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23.  

UN ALTRO ADDIO

 

      Rimasero a lungo abbracciati. Felipe era esausto, come un naufrago. Sapeva che in quel momento era in balia di Michel: non era in grado di opporglisi, stando così, stretto tra le sue braccia. Ed aveva paura.

      Ma Michel era troppo generoso per approfittare della debolezza del suo avversario. Lo baciò sul collo, poi si alzò e si rivestì. Felipe lo imitò.

Temeva che Michel ripetesse la sua proposta, ma ora che i loro corpi si erano separati, si sentiva in grado di resistere. Poi capì che Michel non l’avrebbe più ripetuta: era troppo sensibile per non capire che l’avrebbe fatto soffrire ancora di più.

      Quando Michel parlò, era evidente la fatica che gli costavano le parole.

      - Felipe, ci lasciamo qui. Se mai avrai bisogno di qualche cosa, rivolgiti ad Eufrasio Trujillo, l’orefice vicino al Castillo de la Fuerza. Di lui puoi fidarti come di me stesso. Puoi chiedergli denaro, uomini, se ti troverai in pericolo, tutto quello che vuoi. Puoi chiedergli di mettersi in contatto con me. Lui sa dove io andrò.

      Il “ci lasciamo qui” di Michel era stato un macigno, che era caduto dalla cima di un monte ed aveva polverizzato Felipe. Non trovò parole per rispondere.

      - E se un giorno cambierai idea... Trujillo ti fornirà il denaro per il viaggio e tutto quello che ti può servire. Ti aspetterò, Felipe.

      Michel chinò la testa. Felipe capì che aveva cercato di non dirlo, ma non ce l’aveva fatta. Michel rialzò la testa e lo fissò negli occhi. E Felipe pensò che non esistevano al mondo due occhi come quelli.

      - Felipe, dimmi che un giorno potresti venire.

      La disperazione che lesse nello sguardo di Michel gli restituì il dono della parola.

      - Michel, non desidero nulla di più al mondo. Se potrò, verrò da te.

      Michel sorrise, un sorriso triste, ma sincero.

      - Allora ti aspetto. Non importa quando è. So aspettare.

      Felipe si rese conto di soffrire di nuovo, per sé e per Michel, e non riusciva a tollerare quella sofferenza. Ma avrebbe dovuto imparare a conviverci.

      - Mi spiace, Michel. Vorrei dirti che lascio tutto e vengo via con te. È quello che vorrei fare. Ma non posso. Sono fatto così.

      - Probabilmente non ti amerei, se non fossi fatto così. Addio.

      Felipe avrebbe voluto baciarlo, ma Michel era già fuori dalla porta.

      Felipe si sedette sul letto. Aveva voglia di piangere. Sapeva che con quell’idea dei figli e della promessa aveva fatto un’immensa cazzata, rendendo infelici se stesso, Michel e Ines, cioè tutti quelli di cui gli importava al mondo: l’unico che non aveva reso infelice era Pedro.

      Su questo punto i lettori, meglio informati di Felipe, hanno probabilmente un’idea diversa.

      Felipe tornò a casa, dove Ines era già stata informata da Pedro della sua liberazione. Non sembrava un uomo che due giorni prima dell’esecuzione viene liberato e può riprendere senza nessun rischio la sua vita di prima: sembrava piuttosto uno che è appena stato condannato all’ergastolo.

 

      Qualche sera dopo, alla taverna, Felipe sentì dire che l’uomo che per lui rimaneva Virgen María era stato trovato impiccato. Non era stato un suicidio: la vittima aveva le mani legate dietro la schiena. Le indagini non portarono a nulla.

      Nella taverna, qualcuno pensava che fosse stato Felipe, direttamente o mandando un sicario. Felipe negava, ma sapeva che non era del tutto estraneo a quella morte. Pur non avendo nessun elemento per dirlo, Felipe sapeva con assoluta certezza che era stato Michel a giustiziare un uomo che aveva tradito, dandogli la morte che aveva meritato.

