Samohrab

 

 

Samohrab riesce a parare il colpo e arretra. Sa che il duello si avvia alla fine e anche la sua vita. È un grande guerriero e mai gli era capitato di scontrarsi con un avversario più forte, ma quest’uomo con cui combatte accanitamente gli è superiore per vigore e abilità, come per statura. È un colosso, in grado di vibrare fendenti terribili.

Samohrab è sereno. Essere ucciso in duello da un guerriero valoroso è una buona morte, assai migliore della fine orribile di tanti suoi compagni.

Il suo avversario salta in avanti. A fatica Samohrab blocca la spada che cala su di lui, ma con un rapido movimento della lama il suo rivale gli fa cadere l’arma. Samohrab è disarmato. Attende il colpo che spegnerà la sua vita.

Il guerriero sorride e fa un cenno ai suoi uomini, che hanno seguito il duello senza mai intervenire. In un attimo gli sono addosso e lo legano.

Samohrab guarda il suo avversario:

- Mi hai battuto, uccidimi.

L’uomo ride. Ha una risata tonante.

- Ne parleremo.

Gli infilano un cappuccio in testa e lo fanno scendere lungo il sentiero. Un uomo sta al suo fianco e lo guida. Mentre cammina, Samohrab si chiede che cosa lo aspetta. Aveva sperato di essere ucciso in duello, ma l’uomo che l’ha sconfitto ha deciso altrimenti.

Di una cosa sola Samohrab è certo: la sua testa sarà inviata, con il cazzo e i coglioni in bocca, a Lazan, il nuovo re di Sjevekral. Lazan ha usurpato il trono e fa dare la caccia a tutti coloro che lottano per difendere l’erede legittimo e non riconoscono la sua autorità. Chi consegna la testa di un ribelle, con i genitali in bocca, riceve cinque pezzi d’oro: una somma alquanto consistente, che ha spinto molti guerrieri liberi a cacciare i ribelli. Bande di quindici-venti uomini hanno stanato coloro che ancora resistevano e uno dopo l’altro i compagni di Samohrab sono stati uccisi. Le loro teste sono ora infilzate su pali all’ingresso della capitale del regno. Tra poco ci sarà anche la testa del guerriero più valoroso, che sarà pagata ben dieci pezzi d’oro: una somma enorme. 

Ma prima che la sua testa sia messa in cima a un palo, che cosa succederà? Sarà stuprato, com’è avvenuto a tanti suoi compagni? È normale che il vincitore possieda colui che ha sconfitto, ma alcuni dei compagni di Samohrab sono stati violentati da tutti i componenti della banda, magari dopo essere stati catturati con trappole o con l’inganno: tra i guerrieri liberi molti sono individui abietti e sleali, senza onore.

E se decidessero di consegnarlo vivo? Lazan sarebbe ben contento di averlo nelle sue mani e farlo giustiziare pubblicamente. Di certo gli riserverebbe una morte terribile, com’è successo a Mlaratni, che è stato impalato e ha agonizzato per due giorni: uno spettacolo per la folla e un monito per chi vorrebbe opporsi all’usurpatore. Samohrab rabbrividisce.

 

Non percorrono molta strada. Due uomini guidano il prigioniero a sedersi in sella a un animale accovacciato al suolo.

- Stringi bene le gambe, altrimenti rischi di cadere quando si alza in volo.

Samohrab sa di trovarsi su un siskri, creature alate che spesso si mettono al servizio degli uomini o di altre stirpi, ma che di rado si trovano nelle terre densamente popolate dai figli di Eva. Si stupisce, perché pensava che gli uomini fossero venuti a cavallo: le montagne non sono così lontane dalla capitale.

Poco dopo sente la voce dell’uomo che lo ha battuto:

- Via!

Il siskri si alza in volo. Intorno a lui Samohrab sente il battere di ali di altre cavalcature. L’aria si raffredda: devono essere saliti parecchio e anche questo è strano, perché per raggiungere la capitale dovrebbero scendere. A tratti Samohrab si chiede se non lasciarsi cadere: sfracellarsi al suolo sarebbe una fine più rapida e meno infamante di quella che con ogni probabilità lo aspetta. Volano a lungo. Il freddo è intenso e Samohrab si sente intorpidito. Fa fatica a reggersi in sella. Il lasciarsi scivolare non è una scelta deliberata: è solo un rinunciare a resistere. Si è appena staccato dal siskri quando due mani possenti lo afferrano.

