Una questione di giustizia

 

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Non si chiedeva dove fosse. Era immerso nel buio più totale. Era sempre stato là, in quel buco nero. Eppure qualcosa, una volta, era accaduto. Aveva visto una luce. Quella luce era l’unico ricordo nella sua mente.

Era steso a terra, dolorante. C’era un lampione acceso a qualche metro da lui. Qualcuno estraeva una pistola, ma non c’era più nessuno a cui sparare. Quel volto, che si avvicinava al suo, aveva una strana espressione. Urlava il suo nome.

Era per questo che se lo ricordava, di chiamarsi Tiziano.

 

Quando il sole avesse smesso di giocarci, forse avrebbe capito di che colore erano i suoi occhi. Per un momento si era lasciato distrarre, ma poi la sua pistola aveva centrato il bersaglio. Aveva sparato all’altro. Anche se non era detto che avesse finito il suo lavoro di pulizia.

Di solito non si serviva delle parole, perciò lo chiamavano Silenzio. Del resto, era evidente che quella non era una circostanza normale. Era andato tutto storto. Quel tizio non doveva essere là, per giunta armato.

-       C...chi sssei? - gli chiese, tenendogli la canna della pistola puntata a dieci centimetri dalla faccia.

-       Cazzo, lo sai chi sono. Questa volta credo proprio di doverti la vita. Mi sa che ti devo ringraziare. E tu stai bene?

Tiziano si limitò ad annuire.

-       Senti, è meglio che tu sparisca subito. Io non ti ho visto. Ci siamo capiti?

Non c’era alcun motivo di rispondergli. Doveva soltanto decidere se farlo secco subito e finire il lavoro con un extra non previsto, oppure fidarsi di lui e sparire in fretta.

Si fissarono negli occhi abbastanza a lungo da potersi leggere dentro. Tiziano decise di fidarsi.

 

Gliene mancava uno solo. La sua vendetta sarebbe stata completa e si sarebbe sentito davvero appagato, soltanto quando avesse eliminato anche Boa er cravattaro. Il soprannome di quel bastardo era davvero azzeccato. Quando iniziavi ad averci a che fare, ti stringeva tra le sue putride spire e non c’era più verso di liberartene. Ricatti e violenze erano le sue tecniche di persuasione preferite, ma poteva arrivare anche a peggio. A lui aveva fatto di peggio. Aveva fatto piazza pulita della sua vita. Non esisteva più niente. Grazie a lui non sapeva più chi fosse, non ricordava più nulla. Tutto quello che sapeva, gliel’aveva raccontato qualcun altro, e poteva soltanto fidarsi.

Era diventato balbuziente, anche quando tentava di scrivere. In qualunque modo tentasse di usarle, le parole gli s’inceppavano. In compenso, sembrava che il suo equilibrio si fosse stabilizzato: da una parte, era stato alleggerito della sua memoria, dall’altra era stato arricchito di un proiettile calibro 7,65 piantato tra l’attaccatura del tronco e il cervelletto. Un bel regalo del Boa. I suoi tirapiedi li aveva già ringraziati a dovere.

E quel tizio che si era ritrovato tra i piedi, sperava proprio che non lo denunciasse. Forse aveva sbagliato a non tappargli la bocca per sempre. Che ci faceva nel magazzino del Boa? Sembrava che anche lui ce l’avesse con Lauria. Solo per questo l’aveva risparmiato. Sperò in futuro di non doversene pentire.

 

Marcello Nuvola sentì il suono cadenzato dei pesanti passi affrettati dell’agente Tiravento, che sopraggiungeva, sicuramente attirato dal fragore dei colpi di pistola. Gli aveva ordinato di restare in attesa sulla strada, davanti all’ingresso principale del magazzino, ma lui, dopo un primo momento d’indecisione, aveva preso un’iniziativa.

Si fermò vicino al cadavere, poi guardò verso l’ispettore, per assicurarsi che stesse bene.

-       Che è successo?

-       Qualcuno gli ha sparato, prima che lui facesse lo stesso servizio a me.

-       Ha visto chi è stato?

-       No. Ero troppo concentrato a proteggermi il culo.

-       E così li hanno spazzolati via tutti e due. Ci resta solo il Boa.

-       Quello voglio prenderlo vivo.

-       Prima dovremmo scoprire dove si nasconde.

-       Se Montagna e Lauria bazzicavano da queste parti, Scalisi non può essere lontano.

-       Andiamo a cercare nel magazzino?

-       Inutile, ci ho già cercato io.

-       Non si sa mai. Potrebbe esserle sfuggito qualcosa.

-       Non c’è niente là dentro, e poi tra poco vengono a prendersi Lauria.

-       Tranquillo, ispettore, faccio presto.

Marcello si domandò perché cazzo non avesse detto la verità su Tiziano Munari. Lo mandava in galera e chi s’era visto, s’era visto. Ma, in fondo, gli aveva salvato la vita. E poi si domandò perché avesse permesso a Tiravento di andare a ficcare il naso nel magazzino. Sperò che non trovasse niente.

 

Scalisi si stancò di aspettare e chiamò Lauria sul cellulare. Che fine aveva fatto quel testa di cazzo? Dopo un buon numero di squilli, rispose una voce sconosciuta. Chiuse immediatamente la comunicazione e si affrettò a levarsi di torno. Non poteva crederci. Possibile che avessero fatto secco anche lui? Quel dannato zombi che non erano riusciti a sotterrare... Era stato lui, Munari, ne era certo. Prima Montagna, poi Lauria. E adesso, sarebbe toccato a lui? Il Boa gettò il cellulare in un cestino, dopo aver distrutto la scheda, quindi decise di trasferirsi in campagna, vicino a Viterbo, dove aveva una vecchia casa mezza dirupata. Là nessuno l’avrebbe raggiunto. Ci sarebbe rimasto per un po’. E poi doveva trovarsi altri collaboratori, altrimenti i suoi affari sarebbero andati a puttane.