 

SOPRAVVIVERE

      Felipe trascorse i mesi che seguirono, fino al parto di Ines, in uno stato di torpore. Si lasciava vivere, svolgendo la sua parte di cameriere, marito della padrona e futuro padre, come meglio poteva, ma senza realmente partecipare. Aveva la testa altrove, certo, ma non era solo quello: si sentiva come un giocattolo a cui si fosse rotta la molla. Felipe viveva giorno per giorno, cercando di dare un senso alla sua vita attraverso le mille piccole incombenze quotidiane. Ma nulla di ciò che faceva aveva realmente senso. Ed a tratti veniva a galla una disperazione totale, che lo sommergeva.

      Cominciò a bere. Ed a bere troppo. Lo sapeva. Se lo diceva ogni sera. Ma solo qualche bicchiere gli dava la forza di reggere. Sapeva che, se avesse continuato così, sarebbe presto diventato un ubriacone.

      In certi momenti, soprattutto quando non c’era molta gente, sentiva il bisogno violento di uscire dalla taverna, di andarsene in giro: non riusciva a rimanere inattivo.

      Allora avvisava Ines ed usciva, camminando freneticamente, senza nemmeno sapere dove andava. Spesso finiva ai margini della città, tra vicoli ed orti dove non passava quasi mai nessuno.

      Un giorno, passando per una stradina deserta, vide un uomo che pisciava nel suo campicello. Dal punto in cui era, poteva vederlo benissimo. Si fermò a guardarlo. Si disse che erano due mesi che non vedeva un cazzo. L’uomo aveva un bel cazzo.

      Il tipo si accorse che Felipe lo stava fissando, lo guardò e sorrise. Mancavano diversi denti in quella bocca.

      Felipe non si mosse, continuando a guardare l’uomo. Questi aveva finito di pisciare, ma, vedendo Felipe che lo fissava, non ritirò il cazzo nei pantaloni.

      Fece invece cenno a Felipe, che spinse il cancello ed entrò nel campo. L’uomo lo guidò in una capanna, con un’unica stanza minuscola, usata come ripostiglio per gli attrezzi.

      Gli prese una mano e l’avvicinò al suo cazzo. Felipe cominciò a fargli una sega. Quando l’ebbe duro, voltò Felipe e lo fece appoggiare su una cassa, al suolo. Gli calò i pantaloni e l’infilzò senza fare complimenti.  

      Felipe pensò a Michel, si disse che Michel lo stava stringendo, che Michel era dentro di lui, che Michel lo stava inculando. Vennero insieme.

      Questi non aveva detto una parola, ma quando Felipe si rivestì, gli disse:

      - Quando hai voglia di prendertelo in culo, vieni da me. Hai un bel culo. Lo fotto sempre volentieri, uno come te.

      Felipe annuì, troppo stanco e disgustato di sé e del mondo per parlare.

      Non tornò mai da quell’uomo, ma altre due volte si fece inculare da sconosciuti, uno dei quali lo colpì e gli prese anche quei pochi soldi che aveva con sé, senza che Felipe reagisse in nessun modo.

      Pedro cercava di stargli al fianco, di scuoterlo dall’apatia in cui sprofondava. Senza la sua presenza, forse Felipe sarebbe davvero diventato un ubriacone. Così rimase solo un automa triste, rassegnato a vivere senza gioia.

     

UN PICCOLO LLERA, ANZI DUE

 

      La fine della gravidanza di Ines si avvicinava ed Ines era ben contenta: il suo pancione era cresciuto a dismisura e muoversi in quelle condizioni era sempre più penoso. E poi la fine della gravidanza avrebbe portato alla fine di quella situazione assurda in cui loro tre si erano cacciati.

      Felipe, che come uomo non era molto attento a questi dettagli, non si stupiva delle dimensioni della pancia di sua moglie. Perciò quando la cameriera disse che probabilmente erano due gemelli, cadde dalle nuvole. Ines no, naturalmente: lo aveva già pensato, tanto più che sua madre aveva una sorella gemella.

      Ines ebbe un parto non facile, perché in effetti lei e Felipe avevano fatto le cose in grande: gli eredi dei Llera erano proprio due, un maschio ed una femmina. Il nome della femmina fu scelto da Ines, che la chiamò Isabel. Quello del maschio fu scelto da Felipe, che lo chiamò Miguel. Fu il primo nome che gli venne in mente e si rifiutò di cercarne un altro, perché era perfetto. Era il nome del principe degli angeli, no?

      La nascita dei due bambini fu per Felipe uno scossone salutare. Vedere quei due piccoli esseri lo fece uscire dall’apatia in cui era sprofondato, anche se certamente non gli rese l’allegria.