- Testa di cazzo!

La voce è quella del guerriero che l’ha battuto, che evidentemente gli volava vicino. L’uomo lo afferra e lo mette in sella davanti a sé. Gli passa un braccio intorno alla vita, per evitare che si lasci di nuovo cadere.

Questo corpo che preme contro il suo gli trasmette un po’ di calore. È una sensazione piacevole.

Il volo prosegue a lungo, ma dopo un po’ i siskri si abbassano e l’aria diventa meno fredda. Infine toccano il suolo.

- Scendi.

Samohrab obbedisce.

- Cammina.

Due uomini sono ai suoi lati e lo guidano. Devono trovarsi in un edificio, perché sotto di sé Samohrab può sentire un pavimento di pietre, liscio e regolare, e le voci rimbombano contro le pareti, che devono essere vicine. Camminano per un buon tratto: dev’essere un lungo corridoio. Poi incominciano a salire per una scala. Devono portarlo in una torre, molto alta. Salgono ancora e infine c’è il cigolio di una porta che viene aperta. Lo fanno entrare e gli tolgono il cappuccio. Sono in una stanza debolmente illuminata da una finestrella posta in alto. I due uomini gli slegano le mani, poi escono, chiudendo la porta dietro di loro. Samohrab si guarda intorno. Nella stanza ci sono solo un pagliericcio e una sedia. In un angolo un buco serve come gabinetto.

Poco dopo arriva il guerriero che l’ha sconfitto. Samohrab lo guarda. Ora può osservarlo con calma, perché non deve più combattere contro di lui. Lo supera di almeno un palmo, ha spalle larghe, torace muscoloso, braccia e gambe robuste. Ha la testa rasata e la fitta barba è nerissima, come gli occhi, in cui non è possibile distinguere le pupille dall’iride. Un figlio di Lilith, forse?

- Samohrab, il mio nome è Valikurac. Ti offro di scegliere tra due possibilità.

Samohrab è stupito di avere una scelta, anche se non è detto che una delle due alternative sia accettabile.

Valikurac prosegue, senza attendere una replica:

- La prima possibilità è che io t’inculi, visto che ti ho battuto in leale duello, poi ti uccida. In questo caso manderò la tua testa, con cazzo e coglioni in bocca, come richiesto, al re Lazan e ne riceverò venti pezzi d’oro.

Samohrab sapeva che sulla sua testa c’era una taglia di dieci pezzi d’oro, per cui aggrotta la fronte e chiede:

- Venti?

Valikurac ride:

- Sì, il re ha raddoppiato la ricompensa. Ci tiene ad avere la tua testa e i tuoi attributi.

Samohrab non dice nulla. L’idea di essere stuprato da questo colosso non gli piace: non è mai stato posseduto. Ma nel complesso la proposta è tutt’altro che disprezzabile: meglio essere ucciso da quest’uomo che l’ha battuto in duello, piuttosto che consegnato vivo. E meglio essere stuprato da un solo uomo che da venti o trenta, com’è successo ad alcuni.

- La seconda proposta è che tu ti unisca a me in un’impresa che mi preparo a compiere. I rischi sono molti e non è detto che tu ed io sopravviviamo. Se ci dovessimo riuscire, sarai libero e lontano da Lazan, dove nessuno può venirti a cercare.

Valikurac ha finito di parlare, ma Samohrab tace.

- E allora?

- In che cosa consiste questa impresa?

- Non posso dirtelo, prima che tu abbia accettato.

- Non posso accettare, senza sapere in che cosa consiste.

- Merda, Samohrab! Ci tieni a farti ammazzare? Non è meglio cercare di salvarti?

- Se non mi spieghi qual è l’impresa, non intendo partecipare.

- Sai qual è l’alternativa.

- Lo so. Se pensi che la morte mi spaventi, ti sbagli di grosso.

Valikurac, sibila, chiaramente irritato:

- Testa di cazzo! Qual è il problema?