 

La corrente sottomarina piegava sinuosamente le posidonie come il vento piega l’erba di un prato. Una miriade di castagnole rosse si affollava intorno agli scogli disseminati di ricci dai riflessi melanzana, oliva e castagna, guizzando tra spugne grigioverdi, anemoni ondeggianti e gorgonie superbe. Il sole pioveva a fiotti, a fasci, a flash, pugnalando il blu cobalto della maestosa massa d’acqua che lo sovrastava. Una cattedrale di luce in cui mancava solo il suono di un coro angelico. Era sordo. Completamente sordo. E in quel silenzio incontaminato si sentiva finalmente felice.

Si svegliò dal sogno con quel colore nella mente, l’intenso blu cangiante delle profondità marine, lo stesso degli occhi del tizio che stava per ammazzare, che a suo dire doveva sapere chi era, ma che non ricordava.

 

Marcello salì le scale a due a due, fino al terzo piano. Bussò alla porta e attese con impazienza. Tiziano aprì la porta con cautela, giusto di una ventina di centimetri, sufficienti a Marcello per farsi riconoscere.

-       C..c..cosa vu..vu..vuooi? - chiese Tiziano.

-       Fammi entrare, dobbiamo parlare.

-       M.. maa cc..chi ss..sei?

-       Dai Tiziano, lo sai chi sono. Fammi entrare.

-       Noo..no..non ti c..c..coonosco.

-       Tiziano, per la miseria! Dobbiamo parlare. - urlò.

Tiziano si convinse. Aprì la porta lentamente e lasciò entrare quello che per lui, momentaneamente, risultava ancora un perfetto sconosciuto, che forse avrebbe fatto bene ad ammazzare quando ne aveva avuto l’occasione.

Marcello fece qualche passo verso il centro dello spoglio soggiorno, poi si fermò, voltandosi verso Tiziano. Il tono, suo malgrado, si addolcì quando gli chiese:

-       Davvero non ti ricordi più niente di me?

Tiziano annuì.

-       Lo ammezzerei io stesso con queste mani, quel figlio di puttana che ti ha conciato così. - urlò Marcello, stringendo i pugni.

-       Rac..c..contami. - disse Tiziano.

-       E da dove comincio? Ti rendi conto che ha spazzato via dieci anni della nostra vita, quel bastardo?

-       Racc..contami. - insistette Tiziano, sedendosi.

-       Non ti ricordi proprio niente? - gli domandò ancora Marcello, come se facesse troppa fatica a crederci.

Tiziano negò dondolando la testa a destra e a sinistra. Preferiva non dover parlare, se solo poteva evitarlo. Ma si sforzò di chiedergli:

- C..c..come ti cc..chiami?

Marcello sospirò, mentre una contrazione nervosa gli deformava i tratti del viso. Si passò una mano tra i capelli.

-       Mi chiamo Marcello Nuvola. Sono un poliziotto. Sono anche l’uomo con cui hai vissuto per dieci anni.

Poi, seguendo l’onda di un’improvvisa decisione, aggiunse:

-       Vieni con me. Mi sarà più facile spiegarti tutto, in un luogo che dovrebbe ricordarti qualche cosa.

Tiziano non era affatto convinto. La rivelazione che quello fosse un poliziotto, l’aveva sconvolto più della notizia che avessero vissuto insieme per dieci anni. Gli sembrava una situazione impossibile.

-       Mm..meeglio q..q..qua.

-       Accompagnami a casa. Ci sono alcune cose che ti appartengono. E’ meglio che tu te le riprenda. - gli disse, mantenendo un tono più duro di quanto fosse sua intenzione.

Tiziano lo fissò, perplesso.

-       E’ p..p..prop..prio v..vvero?

-       Te lo giuro.

Tiziano si convinse, si alzò, indossò una giacca e andò ad aprire la porta, aspettando che Marcello uscisse. Poi chiuse a chiave e lo seguì per le scale.

Tiziano si bloccò davanti alla portiera aperta.

- Fidati di me. - lo pregò Marcello.

Tiziano montò in macchina con una certa riluttanza. Si stava già pentendo della sua decisione di seguirlo. E se fosse stata tutta una manovra per arrestarlo con più facilità?

Quando giunsero nel suo appartamento, Marcello lo spinse lungo il corridoio, conducendolo per prima cosa in camera da letto. Aspettò con calma che Tiziano si guardasse intorno.

Appese alla parete di fronte al grande letto, c’erano due gigantografie di loro due, abbracciati. Tiziano le osservò a lungo, con un’espressione d’incredulità dipinta in volto. Poi si voltò a guardarlo.

-       Rac..cc..contami.

-       Siediti. - lo invitò Marcello.

Anche se gli sembrava di essersi preparato, in quel momento non sapeva da dove cominciare. Si concentrò su cosa dire e poi iniziò a parlare, camminando avanti e indietro davanti a lui. Ogni tanto lanciava uno sguardo alle foto. Parlò a lungo, finché la sua voce si affievolì. Ad un tratto andò ad aprire le ante dell’armadio e tirò fuori una giacca.

-       Provatela. - gli disse.

Tiziano lo fissò. Poi sospirò, si sfilò la giacca che indossava e provò quella che Marcello gli porgeva. Gli stava a pennello.

-       Tutti quei vestiti sono tuoi. Puoi portarteli via.

-       Di..di..dieci aanni?

-       Dieci anni, sì. Tanto siamo stati insieme. Tu vivevi qui. L’appartamento sopra il negozio lo tenevi soltanto per comodità. E’ per questo che non l’avevi arredato. Ci avevi messo solo il minimo indispensabile. Era questa, casa tua.

-       C..caa..pisco.

-       Però non te lo ricordi. Per essere precisi, non sai più nemmeno chi sono.

-       Laa..laa..sciami i..il t..t..teempo.

-       Sono già sei mesi che aspetto. Speravo che cambiasse qualcosa, ma ormai mi sono rassegnato. Io per te sono morto quel giorno. Non è colpa tua. Ma è inutile discuterne. Quello che mi preme adesso è ben altro. Come ti ho detto, io sono un poliziotto. Lo so benissimo che hai ammazzato i compari del Boa. Del resto, Lauria l’hai fatto fuori davanti a me, prima che potessi arrestarlo. Se lo meritavano, su questo non ci sono dubbi, però adesso basta, Tiziano. Al Boa ci penso io. Adesso tu mi consegni la tua pistola e la fai finita. Io cercherò il modo di metterci una toppa. E non so se ti rendi conto di quello che sto facendo. E’ pazzesco. Però lo faccio, per te. Ma tu mi giuri che da questo momento lasci fare a me.

