avrebbe voluto rimanere
per sempre così ed in culo a tutto il resto (espressione metaforica: in senso
letterale era esattamente il contrario). Scese
delicatamente ai coglioni di Michel, li afferrò, li strinse un po’, con
cautela. Era bello sentirli nella mano, grandi, compatti e forti. -
Sotto. Felipe, subito sotto. Felipe
non capì immediatamente, poi realizzò. La sua mano scese dietro la sacca dei
coglioni e stuzzicò la pelle tra le gambe. Michel ebbe un sobbalzo e Felipe
ripeté l’operazione, provocando un nuovo guizzo. Allora
Felipe sentì il corpo di Michel tendersi. La destra di Michel gli afferrò la
sua e la portò sul suo sesso, che già pulsava. Felipe lo afferrò saldamente e
lo sentì percorso da una serie di scosse, mentre il seme sgorgava abbondante. La
sensazione gli mozzò il fiato. Continuò ad accarezzare il sesso di Michel, ma
non appena questi ebbe finito, lo voltò sulla pancia e cominciò a spingere.
Quasi immediatamente sentì che stava per venire. Afferrò con le mani le
natiche di Michel, stringendolo con tutte le sue forze, e lasciò che le
spinte lo portassero in alto, sempre più in alto, dentro il corpo di Michel
in cui riversava il suo seme. Era
la terza volta che veniva, ma non era sazio. Voleva stringere ancora quel
corpo meraviglioso, voleva abbracciarlo, baciarlo, sì, baciarlo. VARIAZIONI SUL TEMA Con
un certo rammarico Felipe uscì dal corpo di Michel e si mise in ginocchio.
Poi cominciò a baciare Michel, a baciare quel bellissimo culo che lo aveva accolto.
Baciava, poi, ricordandosi della lezione di Michel, piantava un morso
traditore, che faceva sobbalzare il pirata. Poi baciava di nuovo ed
alternando baci e morsi proseguiva, arrestandosi poi per accarezzare il culo
e tutto il corpo. Era bello accarezzare, era bello anche pizzicare, facendo
sussultare Michel. Baci, carezze, morsi, pizzicotti. E mentre baciava pensò
che poteva anche leccare e provò a percorrere con la lingua il collo di
Michel. Il brivido di Michel gli si trasmise e passò nuovamente la lingua sul
collo, poi toccò all’orecchio, che morse. Voltò
Michel, mettendolo a pancia in aria e lo baciò sulla bocca, nella bocca,
passò la lingua sui suoi occhi, gli morse un capezzolo, poi l’altro, li leccò
e… sentì le mani di Michel che gli pizzicavano il culo. -
Brutto porco! Non si fanno queste cose! Ma
Michel lo aveva buttato a terra, era su di lui, stava percorrendo con la
lingua la sua faccia, una carezza umida, stava stuzzicandogli i capezzoli, li
stava mordendo, strappandogli gemiti, scendeva sul ventre, mentre le mani
scivolavano sui fianchi, passavano sotto, martoriavano nuovamente il culo. La
bocca di Michel mordicchiava il cazzo, che già risollevava la testa, la
lingua di Michel scorreva lungo i coglioni, li avviluppava, le mani di Michel
gli torturavano i capezzoli, i denti di Michel gli stringevano il cazzo, la
bocca di Michel, le labbra di Michel, i denti di Michel, le mani di Michel,
Michel, Michel… Con
uno strattone Felipe si liberò di Michel e si alzò. Non sapeva che cosa
voleva, era stato un movimento istintivo. Michel si alzò e gli si mise
davanti, sorridendo. Felipe gli fu addosso e lo spinse contro la parete,
baciandolo, infilandogli la lingua in bocca. Poi lo voltò, si inumidì due
dita e le passò nel solco tra le natiche, fino a trovare l’apertura già
dilatata dal precedente ingresso ed ampiamente lubrificata. Michel allargò le
gambe. Si
abbassò un po’, per mettere la sua arma in posizione, L’accostò e spinse.