- Te l’ho detto: non posso accettare di imbarcarmi in un’impresa senza sapere di che cosa si tratta. Non mi vendo alla cieca, neanche se il prezzo è la mia vita.

- Mi sono impegnato sul mio onore a non rivelare lo scopo della mia impresa a nessuno, ad eccezione di chi mi accompagnerà. Non posso dirtelo.

- Allora la mia risposta è no.

Valikurac annuisce.

- Va bene. Come vuoi. Ti do ancora due ore per pensarci.

Esce, sbattendo la porta dietro di sé.

Samohrab si siede. Sono le sue ultime ore di vita. La morte che lo attende è probabilmente rapida e non gli fa davvero paura. Da tempo, da quando ha scelto di schierarsi con l’erede legittimo e non con l’usurpatore, sapeva che sarebbe finita così: la sproporzione di forze era troppo grande. Lo stupro che sta per subire suscita in lui sensazioni contrastanti. Ha posseduto diversi uomini e ha sempre amato il gioco ruvido e brusco degli amplessi maschili. Ma non si è mai offerto a nessuno. Quest’uomo che sta per prenderlo lo ha vinto e il codice non scritto dei guerrieri gli dà il diritto di togliere la vita a colui che ha sconfitto o di farne il proprio schiavo. E uno schiavo può essere usato anche per il piacere. Samohrab farebbe volentieri a meno di ciò che sta per accadere, ma non può sottrarsi. E forse a una parte di lui non spiace sperimentare, prima di morire, ciò che si prova a essere preso da un altro maschio, un guerriero che lo ha lealmente battuto.

Due ore dopo Valikurac ritorna.

- Hai riflettuto sulla mia proposta?

- Sì.

In realtà non ha riflettuto sulla proposta, ma sulla propria morte e sullo stupro che sta per subire.

- E qual è la tua risposta?

- Non è cambiata.

- Testa di cazzo!

È la terza volta che questo guerriero si rivolge a lui così. Samohrab dice:

- Fai quello che intendi fare. È tuo diritto.

Valikurac annuisce. Dice:

- Vieni con me.

Escono dalla cella, salgono una rampa di scale e attraverso una porta bassa, che costringe il colosso a chinarsi, escono in un cortile. Samohrab si guarda intorno, disorientato. Intorno a lui ci sono le torri di un castello, ma com’è possibile che si trovino in un cortile, quando ci sono arrivati salendo una scala interminabile? Devono essere entrati da un ingresso sotterraneo.

Valikurac fa strada fino a un portone. Davanti ci sono un cavallo bardato e un servitore che ha in mano la spada di Samohrab. Il guerriero la prende e gliela porge.

- Mettitela alla cintura.

Samohrab non capisce. È perplesso. Quando Valikurac gli ha dato la spada, ha pensato che volesse affrontarlo di nuovo in duello, per ucciderlo. Ma può ammazzarlo senza un nuovo duello: l’ha già sconfitto. Il guerriero però gli ha detto di mettere la spada alla cintura. E allora?

Valikurac ordina:

- Sali a cavallo.

Samohrab obbedisce. Il guerriero gli porge una borsa.

- Ci sono un po’ di monete, per cavartela i primi giorni. Sei nel regno di Usredkral. Nessuno ti verrà a cercare qui.

Prima che Samohrab abbia il tempo di rispondere, Valikurac dà una violenta pacca sul culo del cavallo, che parte. Il portone è stato aperto dal servitore e Samohrab si trova a cavalcare su una stretta strada che dal castello scende verso la valle.

Ferma il cavallo e si guarda intorno. Il castello, alle sue spalle, è in cima a una montagna. Come ha pensato, devono essere arrivati da un ingresso aperto sul pendio, più in basso. Per quello sono saliti tanto. Davanti a lui la strada si snoda fino al fondovalle boscoso.

Samohrab è sconcertato. Valikurac non l’ha stuprato, non l’ha ucciso, non l’ha consegnato a Lazan. Gli ha donato un cavallo e delle monete. Ha cercato di convincerlo a partire con lui in missione, ma di fronte al suo rifiuto, gli ha reso la libertà.