Tiziano crollò a sedere sul letto, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e stringendosi la testa tra le mani.

-       Tiziano, non ti arresterò. Ma adesso basta. Hai capito?

Tiziano annuì.

 

Marcello sapeva cosa fosse la disperazione, per averla frequentata a lungo, negli ultimi tempi. Combattuto tra la speranza ed il timore che Tiziano ricordasse, si teneva lontano da lui. Incontrarlo faccia a faccia e raccontargli dieci anni di vita concentrati in un’ora, era stata un’impresa faticosa. Da una parte era stato un modo per dire addio a quella fase della sua vita, per poter voltare pagina, ma dall’altra era un’occasione per ricostruire nuovi ricordi per Tiziano, ricordi selettivi, che potessero eventualmente rifondare la loro unione su basi positive, cancellando il peggio di quello che avevano vissuto. Ma la decisione di tenerlo all’oscuro di quello che era successo, non lo faceva stare meglio. Gli restava un sapore amaro in bocca, metallico, come se avesse succhiato la canna della pistola. Era davanti ai suoi occhi, l’arma che Tiziano gli aveva consegnato. Stava facendo un’immane cazzata. Stava rischiando il culo, nascondendo le prove di due omicidi. E per cosa, cazzo? Oltre che con la sua inossidabile nostalgia, con l’odio-amore che lo consumava e l’ossessione della vendetta, quella sera doveva fare i conti con un’incazzatura che lo portava sull’orlo del delirio. Eppure, non voleva impazzire. Non era il momento giusto. In un modo o nell’altro, aveva perso Tiziano e ora stava perdendo anche il rispetto di sé. Doveva prendere il Boa per fargli pagare tutto. Tutto.

 

Tiziano non riusciva a dormire. Non, come al solito, per il timore di cadere di nuovo nel vuoto e nel buio, ma per quello che gli aveva raccontato Marcello. L’impressione di aver davvero vissuto in quella casa, l’aveva assalito appena messo piede nel corridoio. Poi, l’aveva investito tutto il resto. Era come un’eco che  rimbalzava nel vuoto della sua mente. C’era stato davvero qualcosa che li aveva legati, dunque, lui e Marcello. Per questo l’aveva colpito il suo sguardo. Dieci anni di vita in comune. E dov’erano finiti? Cos’aveva provato per lui? Come si era sentito? Avevano progetti? Tutto cancellato con un colpo di spugna. Non era colpa sua, gli aveva detto. Certo, però faceva male ugualmente. L’odio che nutriva per il Boa s’intensificò. Non aveva più la pistola, ma c’erano di sicuro altri modi per ucciderlo. Doveva soltanto trovarlo.

 

Il Boa si sentiva al sicuro. Pensava di nascondersi per qualche giorno, invece, stranamente, aveva provato il desiderio di restare più a lungo. Passeggiava volentieri nella campagna rigogliosa. Coltivava l’orto dietro la vecchia casa. Gli piaceva quella tranquillità. Gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo, quando suo padre e suo nonno gli insegnavano a seminare. Avevano un loro calendario, che gli diceva quando farlo. Ogni pianta aveva i suoi tempi e le sue necessità. Se imparavi a conoscerli e a rispettarli, i raccolti risultavano abbondanti. La natura non ti tradiva mai.

Nelle campagne vicine non c’era più nessuno che conoscesse, ma non sentiva la necessità di frequentare altra gente, anche se ogni tanto erano loro a fargli visita. Per il momento gli andava bene così. Forse era segno che stava davvero invecchiando. E per questo era anche contento di trovarsi in compagnia dei fantasmi del suo passato. Col trascorrere delle settimane, i suoi affari gli erano completamente passati di mente.

 

Una sera, Marcello trovò Tiziano seduto sui gradini delle scale, di fianco alla porta di quell’appartamento che avevano condiviso a lungo. Improvvisamente fu assalito da una strana commozione, ricordando una scena identica. Quella volta Tiziano aveva dimenticato le chiavi di casa...

-       Aspetti da molto?

Tiziano segnalò di no con la testa.

-       Dai, entra. - disse Marcello, girando le chiavi nella toppa.

-       Non riesco ad abituarmi al fatto che non parli. - aggiunse.

-       Aa..anc..ch’io.

Tiziano sorrise appena. Giusto un lieve sollevarsi degli angoli della bocca. Marcello si domandò perché fosse andato a cercarlo.  Andò a sedersi, poi sollevò di nuovo lo sguardo sul suo volto.

-       Sei venuto a riprenderti le tue cose?

Tiziano negò con un cenno del capo.

-       Allora cosa c’è? Parlami, per favore. Non importa se balbetti.

Tiziano sospirò. Introdusse una mano nella tasca della giaccia e ne trasse un foglio ripiegato, che gli porse.

Marcello lo aprì. Non riconosceva la calligrafia di Tiziano, eppure era evidente che l’avesse scritto lui, seppur a fatica.

- Capisco sempre meglio perché ti chiamano Silenzio. - commentò, iniziando a leggere.

 

mi ricordo quando mi hai trovato quella sera - hai tirato fuori la pistola ti sei guardato intorno e poi sei venuto da me e hai urlato il mio nome - ma di tutto quello che è successo prima non mi ricordo - mi dispiace - tu mi hai raccontato solo alcune cose -  poche cose - io vorrei che mi raccontassi tutto il resto - come ci siamo conosciuti - come abbiamo deciso di vivere insieme - come era la nostra vita - mi piacerebbe ricostruire il passato - tu sei l’unico che mi può aiutare - ne ho bisogno

 

-       Aa..aiutami.

Marcello sollevò lo sguardo su di lui, alla ricerca di un uomo che un tempo aveva amato. Prima di odiarlo.

- Forse anch’io avrei bisogno di aiuto. - mormorò, dopo averlo fissato a lungo.