Quando fu del tutto dentro, quando sentì che i suoi coglioni battevano contro
il culo di Michel, appoggiò il suo corpo su quello di Michel. Poi,
travolto da un crescendo di sensazioni, cominciò a spingere, estraendo ogni
volta l’arma per poi infilzare Michel più forte, sempre più forte. Sentì che
la coscienza svaniva in un delirio di piacere e si abbandonò completamente
sul corpo di Michel, aggrappandosi con le mani alle sue spalle per non
precipitare nel gorgo che si apriva sotto di lui. Restò
così, boccheggiante ed esausto. Si sentiva del tutto svuotato, ora, ma il contatto
con quel corpo caldo era bellissimo. Voleva rimanere così. Michel
non si mosse. Quando infine Felipe ebbe recuperato la piena coscienza,
arretrò, estraendo la sua arma. Michel si voltò e, con un movimento
simultaneo, i due si baciarono. Felipe si rese conto che, per quanto esausto,
quella bocca gli trasmetteva ancora i brividi. Felipe
si sedette a terra, incapace di reggersi ancora. Michel si sedette davanti a
lui, un sorriso sulle labbra. Felipe lo guardò e pensò che non aveva mai
visto un uomo così bello. Poi rise. -
Sai una cosa, Michel? I miei compagni avevano ragione. Sei un porco e dato
che ti ho fottuto tre volte, sei proprio un porco fottutissimo. -
Non ancora. Per il momento sono solo un porco fottuto. Per arrivare al
fottutissimo dovrai metterti d’impegno nei prossimi giorni. Oggi no, perché
il culo ormai mi fa male. Felipe
rise nuovamente. Da quanto tempo non rideva? Non aveva avuto molte occasioni
di ridere sulla Black Gull o con Barbanera. - Farò del mio meglio. -
Però adesso potremmo cambiare le parti, che ne dici? Felipe
si contrasse. Michel capì immediatamente. -
Se non ti va, nessun problema. Felipe
si sentì a disagio. -
No, io… -
Davvero, Felipe, ognuno fa quello che ha voglia di fare, se l’altro è
d’accordo. Felipe
annuì. Poi deviò il discorso, cercando di riparare: -
Ma non è giusto, io sono venuto quattro volte e tu solo una… -
Due. Michel
indicò con la testa la parete su cui era appoggiato poco prima. L’ampia chiazza
umida non lasciava dubbi. Felipe si sentì orgoglioso all’idea di aver fatto
godere Michel e felice che Michel avesse goduto insieme a lui. Michel
riprese: -
Non è mica uno scambio commerciale. Va bene così. A me è andata bene così.
Benissimo. Mi piaci da impazzire, Felipe. Felipe
chinò la testa, vergognandosi. -
Non mi prendere in giro, Michel, so che non sono bello. Non
sapeva perché aveva detto quella frase. Probabilmente perché desiderava che
Michel lo smentisse. E fu ciò che avvenne. -
A me piaci moltissimo, Felipe. Felipe
alzò la testa e lo guardò negli occhi. -
Sei l’uomo più bello che abbia mai visto, Michel. Michel
rise. -
Con questa cicatrice? Felipe
annuì. Poi, sentendosi in imbarazzo, cambiò argomento: -
Come te la sei fatta, Michel? -
È un regalo del Toro. Abbiamo avuto da dire, una volta, ed ognuno ha lasciato
all’altro un ricordino. -
Raccontamelo. -
Ho spesso avuto a che fare con molti pirati della Black Gull, prima
che passassero al comando del Gallego e del Sanguinario. Non erano tutti quei
fottuti bastardi assetati di sangue che diventarono poi. Ma promettevano già
bene, devo dire. Ho viaggiato con alcuni di loro perché erano amici di Pedro. Un’ombra
passò sul volto di Michel, poi Felipe lo vide scuotere la testa ed il discorso
riprese: -
Una volta nacque una feroce discussione tra me ed il Toro. Avevamo catturato
una nave e ci eravamo spartiti il bottino. Il Toro voleva prendersi un
ragazzino, che non aveva più di sedici anni. Io non ho mai potuto sopportare
la violenza. Mi misi di mezzo e litigammo. Si stabilì che avremmo deciso la
questione con la spada. A sera scendemmo a terra: credo che tu sappia che
ogni questione personale va risolta a terra. Ci stavamo preparando a
combattere, ma il duello non era ancora cominciato. Quel figlio di puttana
del Sanguinario, che già si stava facendo strada, diede il segnale d’inizio
mentre mi sfilavo la camicia. Il Toro avanzò e mi calò la spada sulla testa.
Per mia fortuna riuscii a schivare in parte il colpo, non mi prese in pieno,
se no non sarei qui a raccontartelo. Ma poco mancò che ci rimanessi: il
sangue mi accecava. Non vedevo più niente. Allora mi gettai a terra, afferrai
la mia spada e gli vibrai un colpo da sotto. Non avevo né il tempo né la
possibilità di mirare, ma lo presi bene: gli infilai la spada tra le gambe e
nel colpo gli tagliai anche uno dei suoi famosi coglioni. Cadde a terra
urlando. Se la cavò, ma da allora rimase con un solo coglione. La sua
celebrata potenza non diminuì. Ed io rimasi sfregiato. -
Questa cicatrice ti rende ancora più bello. Era
vero. Il viso di Michel aveva tratti molto regolari, troppo, la cicatrice
costituiva un elemento di bellezza. Michel
sorrise, si protese in avanti e, prendendo con delicatezza la testa di
Felipe, lo baciò sulla bocca. -
Bene, ora rivestiamoci ed andiamo a vedere come vanno le cose. |