Il suo comportamento scioglie i dubbi che Samohrab aveva: l’impresa che il guerriero si accinge a compiere non deve essere contraria al codice di comportamento di un guerriero leale.

Samohrab gira il cavallo e risale al castello. Il portone si apre: lo hanno visto arrivare. Valikurac è in piedi vicino all’ingresso.

- Che cosa vuoi, Testadicazzo?

Samohrab risponde:

- Vengo con te.

Sulle labbra di Valikurac appare un sorriso.

- È la prima cosa sensata che ti sento dire, Testadicazzo.

- Bene, allora puoi chiamarmi Samohrab e non Testadicazzo, che come nome non mi piace molto.

Valikurac ride, di nuovo la sua risata che è come un tuono.

- Va bene. Scendi da cavallo, TesSamohrab, e vieni con me.

Entrano in una stanza che affaccia sul cortile. Valikurac chiude la porta e fa cenno a Samohrab di sedersi.

Valikurac lo guarda con attenzione, poi dice:

- Sono contento che tu sia tornato indietro. Dubito che tu abbia fatto un buon affare, ma per me lo è.

- Adesso che ho accettato, mi puoi dire di che cosa si tratta.

- Sì, adesso sì. Conosci senz’altro le pietre della possanza.

- Certo. Quelle che danno un particolare potere a chi le possiede: so che alcune rendono invisibili, altre aumentano la forza, altre rendono più virili.

Valikurac ride nuovamente.

- Già, quelle sono molto ricercate tra i figli di Eva, ma anche tra i maschi di altre stirpi. E hai sentito parlare delle Nove Pietre Arcane?

- Le Nove Pietre Arcane? Sì, ma… non sono pietre che ci si può procurare, sono i talismani delle Grandi Forze.  

- Già. Tu li chiami talismani. Sono l’elemento attraverso cui il loro potere si manifesta. Se un uomo se ne impadronisse, non diventerebbe una Grande Forza, ma di certo avrebbe poteri enormi.

Samohrab aggrotta la fronte:

- Nessun uomo ha il diritto di impadronirsi delle Pietre Arcane.

- Certo, ma si dà il caso che qualcuno voglia farlo. Un uomo che possedesse una Pietra Arcana potrebbe conquistare uno dei sette regni. E forse più d’uno.

- È follia. Significherebbe rovesciare l’ordine delle cose.

- Qualcuno intende farlo. Non a tutti va bene quello che tu chiami ordine delle cose. C’è chi ha grandi ambizioni e non ha voglia di accontentarsi di quello che ha avuto in sorte.

- E che cosa dovremmo fare? Impedire questa follia?

- Sì, questo è il nostro compito.

- Ho capito. Spiegami in che modo possiamo fermare quel temerario.

- Per prima cosa dobbiamo raggiungerlo. Partiremo questa sera stessa per le terre all’estremo Occidente.

- Samar?

Samohrab ha spesso sentito parlare di questa città, che si trova al confine occidentale delle terre popolate dai figli di Eva: è un avamposto che non fa parte di nessuno dei sette regni, ma in cui i re mandano i loro uomini, per proteggere le vie commerciali che provengono da ovest.

- Oltre.

- La fortezza di Dubokvoda?

La fortezza è stata costruita ancora più a ovest, in un’area in cui non c’erano mai stati insediamenti umani, a guardia del guado sulla Grande Corrente.

- Ancora oltre.

- Non ci sono insediamenti dei figli di Eva.

- No, sono terre selvagge, popolate da giganti, nani e ogni tipo di creature.

Samohrab annuisce.

- Sarà un lungo viaggio. Non so esattamente dove siamo, ma dal regno di Usredkral alla fortezza credo che ci voglia oltre un mese a cavallo.

- A cavallo, sì. Ma noi voleremo.

- Sui siskri, vero? Mi era capitato di vederne, due volte, ma non ero mai salito su uno.

- Sì, questa volta bada solo a non cadere, Testadi

Valikurac s’interrompe e sorride. Poi riprende:

- Ci vorranno comunque diversi giorni: anche i siskri hanno bisogno di riposarsi, come i cavalli. Voleremo soprattutto la notte: è meglio che non ci facciamo vedere. Di sicuro qualcuno cercherebbe di fermarci.