-       Quando ti hanno portato in ospedale, eri già in coma. Ti hanno estratto due proiettili, ma quello che avevi in testa, hanno detto che non potevano toccarlo. Se l’avessero fatto, c’erano due rischi, o morivi, o restavi paralizzato. Allora hanno deciso di lasciarti come stavi, in coma, e con il piombo nella nuca. Quando ti sei risvegliato, non mi sembrava vero. Sono venuto a trovarti, ma non ero preparato a quello che ho trovato. Quando mi hanno detto che avevi un’amnesia totale, ho rinunciato ad entrare. A quel punto ho preferito che non mi vedessi. Poi qualcuno mi ha detto che a volte la memoria può essere recuperata. Mi sono attaccato a questa speranza e ho aspettato. Sono sei mesi che aspetto, e adesso, scusami, ma non ci credo più.

-       Vo..vo..glio ca..capire.

-       Cosa vuoi capire? La nostra storia? Se proprio ci tieni, te la racconterò dall’inizio. Mettiti comodo. Vado a prendere il mio portatile, così nel frattempo posso mostrarti le nostre foto. Ne facevamo tante, soprattutto i primi anni.

Tiziano sollevò una mano, afferrandogli la giacca.

-       P..p..p..perché mm..mi hanno sp..spa..sparato?

-       Questo vorrei saperlo anch’io. Perché ti può sparare un cravattaro? Ti aveva prestato del denaro? Perché? Non mi hai mai detto di avere problemi di soldi.

Tiziano sollevò le spalle. Non lo sapeva.

-       Io dico che ti ha prestato dei soldi, ma non sei riuscito a restituirglieli entro i termini pattuiti. E non mi hai detto niente. Non hai avuto fiducia in me. Bel risultato, dopo dieci anni insieme, eh?

Marcello lo guardò con espressione dura.

-       Come hai fatto a sapere che sono stati gli scagnozzi del Boa a spararti? - continuò.

-       C..ca..aaterina ha vi..vi..visto dal b..bb..balcone.

-       E io ci ho messo un mese a scoprirlo. Quella voleva restarsene zitta per tutta la vita. Ha sputato il rospo solo quando ha saputo ch’eri uscito dal coma, va a capire perché. Per questa bella impresa, Caterina ha rischiato un’accusa di favoreggiamento, senza contare che io l’avrei picchiata volentieri. Ma anche se con un piccolo ritardo, grazie a lei, il Boa e i suoi tirapiedi erano ricercati per tentato omicidio. Li avremmo presi, Silenzio. Ma tu sei stato più veloce, anche se non capisco come hai fatto a trovarli prima di me. Sei stato davvero in gamba, tanto di cappello. Solo che non dovevi ammazzarli. Ci hai messo in un bel casino.

-       Tu n..no.

-       Sì, anch’io. Ti ho coperto, invece di arrestarti subito. Se le cose si mettono male, finiamo in galera tutti e due.

-       Rac..c..contami di n..n..noi.

 

Allo Zodiaco c’era il solito affollamento, quella domenica. Gli ultimi bagliori del tramonto splendevano sulla città come vampate di fuoco sputate da un lanciafiamme, ravvivando la distesa di cupole e palazzi, sullo sfondo di un cielo blu cobalto, limpidissimo, già spruzzato di stelle a punta di spillo. Era il più bel panorama di Roma, lo sapevano tutti. Tiziano c’era andato per caso, dopo una visita all’Osservatorio. Marcello ci si trovava per un appuntamento che, all’ultimo momento, era saltato. Si erano trovati affacciati sul grande terrazzo, fianco a fianco, con un bicchiere in mano. La vista era di quelle che non ci si può impedire di commentare ad alta voce, anche se per una sorta di miracolo, ti ci ritrovi da solo, e a sentire le tue parole rimangono solo le sedie, i tavolini e gli ombrelloni.

Tiziano e Marcello commentarono, si presentarono e continuarono la serata l’uno in compagnia dell’altro, come se si conoscessero da sempre.

 

-       Avevi già il negozio in Viale Jonio, ma abitavi a Piazzale Clodio. Quando pioveva, la città si bloccava e tu tornavi a casa a notte fonda. Per questo ti eri preso l’appartamento al terzo piano. Se le cose si mettevano male, dormivi lì. Ma proprio in quello stesso periodo, una sera, ti chiesi se ti andava di venire a mangiare due spaghetti da me.

 

Tiziano si guardò intorno, dal divano. Quell’ambiente gli dava una sensazione di calore e semplicità, forse un po’ sofisticata. Sorrise tra sé. Semplice e sofisticato non sembravano termini che potessero andare d’accordo. I colori caldi, tutte le sfumature degli alberi d’autunno, erano presenti e sovrapposti, nei cuscini sparsi sulle sedute, come negli oggetti, pochissimi, distribuiti sulle mensole, a riempire gli scarsi spazi tra i libri. Lui se ne intendeva di colori. Era il suo forte. Nel suo negozio di abbigliamento era lui che dava le direttive per vestire i manichini, con quegli accostamenti, forse alquanto eccentrici e azzardati, che però attiravano i clienti a soffermarsi davanti alle vetrine.

Marcello lo chiamò dalla cucina.

-       Quanta pasta butto?

-       Perché vuoi buttarla? Non è buona da mangiare?

-       Ah-ah. Questa battuta è vecchia come il cucco. Dai, quanta ne mangi?

-       Fai tu. Considera che a pranzo ho mangiato un panino striminzito.

-       Allora abbondo, tanto poi ci sono solo formaggi e insalata.

-       Che formaggi? - chiese Tiziano, storcendo il naso.

-       Che c’è? Non li mangi?

-       No, mi danno il mal di testa.

-       Ho una paio di cacciatorini. Quelli li mangi?

-       Sì.

-       Sei un carnivoro.

-       Mangio tutto, tranne i formaggi.

-       E io mangio tutto, tranne la frutta.

-       Come dice Caterina, de gustibus non sputacchiandum est.

-       Come sta? Passato il mal di denti?

-       Ma va’. Tutte scuse per non venire giù a pulire.

-       Sarà, ma l’altra sera aveva la faccia gonfia.

-       Ce l’ho più gonfia io. Guarda.