      Per amore dei due bambini smise completamente di bere: i due piccoli Llera non avrebbero avuto un padre ubriacone.

      Ricominciò a fare progetti. Avrebbe ripreso ad avere rapporti con Ines, avrebbero avuto altri figli. Ed avrebbe cercato di essere un buon padre per tutti loro. La sua vita sarebbe stata quella di un locandiere onesto, impegnato nell’educazione dei figli e nell’assicurare loro un futuro dignitoso. Un giorno a Miguel avrebbe raccontato la vera storia della sua famiglia e forse Miguel avrebbe potuto riottenere il suo titolo. Felipe si disse anche che non avrebbe mai più avuto rapporti con uomini. E soprattutto si sarebbe tolto dalla testa Michel, eccetera, eccetera, eccetera.

      Anche altri però stavano facendo progetti. E, come al solito, sapevano farli meglio di Felipe (non che ci volesse molto…).

      Bisogna però dire che nei confronti dei due gemelli, nei loro primi tre mesi di vita, Felipe fu davvero un padre modello, molto attento e sempre disponibile: voleva bene ad entrambi nello stesso modo ed era ben felice di stringerli tra le braccia, di cullarli, di parlare loro. In seguito… vediamo subito che cosa successe.

 

UNA SEPARAZIONE NON INDOLORE

 

      Erano passati tre mesi dalla nascita dei due bambini ed Ines si era perfettamente ristabilita. In compenso loro due non avevano ripreso i rapporti, come Felipe si era ripromesso, ma, chissà come mai, a Felipe sembrava sempre che non fosse ancora ora o che quella sera Ines non fosse ben disposta o si sentiva stanco o … Insomma, un motivo c’era sempre. 

      Di Ines, Felipe aveva sempre apprezzato la schiettezza ed anche quella sera Ines fu molto sincera e diretta: non era abituata a menare il can per l’aia (attività in cui Felipe davvero eccelleva, almeno nel suo matrimonio).

      - Questo matrimonio è stato un errore, per tutti e due. A te non piacciono le donne e mi hai sposata solo per avere un figlio. Io credevo che non mi sarei più innamorata e che avremmo potuto intenderci benissimo, ma ho sbagliato su tutti e due i fronti.

      Felipe ammirò la lucidità con cui Ines aveva chiarito la situazione.

      - Felipe, intendo andarmene. Con Pedro.

      Felipe rimase stupefatto. Che Ines volesse andarsene, lo capiva benissimo, ma con Pedro! Non l’aveva mai sospettato. Pedro era amico suo. Certo, era molto assiduo. Amava le donne, certo. Era molto attento nei confronti di Ines. Negli ultimi tempi li aveva visti spesso parlare insieme. Una volta o due la conversazione si era interrotta quando lui si era avvicinato… Felipe, poiché non era idiota, si rese conto di essere stato un perfetto idiota a non accorgersene prima. Il fatto che Pedro fosse stato sleale nei suoi confronti lo stupì e lo amareggiò, ma Ines proseguì il discorso, fugando i dubbi di Felipe:

      - Pedro voleva parlartene da tempo, ma gli ho chiesto di aspettare. Preferivo discutere io con te, prima.

      Felipe annuì. Stava lentamente prendendo atto di ciò che avveniva e delle sue conseguenze. L’idea che quel matrimonio si sciogliesse era un sollievo. In un lampo pensò che avrebbe potuto ritrovare Michel e dentro di lui si riaccese una fiamma che credeva spenta per sempre. Ma al pensiero di Michel, una domanda gli salì alle labbra:

      - E i bambini?

      Felipe non intendeva rinunciare ai bambini, ma sapeva benissimo che neppure Ines sarebbe stata disposta a lasciarli.

      Ines sospirò.

      - Non è facile per nessuno dei due.

      Felipe annuì.

      - Ines, io…

      Non sapeva come continuare. Fu Ines a riprendere il discorso.

      - La cosa migliore è questa: Isabel verrà con me e Miguel con te, così avrai il figlio che ti sentivi obbligato ad avere.