- Chi vuole impadronirsi di una delle Pietre Arcane?

- Un uomo, discendente da due stirpi diverse. È lui che mira a ottenere una delle Pietre. O di più d’una.

- Più d’una? Ma è follia! Già impossessarsi di una mi sembra un’impresa impossibile. Più d’una… come può pensare di farlo?

- Chi riuscisse a impadronirsi di una delle Pietre potrebbe forse usarla per ottenerne anche una seconda e una terza, acquisendo un potere immenso. Arriverebbe a dominare tutte le stirpi e le Grandi Forze.

Il pensiero che un uomo possa tentare una simile impresa appare assurdo a Samohrab: per un figlio di Eva o di Lilith non è certo possibile vincere le Grandi Forze. Ma se qualcuno ci riuscisse, sarebbe una catastrofe.

- Siamo tu ed io da soli per questo compito? Tutti i re dovrebbero mandare i loro soldati.

Valikurac scuote il capo.

- Non si tratta di sconfiggere un esercito, ma di trovare quest’uomo e fermarlo, a ogni costo. Ma dobbiamo muoverci in segreto, altrimenti la nostra missione rischia di fallire.

Samohrab vorrebbe sapere di più, ma Valikurac preferisce non anticipare altro.

- Ci sarà tempo per tutti i dettagli. Adesso abbiamo qualche ora per riposare. Quando sorgerà la luna, partiremo. Viaggeremo tutta la notte, per cui è meglio se dormiamo un poco.

Un servitore accompagna Samohrab in una camera, con un letto. Il guerriero si lava e poi si stende. La stanchezza del combattimento e del lungo volo lo fa scivolare in fretta in un sonno profondo.

Lo sveglia lo stesso servitore, che gli porta nuove vesti e un mantello pesante. Samohrab si veste. Ritrova Valikurac in una sala, dove mangiano alla luce delle candele: dalla finestra si può vedere che il cielo è buio. È alquanto affamato, perché non tocca cibo da ventiquattr’ore. Dopo l’abbondante pasto raggiungono una sala sotterranea, dove si avvolgono nei mantelli e salgono sui due siskri. Una porta viene aperta e le due cavalcature si levano in volo.

Per Samohrab è la prima volta che vola potendosi guardare attorno, ma non riesce a vedere molto: la luna è solo un piccolo spicchio e poche stelle sono visibili, perché il cielo è in gran parte coperto da nuvoloni. La terra è una grande massa buia, in cui è difficile distinguere gli elementi del paesaggio.

Samohrab riflette sulla svolta del tutto imprevista che ha preso la sua vita. In mattinata combatteva una battaglia perduta, sapendo di andare incontro alla morte. Adesso si trova impegnato in una grande missione, di cui sa poco. È curioso di conoscere le terre occidentali, dove vivono molte creature di cui ha sentito parlare, senza averle mai viste. Anche i siskri, che provengono da quelle terre, di rado si spingono nei regni fondati dai figli di Eva.

Davanti a lui cavalca Valikurac, questo colosso che l’ha sconfitto e invece di ucciderlo gli ha offerto di prendere parte a questa missione.

Quando il primo chiarore appare a oriente, i siskri si abbassano fino a toccare terra in un’area montuosa. I due guerrieri cercano un posto riparato tra gli alberi, dove si stendono a dormire. È primavera e la temperatura è piacevole.

Samohrab si addormenta in fretta. Quando si sveglia, il sole è alto in cielo: dev’essere circa mezzogiorno.

Valikurac si è già alzato.

- È meglio che non ci muoviamo durante il giorno. Sanno quello che voglio fare e cercheranno di fermarci.

- Chi sono quelli che sanno? E come l’hanno saputo?

Valikurac scuote la testa.

- Posso dirti solo che qualcuno sa. Sono stato tradito e ora cercheranno di uccidermi per fermarmi.