Marcello gli si avvicinò, lo guardò negli occhi, poi spostò la traiettoria sulla guancia e vi passò la mano, in una specie di carezza. Tiziano deglutì a vuoto. Forse era giunto il momento di fare quel passo che gli era rimasto in bilico. Iniziò ad accorciare le distanze, ma fu Marcello che gli afferrò la nuca per costringerlo ad avvicinarsi abbastanza da baciarlo.

Gli spaghetti vennero scotti, ma tutto il resto era cotto a puntino. Tiziano era un mugolatore scatenato. Marcello preferiva tenersi tutto dentro, ma quando esplodeva lo faceva alla grande, grugnendo come un vero maiale. La prima volta fu così veloce che lasciò in entrambi un senso di profonda insoddisfazione.

Mangiarono gli spaghetti più immangiabili della loro vita, ma ridendo come due matti. Poi Marcello inaugurò un secondo round, al quale Tiziano aderì con entusiasmo.

Ad entrambi fu chiaro da subito che l’attrazione fisica svolgeva un ruolo fondamentale nel loro rapporto, ma, da quella, si affacciava timidamente, come un lieve sottofondo musicale, un’attrazione diversa, fatta di ben altra sostanza, un legame senza ancora un nome, appena intuibile, appena abbozzato. Qualcosa che congiurava a tenerli uniti, anche dopo lo sfogo appagante dei sensi. 

 

-       Fu quella notte che ti proposi di restare a dormire da me. E poi, un po’ alla volta, diventò un’abitudine. Questa divenne casa nostra.

-       E la..la..l’altra?

-       Quella di Piazzale Clodio?

-       Sss.. sì.

-       L’avevi già lasciata. Era in affitto.

-       Cc..co..conti..tinua.

-       Tra le cose che abbiamo scoperto di avere in comune, c’erano la passione per il mare e per le immersioni. Insieme siamo andati a caccia dei più bei fondali marini, prima in giro per le isole del Mediterraneo, poi nel Mar Rosso. Così trascorrevamo le ferie tra barche, gommoni e grandi scorpacciate di pesce.

Tiziano annuì sorridendo.

-       Te ne ricordi? - chiese Marcello, stupito.

-       Ll..l’ho sss..so..sognato.

-       I sogni sono un po’ ricordi.

-       Nn..n..non mii f..f..faccio i..illlusioni.

-       Che male fa? Un giorno forse sognerai anche me, e...

Tiziano, con un gesto fulmineo, gli coprì la bocca con la mano.

Col suo sguardo liquido, color cioccolato, lo pregò di tacere. La sua espressione triste, ma decisa, costrinse Marcello al silenzio.

-       Dd..d..dov’è iiil B..b..boa?

-       Non lo so. E’ sparito. E se lo sapessi lo andrei a prendere io, di certo non lo direi a te. Voglio che sia regolarmente processato.

-       Mm..mm..me..meglio mm..mo..morto.

-       Morto non pagherebbe un cazzo. Ma in galera, per tutto il resto della sua vita, questo sì che sarebbe pagare. E poi a qualcuno bisogna imputare la morte dei suoi scagnozzi. Gli metto la tua pistola in mano, ed è fatta.

Tiziano fu attraversato da un brivido.

Marcello osò una carezza, dalla quale Tiziano, però, si allontanò prima ancora che la sua mano lo sfiorasse.

-       Forse è meglio che tu vada, adesso. Non è facile per me, restarti così vicino e ricordarmi nello stesso tempo che per te sono diventato un estraneo.

Tiziano fece il gesto del time out.

-       Tt..te..tempo.

-       Certo, hai bisogno di tempo. Ma non servirà a niente. Ormai la nostra storia è finita. Prima che tu vada, volevo dirti che ho messo le tue cose negli scatoloni. Era già da qualche giorno che volevo portarteli. Domani ti va bene?

Tiziano lo guardò di sbieco, piuttosto seccato.

-       T..t..tienili q..qui.

 

Marcello si domandò perché Tiziano si ostinasse a lasciargli i suoi effetti personali, dal momento che non sembrava intenzionato a tornare a vivere con lui. Non gli permetteva neppure di sfiorarlo. Evidentemente, nella sua nuova vita, l’attrazione per lui non era contemplata. Magari i suoi gusti e le sue preferenze erano cambiati. Poteva accadere? Il coma faceva cambiare le persone? Forse, in qualche modo, le cambiava eccome: Tiziano era diventato balbuziente. Marcello si disse che avrebbe fatto bene, in ogni caso, a non pensarci più. E come aveva rinchiuso gli abiti di Tiziano nei cartoni da trasloco, avrebbe fatto bene a rinchiudere i suoi ambigui sentimenti in fondo a qualche cassetto. Ormai erano stantii e privi di senso e per lui rivangare quella storia era solo un’inutile fonte di sofferenza. Alzò le spalle. Doveva pensare ad altro, a cose più importanti.

Accese il computer. Doveva prepararsi. Iniziò a cercare sexy shop online. Gli serviva del materiale molto speciale, per trattare a dovere l’amico Boa. Ormai aveva progettato il suo piano. Sapeva di doversi tenere pronto, perché prima o poi l’avrebbe ritrovato. Non poteva essere scomparso nel nulla.

Quando finalmente ebbe trovato quello che cercava, prese nota dei siti e degli articoli che gli servivano. Per sicurezza avrebbe fatto l’ordine da un internet point, con una carta prepagata anonima. Nulla avrebbe dovuto far risalire a lui. Il pacco sarebbe arrivato fermoposta in un ufficio di Orte, incrocio di strade per tutte le direzioni.

Quand’ebbe finito, aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori il dvd. Adesso, per la prima volta, si sentiva pronto a vederlo fino in fondo. L’avrebbe aiutato a convincersi della necessità di spazzare via eventuali scrupoli residui, nel caso improbabile che gliene sorgessero.