      Felipe tremò, perché non gli sembrava possibile riuscire ad avere capra e cavoli (per inciso: è vero che i bambini notoriamente nascono sotto i cavoli, ma Testapelata non sarebbe stato contento di sentirsi dare della capra da Felipe; tutto sommato però avrebbe accettato, pur di avere Felipe con sé, sotto di sé, dentro di sé, ecc.).

      Il pensiero di lasciare la piccola Isabel lo faceva soffrire, ma il dolore di quella separazione veniva smorzato dalla prospettiva di tenere con sé Miguel e di ritrovare Michel. Non pensava che Ines avrebbe accettato di separarsi da Miguel.

      In realtà non lo aveva pensato neanche Ines, ma si era resa conto che quella soluzione era l’unica che tenesse conto delle esigenze di entrambi. Ed anche di quelle di Pedro, come Ines aveva capito nelle settimane precedenti, mentre maturavano la decisione: Pedro avrebbe accettato di dare il suo nome ad un figlio che non era suo, ma lo avrebbe fatto malvolentieri. 

         - Grazie, Ines. Mi spiace, so di non essere stato un buon marito.

      - Anche a me spiace, Felipe. Tu saresti stato davvero un buon marito, ma…

      Rimasero un momento in silenzio. Avevano parlato molto francamente, ma ora si sentivano entrambi in imbarazzo.

      - Ines, sono io che me ne devo andare. La taverna è tua e sono io che sono fuori posto, qui. Me ne andrò in ogni caso.

      Ines scosse la testa.

      - Non posso rimanere qui. Tutti sanno che sono tua moglie e non la moglie di Pedro. Ed io voglio una vita normale per me e per i miei figli. Pedro mi ha raccontato molte cose. Non sarà difficile stabilirsi altrove ed io risulterò essere sua moglie, i nostri figli non avranno motivo di vergognarsi.

      Ines fece una pausa, poi riprese:

      - Da tempo i Montalvo volevano comprare la locanda. Ne abbiamo parlato. Domani firmeremo il contratto. Da domani sei libero. Devi però procurarti una balia per Miguel.

      Felipe era frastornato, ma, man mano che si rendeva conto della situazione, sempre più felice. E sempre più conscio di non essere stato proprio un marito modello. Guardò Ines e le disse ancora, un po’ mortificato:

      - Scusami.

 

PARTENZA

      Il mattino dopo, molto presto, Felipe si alzò. La vendita era prevista per mezzogiorno e per quell’ora doveva essere di ritorno, perché era necessaria anche la sua firma. Ma per quell’ora, Felipe voleva aver già sistemato tutto. Doveva fare in fretta, perché voleva partire il più presto possibile. Voleva raggiungere Michel. Michel. Michel!

      Sulla porta lo aspettava Pedro. Felipe colse la tensione sul suo viso. Anche lui era a disagio ed anche per lui non era stato facile. D’impulso lo abbracciò, stretto. Pedro rimase un attimo interdetto, poi ricambiò quell’abbraccio.

      - Perdonami, Felipe. Mi sono sentito un verme, nasconderti la verità mi è pesato moltissimo. 

      - Non ti preoccupare, Pedro. È stata la cosa migliore, ha risolto questa situazione assurda in cui mi ero cacciato. Mi spiace solo che non ci rivedremo più!

      Dopo la solita previsione felipesca, parlarono ancora un buon momento, poi Pedro salì da Ines per aiutarla a preparare tutto e Felipe andò a caccia di una balia.

      Il mercato degli schiavi offriva di tutto, in quei tempi in cui i negrieri viaggiavano indisturbati (a parte quando incrociavano Testapelata, ma questa è un’altra faccenda).

      Uno dei mercanti aveva pochi denti in bocca, ma una balia in vendita. La fece vedere a Felipe: era una donna giovane, forte, che appariva perfettamente sana e pulita. Aveva in braccio un bambino che doveva avere pochi mesi in più di Miguel.

      - Lei è fortunato: le balie sono rare e perciò costose. Questa negra è un’ottima balia, con molto latte. Le balie costano care, anche perché perdiamo il bambino. Dobbiamo ammazzarlo: senza il latte materno muore.

      Felipe rabbrividì all’idea che un bambino sarebbe morto perché Miguel fosse nutrito: non se ne parlava neanche! La donna, che evidentemente parlava lo spagnolo ed aveva seguito la discussione, si gettò ai piedi di Felipe, gridando:

      - Non me lo uccidete. Ho tanto latte. Posso allattare due bambini. Comprate anche lui!