Samohrab vorrebbe chiedere ancora, ma si rende conto che Valikurac non è disponibile a raccontare e non vuole insistere: avrà modo di scoprire qualche cosa di più nei prossimi giorni. Mangiano e poi dormono ancora alcune ore. Dopo il tramonto ripartono. Le nuvole sono scomparse e il cielo è perfettamente sgombro. La falce di luna e le stelle diffondono la loro luce. Fiumi e laghi hanno un riflesso argenteo e il profilo dei monti è ben visibile. È bellissimo contemplare la terra dall’alto, vedere il paesaggio cambiare, i monti lasciar posto alle colline e poi alla pianura, i fiumi formare laghi. Nuovamente compaiono colline e poi altri monti: terre che Samohrab non ha mai visitato. Qua e là alcune luci segnalano la presenza di una città.

Il giorno seguente, dopo aver dormito e mangiato, Samohrab pone alcune altre domande:

- Quanto tempo ci vorrà?

- Ci vogliono cinque notti di volo per arrivare in una valle un po’ oltre il guado di Dubokvoda, dove i siskri ci lasceranno.

- Saremo giunti alla meta?

- No, certamente. La meta è oltre, ma nessun siskri sarebbe disponibile a portarci più in là. Hanno paura.

- Sulle terre oltre il confine occidentale circolano molte storie.

Valikurac alza le spalle.

- Tutte le terre oltre i confini presentano pericoli. Ci sono forze che nessun uomo può controllare. Sai che a oriente vivono i draghi. A occidente non ci sono, a meno che qualcuno di loro non si sposti.

- Ci mancherebbe solo un drago!

- Se un uomo s’impadronisse di una delle Pietre Arcane, potrebbe comandare anche ai draghi. Non ti piacerebbe? Potresti servirti del drago per eliminare Lazan e rimettere sul trono il tuo re.

- Non ho mai pensato a questa possibilità.

- Allora, non ti piacerebbe avere una delle Pietre Arcane?

- Non penso che sarebbe una buona cosa. Non credo che noi uomini saremmo in grado di controllare il potere di questi talismani. Non sono fatti per noi.

Valikurac annuisce.

- Per questo ho bisogno di te per questa missione. Non potevo farmi accompagnare da qualcuno che poi cedesse al potere della Pietra.

- Come facevi a sapere che ero io l’uomo che ti serviva?

- Sapevo che eri un forte guerriero e che eri leale. Ormai Mlad è stato sconfitto e combattere ancora per lui non ha più senso. Ma tu per lealtà non ti sei arreso, non sei scappato in uno degli altri regni, anche se sai benissimo che ormai non c’è più niente da fare.

- E ti sei messo a cacciarmi.

- Eh sì, dovevo trovarti prima degli altri. E ti cercavano in molti. Venti pezzi d’oro, cazzo! Non sono pochi.

- Chi sei, Valikurac? Sei un figlio d’Eva?

- Mio padre lo era, mia madre era una figlia di Lilith. Tu invece sei un figlio d’Eva, vero?

- Sì. Raccontami della tua vita.

- Di cose da raccontare ne avrei, ho avuto una vita avventurosa. La mia famiglia viveva ai confini orientali del regno di Istokrali. Lì ho avuto modo di conoscere molti degli esseri che popolano quelle regioni e ho imparato tante cose. Poi ho viaggiato molto, per gusto dell’avventura. Mi piace conoscere nuove terre e nuove genti e spesso mi ficco nei guai: non ho paura e ho affrontato tanti tipi di esseri, qualche volta cavandomela per un pelo. Mi piace combattere. E anche uccidere. Ti avrei ucciso volentieri, perché sei un guerriero valoroso. Gli uomini delle tribù del nord infilano le teste dei nemici uccisi su dei pali davanti alle loro case. La tua ci starebbe bene. Sarebbe un onore averla.

- Grazie! Meno male che ti servivo per questa missione.

- Se non avessi avuto bisogno di te, non mi sarei messo alla tua ricerca. Venti pezzi d’oro sono una bella somma, ma per quel che mi riguarda, Lazan può metterseli in culo.

Valikurac ride e aggiunge:

- Glielo riempirebbero bene, come un grosso cazzo.

Samohrab annuisce, senza dire nulla. Di certo se fosse stato consegnato a Lazan, la sua fine sarebbe stata orribile.

Valikurac riprende:

- Raccontami un po’ di te.