Le immagini iniziarono a scorrere sul monitor. Il suo sguardo vagò intorno alla figura legata, centrata proprio in mezzo all’inquadratura. Il magazzino era quasi vuoto. Poche casse di legno sul fondo, impilate in modo disordinato. Una scala di alluminio appoggiata al muro, sulla sinistra. Due armadietti metallici accanto ad una porta verde, sulla destra. Un tavolo robusto di metallo in mezzo allo squallido ambiente. Il suo sguardo tornò alla figura centrale, un uomo nudo, le braccia tirate ben al di sopra della testa, con i polsi legati ad un gancio nel muro. Un uomo si avvicinava, sfilandosi la cinghia dei pantaloni e con quella iniziava a picchiarlo. Sul volto del carnefice non c’era alcuna espressione. Stava svolgendo un lavoro, senza animosità, con semplice dedizione, quasi la cosa non lo riguardasse. I segni rossi sulla schiena e sui glutei della vittima si facevano via via più evidenti, più marcati, qua e là iniziava a lacerarsi la pelle e a scorrere qualche filo di sangue. Finalmente l’uomo lasciava cadere la cinghia. Si detergeva il sudore. Il filmato si interrompeva, per riprendere su una nuova scena.

L’uomo era stato slegato dal muro e ora era col busto appoggiato al tavolo metallico, sorretto da quattro robuste barre. Le mani legate con lunghe corde, che gli tiravano le braccia verso l’alto e l’esterno e finivano ancorate a due delle barre. Le gambe aperte, con le caviglie legate alle altre due che sorreggevano il tavolo. I tre uomini intorno a lui, erano Franco Montagna, Luca Lauria e Attilio Scalisi, detto Boa er cravattaro. Scalisi gli girava intorno per qualche minuto, parlandogli. Nel filmato non c’era il sonoro, ma Marcello ricordò perfettamente quello che gli aveva detto. Il Boa teneva molto a fargli sapere per colpa di chi si trovava lì e per quale motivo si era sentito costretto ad imporgli quello che stava subendo. Gliel’aveva ripetuto fino alla nausea, perché gli entrasse bene in mente. Era davvero dispiaciuto, ma una promessa era una promessa.

-       L’unica cosa che posso fare per aiutarti, è prepararti un po’. Se prima ti sfondiamo noi, poi ti sarà più facile. Vero, ragazzi?

La grassa risata di Montagna e Lauria la sentiva ancora rimbombare nelle orecchie.

Guardò le immagini fino alla fine, poi, mentre spegneva il lettore, ricordò con quanta facilità l’avevano preso.

Quella sera aveva lasciato il servizio alle 22:00, salutando l’agente Tiravento. La notte stellata profumava di primavera. All’interno dei giardini le mimose stavano dando fondo a tutte le loro riserve. Con passo tranquillo si era avvicinato alla sua macchina parcheggiata a ridosso del muro di cinta. Non aveva fatto in tempo ad aprire la portiera, che un furgone si era fermato dietro le sue spalle, si era sentito afferrare alle braccia e infilare sulla testa un cappuccio di pesante stoffa scura. Si era dimenato con tutte le sue forze, ma gli avevano legato le mani dietro la schiena e poi lo avevano scaraventato con violenza dentro il furgone.

Quando l’avevano riportato alla sua macchina, non era più lo stesso uomo che avevano prelevato. Il suo corpo era un incandescente vulcano di dolore. Nella sua mente c’era soltanto un’immensa sete di vendetta. Sapeva già che non si sarebbe limitato a sbattere quei bastardi dietro le sbarre. Non gli sarebbe stato sufficiente, voleva molto di più. Ma aveva bisogno di tempo, per riprendersi, per valutare l’ignobile comportamento di Tiziano, per meditare attentamente sul piano da progettare, in ogni minimo dettaglio. L’avrebbero pagata tutti. Solo allora avrebbe ritrovato una parvenza di pace.

 

Tiziano sognò di trovarsi di nuovo davanti a una scelta. Uccidere Lauria oppure l’uomo che aveva sotto tiro. Scelse di dare manforte a Lauria. Si svegliò di soprassalto. Si lamentò per qualche secondo, poi si mise seduto sul letto, strofinandosi gli occhi. E se l’avesse fatto? Se avesse ucciso Marcello? Non poteva vivere così, senza sapere quello che stava facendo. Ignorava troppo, ignorava tutto. A volte qualcuno lo salutava, ma lui non sapeva chi fosse. Altre volte Caterina gli raccontava delle cose, ma lui non capiva di cosa stesse parlando. Perché il Boa aveva tentato di ucciderlo? Perché non ci riprovava? Forse perché aveva perso la memoria. Il pericolo non c’era più. Il motivo era sepolto dentro di lui, e quindi per il Boa, sentendosi al sicuro, era diventato innocuo. Ma allora perché era sparito dalla circolazione? Aveva capito che era stato lui a uccidere i suoi tirapiedi? Si aspettava che gli riservasse lo stesso trattamento?

 

Marcello tornò nel magazzino di Scalisi. Era notte fonda. L’ultima volta che c’era stato, dopo la sommaria perquisizione di Tiravento, aveva chiuso la porta sul retro, senza bloccarla. Ritrovarla nello stesso stato gli diede la certezza che il Boa non ci era tornato. Entrò, accendendo una torcia. Il tavolo era sempre in mezzo al grande stanzone. Le casse e la scala, invece, erano già sparite da tempo. Si diresse agli armadietti e li aprì. In uno c’era una pila di vecchi giornali. Li tirò fuori spargendoli a terra. Nell’altro c’erano un mucchio di stracci vecchi. Svuotò anche quello, finché non sentì sotto le mani una forma dura.

- Eccolo. C’è ancora. Adesso ho proprio tutto quello che mi serve.

 

Attilio Scalisi pagò la puttana che si era portato in casa quella notte, ordinandole senza troppa delicatezza di levarsi dai piedi. La Contessa osò ribattere che, dopo averla portata in culo al mondo, come minimo doveva riaccompagnarla dove l’aveva caricata. Il Boa s’incazzò e le assestò un bel manrovescio. La donna, dopo averlo guardato con un misto di odio e disprezzo, gli sputò in faccia, affrettandosi poi a scappare via.

Il giorno dopo tutte le sue amiche ne erano al corrente. Tra le altre, una che aveva strani agganci, e che qualcuno pagava per raccogliere informazioni.

 

La cascina semidiroccata era ormai a un tiro di schioppo. La Contessa era stata molto precisa nella descrizione del luogo. Del resto, se l’era dovuta fare a piedi per un bel tratto, prima di trovare un passaggio da un camionista, che aveva pure dovuto ringraziare in natura.