      Il mercante la afferrò per i capelli e la tirò indietro con uno strattone.

      - Sta’ zitta, troia! 

      Felipe intervenne subito.

      - No, va bene così. La piglio con il bambino.

      Il mercante sorrise:

      - Benissimo, ottimo investimento, un negretto che crescerà docile e potrà imparare a servire in casa fin da bambino. È incredibile quanto docili siano i negri allevati fin da piccoli. Sono un vero tesoro. Certamente, essendo così preziosi, hanno un certo costo.

      Felipe guardò un attimo il mercante e scoppiò a ridere:

      - Ma non dovevate ammazzarlo, senza la madre?

      - Sì, ma ora che è con la madre, è uno schiavo in più.

      Felipe era troppo allegro per preoccuparsi più di un tanto. Contrattarono il prezzo e Felipe disse che sarebbe passato nel pomeriggio a prendere la schiava ed il figlio. Lasciò un acconto, riservandosi di pagare quando avesse ritirato la schiava.

      Raggiunse la bottega dell’orefice Trujillo. Non c’era mai stato, ma era passato davanti diverse volte, pensando che quell’uomo era in grado di metterlo in contatto con Michel. Ed ogni volta quel pensiero gli aveva procurato una fitta al cuore. Ora gli dava una gioia infinita.

      Appena lo vide entrare, un signore sui cinquant’anni, con i capelli grigi, si alzò dal banco e gli disse:

      - Sono contento di rivederla, signor Llera. Venga con me, è tutto pronto.

      Felipe seguì Trujillo nel retrobottega, sbalordito. Trujillo non lo aveva mai visto, almeno così pensava Felipe. Come aveva fatto a riconoscerlo? Poi Felipe si disse che Trujillo era un uomo di Michel e che quindi niente era impossibile.

      - Di partenza, allora?

      Felipe decise che non era il caso di cercare di capire come l’uomo potesse sapere. Non aveva importanza. Annuì.

      - Bene. Quando intende partire?

      - Il più presto possibile.

      - Dovrei riuscire a procurarle un passaggio per questa sera.

      Felipe annaspò.

      - Questa sera?

      Non intendeva così presto!

      - Sì, non va bene? Non ha ancora trovato la balia?

      Felipe guardò Trujillo, vagamente inquieto, ma aveva saggiamente rinunciato a capire. Rifletté un attimo sulla sua situazione: in fondo, una volta presa la schiava, non ci avrebbe messo molto a fare i bagagli. Per quello che possedeva!

      - Sì, ma siamo in tre: io, una schiava che serve da balia e mio figlio, che ha tre mesi. No, ci sono due bambini, uno bianco ed uno nero.

      - Va benissimo. Lei, la schiava, due bambini e l’uomo che l’accompagnerà fino a Saint-Domingue.

      - Ma non c’è nessun uomo che…

      - La persona che paga il viaggio vuole essere sicura che non ci siano problemi durante il tragitto. Quindi qualcuno l’accompagnerà. Ha bisogno di altro?

      - No, credo di no. Oggi passo a ritirare la schiava.

      - Vuole che ci occupiamo noi di ritirare la sua schiava? Gliela facciamo trovare già sulla nave.

      Era una buona idea, in fondo: avrebbe avuto più tempo per occuparsi delle ultime faccende da sbrigare.

         - Va bene. L’ho presa da Castroviejo. Le mando i soldi…

      - No, non c’è da pagare. Ci pensiamo noi.

      - Ma…

      - Ordini superiori.

      Felipe aveva già sentito quella frase, in un altro momento cruciale della sua vita. E la persona che dava gli ordini era la stessa. Sorrise. Aggiunse solo:

      - Mi raccomando, voglio anche il bambino.

      - Certamente.

      Tornando a casa Felipe veleggiava a mezzo metro dal suolo. Avrebbe rivisto Michel. Quella sera sarebbe partito per raggiungere Michel. Michel, il suo principe degli angeli.

      Per un attimo fu assalito da un dubbio. Erano passati circa sette mesi da quando aveva visto Michel l’ultima volta. In sette mesi potevano succedere molte cose. In sette mesi si poteva anche…

      Il pensiero era troppo disturbante. Felipe preferì escluderlo dal suo cervello.

 

 

 

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