- Non c’è molto da raccontare. Provengo da una famiglia di guerrieri, che sono sempre stati al servizio del re di Sjevekral. Mio padre è morto non molto tempo fa. Era nel consiglio del re. Ho combattuto in diverse occasioni, ma sempre solo contro uomini e delle creature che vivono oltre i confini ho solo sentito parlare. Mi è capitato due volte di vedere i siskri e a volte qualche altro essere che svaniva subito.

- Già, coloro che non appartengono alle stirpi di Adamo non amano le terre dove gli uomini sono molto numerosi.

 

Dopo la quarta notte scendono ai piedi dell’altopiano su cui sorge Samar. I siskri hanno volato a lungo e ormai il sole è sorto, quando si fermano in una radura nei pressi di un laghetto. In quest’area, ai margini delle terre popolate dai figli di Eva, vi sono pochi insediamenti umani, per cui il rischio di essere avvistati è minimo, e in ogni caso la presenza dei siskri non stupirebbe nessuno, perché in questa zona sono numerosi.

I due guerrieri dormono a lungo: ormai si sono abituati a riposare di giorno e vegliare la notte, per cui il loro sonno è continuo. A un certo punto Samohrab si sveglia, con la sensazione di aver sentito un rumore.

Ai margini della radura sono apparsi alcuni uomini armati. Samohrab si alza di scatto, afferrando la spada.

- Chi siete?

Ha parlato ad alta voce, in modo da destare anche Valikurac, che in un attimo è in piedi accanto a lui. Gli uomini non rispondono. Si guardano incerti: sono in sei e quindi in netto vantaggio numerico, ma si rendono conto di avere di fronte due avversari temibili.

È chiaro che i sei contavano di sorprenderli nel sonno e probabilmente ucciderli: devono essere briganti. Nelle terre di confine sono numerosi gli uomini che sono fuggiti dai loro paesi, per evitare di essere giustiziati. Alcuni sono guerrieri che si sono schierati dalla parte sbagliata in qualche conflitto interno, com’è successo a Samohrab. Più spesso sono criminali, ricercati per un omicidio o un furto. Altri sono disertori. Molti vivono assaltando i viaggiatori privi di una scorta adeguata.

Uno degli uomini sorride, aprendo una bocca in cui mancano diversi denti, e dice:

- Passavamo di qui e volevamo bagnarci al laghetto. Non volevamo mica disturbare.

L’uomo fa due passi avanti, sorridente, ma dalla sua postura e da quella degli altri è chiaro che stanno per attaccare. Samohrab non lascia la spada e Valikurac è altrettanto vigile. Dopo un attimo è lui a dire:

- Ancora un passo e ti trovi due spanne di acciaio in pancia.

L’uomo ride, guarda gli altri e dice, con un cenno d’intesa:

- Allora togliamo il disturbo, vero, ragazzi?

E mentre lo dice, tutti e sei balzano in avanti.

I sei cercano di circondare i due guerrieri, approfittando della loro superiorità numerica, ma scoprono subito di avere a che fare con avversari eccezionali. Dopo un rapido scambio con quello che forse è il capo dei briganti, Valikurac mantiene la sua promessa: la sua spada s’infila nel petto dell’uomo, che strabuzza gli occhi e quando Valikurac ritira la spada, cade a terra. Samohrab non ha difficoltà a uccidere un altro degli assalitori. I quattro rimasti sono disorientati, ma non rinunciano. Uno ferisce di striscio Samohrab alla spalla sinistra, ma riceve in cambio la lama nel ventre. Valikurac si trova ad affrontare gli altri tre, ma quando Samohrab si scaglia su di loro, uno fugge. Valikurac cala la spada sul collo di uno degli avversari, decapitandolo, mentre Samohrab uccide un altro dei briganti. L’ultimo rimasto si sta allontanando di corsa e ha gettato la spada, ma Valikurac lo insegue, lo raggiunge con pochi salti e lo abbatte.

Ora ci sono quattro cadaveri e due moribondi, che Valikurac finisce.

- Poveri stronzi. Hanno sbagliato bersaglio.

- Non pensi che volessero uccidere proprio noi? Potrebbero essere stati mandati da quelli che vogliono fermarci.

- No, questi erano banditi da quattro soldi.