Marcello si avvicinò con cautela. Era abbastanza buio, ma quel verme poteva affacciarsi a una finestra e accorgersi che qualcosa si muoveva. Aspettò ancora mezz’ora, dopo che le luci furono tutte spente. Solo allora si decise ad aprire la porta che dava sul retro, di fronte a un piccolo orto, e che non era neppure chiusa a chiave. Il Boa doveva proprio sentirsi al sicuro, laggiù. Marcello si assicurò di avere acceso il taser e s’introdusse in casa, facendosi luce con una piccola torcia. Giunto nella stanza centrale, studiò il soffitto. La grossa trave centrale, a due metri e mezzo dal pavimento, era proprio quello che ci voleva. Sarebbe stato perfetto. Lasciò lo zaino con cui aveva trasportato la sua attrezzatura e andò a cercare il Boa, con il taser pronto a sparare le sue scariche a 50.000 volts. Marcello pregustò il momento in cui l’avrebbe avuto in suo potere.

 

Tiziano apprese la notizia dal giornale.

Attilio Scalisi, detto Boa er cravattaro, già noto alle forze dell’ordine, è stato ritrovato cadavere, due giorni fa, in un vecchio cascinale nei pressi di Viterbo. Nella stessa casa è stata recuperata la pistola con cui sono stati uccisi, alcuni mesi fa, due suoi collaboratori. Dalle impronte rilevate, si suppone che l’autore dei due omicidi sia proprio lo stesso Scalisi. Il corpo è stato lasciato appeso al soffitto con corde sospese a una carrucola. A quanto pare, l’usuraio é stato vittima di un gioco di bondage finito tragicamente. Si suppone che le legature, che gli tenevano uniti i polsi alle caviglie e giravano intorno al collo, siano state eseguite da un adepto con scarsa esperienza, che ne ha causato la morte per soffocamento. Vicino alla vittima è stato inoltre abbandonato un dildo di proporzioni gigantesche.

Un’esplosione travolse la mente di Tiziano, all’improvviso. Un fiume di ricordi, parole, emozioni, immagini sconnesse, si riversò su di lui come una valanga, frantumando il muro che l’aveva tenuto prigioniero. In un lampo, tutta la sua vita tornò ad affacciarsi alla luce. Ma un ricordo, sopra tutti gli altri, prese maggior forza e vigore, presentandosi, inesorabile, davanti agli occhi della sua mente.

Nel ricordo si rivide, tremante, inserire nel lettore il dvd che Lauria gli aveva appena consegnato. Temeva di scoprire che vi avrebbe trovato la spiegazione della scomparsa di Marcello, che non tornava a casa da due giorni. Ricordò le prime immagini, l’angoscia di riconoscere Marcello nell’uomo nudo che veniva picchiato selvaggiamente e poi legato al tavolo. Rivide i tre slacciarsi in fretta i calzoni ed estrarre i loro randelli. Il Boa doveva aver ordinato ai suoi scagnozzi di mettersi in coda. Voleva essere lui, il primo. I due gli avevano fatto spazio, rispettando il suo diritto di capo. Avevano preso Marcello con violenza, senza pietà, uno dopo l’altro. Poi il Boa si era allontanato, la telecamera era stata avvicinata, l’obiettivo puntato per offrire l’inquadratura migliore. Il Boa era riapparso subito dopo con un dildo nero, enorme, lungo almeno una cinquantina di centimetri, che presentava protuberanze sparse per tutta la lunghezza. Tiziano non aveva capito di che materiale fosse fatto. Il Boa si era messo dietro Marcello, aveva puntato il dildo al buco e lo aveva spinto con forza, sempre più in fondo. Poi aveva lasciato il posto ai suoi scagnozzi, che ci avevano giocato con gusto sadico, finché Marcello non era svenuto.

-       Porca troia! Cazzo! Porca puttana! - urlò Tiziano, lanciando il giornale attraverso la stanza.

-       Cazzo-cazzo-cazzo!

Solo a quel punto si accorse di aver parlato senza balbettare. Allora ci riprovò, esitante, ad alta voce.

-       Io parlo. Sto parlando davvero. Cazzo! Sto parlando. Ricordo e parlo. Ricordo tutto. Ricordo e... ma come cazzo fa Marcello a rivolgermi ancora la parola, dopo tutto quello che ha dovuto sopportare per colpa del testa di cazzo che sono? Come fa? Cazzo, il dildo maxi spero che gliel’abbia ben bene infilato nel culo, prima di ammazzarlo. Se ci hanno trovato la mia pistola, può essere stato solo lui. Marcello, Marcello, ma come hai potuto?

Tiziano ricordò che subito dopo aver visto il filmato, era andato a procurarsi quella pistola e si era lanciato alla ricerca del Boa. Quattro giorni dopo l’aveva finalmente trovato e aveva tentato di sparargli, fallendo miseramente. Il Boa aveva avuto la fortuna di scampare indenne alla sua vendetta e alla sua immensa rabbia, ma non aveva perso niente a rimandare. Tiziano era ben deciso ad ammazzarlo, dopo quello che aveva fatto a Marcello. Ben presto l’avrebbe ritrovato e ci avrebbe riprovato, anche se fosse andato a nascondersi in capo al mondo.

Non aveva più visto Marcello, né era riuscito a contattarlo sul cellulare, che restava muto. L’aveva anche cercato negli ospedali, ma senza risultati. Aveva il terrore folle che l’avessero ucciso, anche se dal filmato questo non risultava. Ma allora perché non si faceva vivo da una settimana? Dov’era finito?

Poi, quella stessa sera, subito dopo aver chiuso il negozio, i due scagnozzi del Boa gli avevano fatto la festa, sicuramente per evitare che fosse lui a riprovarci. Il Boa doveva avergli letto in faccia la sua determinazione. E aveva letto bene.

Quando gli avevano sparato, Marcello doveva essere proprio dietro l’angolo, dal momento che, prima di entrare in coma, aveva fatto in tempo a vederlo e a sentire la sua voce che lo chiamava. Dunque Marcello era tornato da lui. Ma quali erano state le sue intenzioni? Questo non lo sapeva.

Senza spiegarsene il motivo, però, era l’unica cosa che adesso gli interessasse. Ricordava. Ricordava ogni più piccolo particolare di quei dieci anni; ricordava, con un senso di immenso vuoto, quanto Marcello gli stesse a cuore. Dal giorno della sua scomparsa, fino a quello in cui si era beccato tre pallottole, aveva avuto tutto il tempo di comprendere che senza di lui non poteva vivere. Avrebbe fatto qualunque cosa per farsi perdonare. Sarebbe strisciato ai suoi piedi, si sarebbe fatto calpestare, umiliare, picchiare, pur di far tornare tutto com’era prima.

Tiziano ritrovò le chiavi di casa in un cassetto. Era incredibilmente piacevole ricordare le cose. Quelle chiavi le aveva già viste, ma non sapeva a che cosa servissero. Prima di ogni altra cosa, però, voleva distruggere il dvd, che sapeva di aver nascosto in fondo all’armadio.

-       Era qui. Sì, era qui.

Ma per quanto a lungo cercò, non riuscì a trovarlo.

 

Quando Marcello tornò a casa, trovò Tiziano seduto sul divano. Non se ne stupì più di tanto.

-       Hai ritrovato le chiavi, vedo. Sei venuto qui perché hai saputo del Boa?

Tiziano annuì.

-       Sei soddisfatto, ora?

Il diniego con cui gli rispose, sorprese Marcello.

-       E che altro vuoi?

Tiziano si alzò, gli andò vicino, lo prese per mano e lo trascinò sul divano.

-       Che c’è? Parlami, Silenzio. Non me ne frega un cazzo se balbetti.

Tiziano lo guardò dritto negli occhi, avvicinando il viso al suo, lentamente, finché le loro labbra si unirono. Marcello accolse quel bacio con piacevole sorpresa, che si trasformò in incredulità, quando, senza staccarsi, Tiziano iniziò a sbottonargli la camicia. Marcello si lasciò andare, accogliendo la passione che sentiva nel suo vecchio compagno, come un’eco di quella che aveva vissuto nella sua vita precedente, alla quale riteneva di avere ormai rinunciato.

Ma all’improvviso, come fosse più importante capire, che vivere quell’insperato contatto, Marcello si staccò.

-       Che sta succedendo, Tiziano?

-       Allora è proprio come temevo. Tu non mi ami più.

-       Certo che ti amo... ma... ma tu parli senza balbettare...

-       Ricordo tutto, Marcello. Dimmi come fai. Come fai ad amarmi ancora, con tutto quello che hai dovuto sopportare per colpa mia?

-       E’ incredibile. Ti è tornata la memoria. E ricordi proprio tutto?

Marcello era incredibilmente sorpreso.

-       Sì, e adesso dimmi, la sera che mi hanno sparato, cosa volevi fare? Cosa volevi dirmi?

-       Ormai non ha più importanza.

-       Non eri incazzato con me?

-       Ero più che incazzato. Poi ho sentito gli spari e, girato l’angolo, ti ho visto a terra. Allora mi è passato tutto. Ho avuto solo un’immensa paura di perderti. Tutto il resto è sparito di colpo, non contava più niente.

-       Hai ripagato il Boa per quello che ti ha fatto?

-       Con gli interessi. E’ spaventoso, ma ho provato un piacere incredibile a torturarlo. Ha fatto emergere una parte perversa di me che non conoscevo.

-       Mi dispiace, Marcello. Ti giuro che quando mi ha detto che, se non avessi pagato, se la sarebbe presa con ciò che avevo di più caro al mondo, ho creduto che volesse farmi saltare in aria il negozio. Se solo avessi immaginato che parlava di te, avrei rinunciato al prestito. Te lo giuro. Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, devi credermi. Ho tentato di ammazzarlo, per quello che ti ha fatto, ma mi è andata male e prima che ci riprovassi, lui mi ha messo fuori gioco.

-       Scalisi ha sostenuto che tu lo sapevi benissimo e che te ne sei altamente fottuto. Me l’ha ripetuto per tutto il tempo.

-       Se gli hai creduto, come cazzo fai a sopportare anche solo la mia presenza?

-       Ti confesso che progettavo di farla pagare anche a te, prima o poi, in un modo o nell’altro.

-       Con gli interessi?

-       Il giusto. Io non sono un usuraio. E dopo aver sistemato il Boa, mi è rimasta una bella attrezzatura.

-       Nel dubbio, potresti sempre usarla. Io non farei resistenza. In fondo, sarebbe solo una questione di giustizia.

Marcello sfoderò uno strano sorriso compiaciuto, con un’espressione quasi maligna, che Tiziano non gli aveva mai visto. Come fosse un invito a continuare, Tiziano riprese a sbottonare la camicia di Marcello, accarezzando quella pelle che ora ricordava benissimo. Il triangolo di peli scuri per cui lo prendeva in giro, chiamandolo Batman, gli addominali solidi, i capezzoli scuri. Slacciò in fretta la cintura, abbassò la zip. Marcello lo bloccò, allontanandolo. Forse il suo dubbio poteva essere svanito, ma la sua eccitazione si era ormai caricata di fantasie che desiderava applicare nella pratica.

Tiziano immerse uno sguardo interrogativo in quello di Marcello, provando uno strano brivido d’aspettativa. Si accorse di pendere dalle sue labbra.

-       Non è così semplice, Tiziano. Prima di tutto dovrai pregarmi. Pregarmi a lungo. E anche così, non è detto che tu riesca ad essere abbastanza convincente. Inoltre, d’ora in poi, dovrai ubbidirmi, qualunque ordine mi venga in mente di darti. Dovrai ubbidire ciecamente, senza fiatare. Saresti pronto a farlo?

Tiziano comprese che stavano per inaugurare un gioco delle parti, che non sarebbe mai stato lui a condurre. E sapeva anche che quel gioco gli sarebbe piaciuto. Più di ogni altra cosa, desiderava essere il suo schiavo. Percorso da un nuovo brivido, s’inginocchiò davanti a lui e gli rispose:

-       Tutto quello che vuoi, Marcello. Per farmi perdonare, tutto quello che vuoi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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