Samohrab annuisce, senza dire nulla. È il suo compagno a continuare:

- Adesso però ho bisogno di lavarmi.

Valikurac si spoglia in fretta e Samohrab lo imita: anche lui fa un bagno volentieri, perché in questi giorni non hanno mai avuto occasione di immergersi. Inoltre la giornata è calda e il combattimento li ha fatti sudare molto. Vuole anche lavare bene la ferita, che è comunque molto superficiale.

Samohrab guarda il compagno, che gli dà la schiena. Un corpo forte, una leggera peluria sulle gambe e sulle braccia, appena un velo sul culo. Il desiderio si desta: da troppo tempo non scopa.

Valikurac si volta. Samohrab lo fissa, sgomento: contro il ventre batte, rigido come un bastone, il più grosso cazzo che Samohrab abbia mai visto. Tutto nel suo compagno è fuori misura, ma questo membro è davvero inquietante.

Valikurac ride e dice:

- Te l’ho detto che mi piace uccidere. Mi viene duro.

Valikurac si volta ed entra nella pozza. Samohrab fa lo stesso. Nuotano, s’immergono, si lavano e infine riemergono. Valikurac ha ancora il cazzo duro.

- Che ne diresti di divertirci un po’, Samohrab?

Samohrab esita. Ha voglia di scopare, ma non se la sente di lasciarsi prendere: non l’ha mai fatto e questo colosso non è certo l’uomo adatto per incominciare. Risponde:

- Non credo che reggerei il tuo spiedo. Mi sa che sia come finire impalati.

Valikurac ride.

- No, no. Sta’ tranquillo. Ma puoi incominciare tu.

Con un movimento rapido, il colosso si mette a quattro zampe, offrendo il culo a Samohrab, che rimane senza parole. Il sangue affluisce al cazzo, che si rizza. Samohrab sa che se prenderà Valikurac poi dovrà offrirglisi: non farlo non sarebbe leale. L’idea lo sgomenta, ma ora non riesce a frenare il suo desiderio, che è troppo forte: il guerriero è disorientato, perché non ha mai provato nulla del genere. Non è capace di controllarsi e già le sue mani stringono vigorosamente il culo che gli si offre. Si inumidisce la cappella e preme contro l’apertura. Vorrebbe entrare con delicatezza, ma non riesce a trattenersi e spinge con forza, travolto dal desiderio. La carne che ha forzato gli trasmette una sensazione di piacere intensissima, come ben di rado gli è capitato di provare.

Fotte a lungo, con grande gusto, perdendosi completamente in questo gioco violento dei corpi. Infine il piacere esplode, violentissimo, e mentre il seme si rovescia nel culo di Valikurac, questi emette un suono strozzato e viene. Samohrab è stupito che questo forte guerriero sia venuto mentre lui lo possedeva.

Lentamente il respiro si calma e Samohrab assapora la sensazione di benessere che la scopata gli ha trasmesso. Un pensiero contribuisce alla sua tranquillità: ormai Valikurac è venuto, per cui non lo prenderà più. Samohrab si ritrae e scivola a terra, stendendosi sull’erba. Valikurac si mette di fianco a lui.

- Soddisfatto?

- È stato grandioso.

- Lo sarà anche per te.

Samohrab s’irrigidisce. Valikurac se ne accorge e ride:

- Non temere. Ti farà male, ma il piacere sarà più forte.

Samohrab non è per niente convinto: è sicuro che il dolore cancellerà ogni sensazione piacevole, ma gli sembrerebbe indegno sottrarsi.

Rimangono distesi un buon momento. La luce del sole sembra giocare tra le foglie smosse del vento e sui loro corpi chiazze di luce e di ombra danzano. Samohrab si accorge che il cazzo di Valikurac si sta nuovamente tendendo. Non si stupisce quando il guerriero gli dice:

- Adesso tocca a te.

Samohrab si rassegna.

Si volta e si mette a quattro zampe. Sente la pressione del cazzo di Valikurac contro il suo culo. Valikurac entra con lentezza, ma avanza in modo inesorabile. Samohrab chiude gli occhi. Il dolore è tanto forte da farlo rabbrividire, ma con stupore avverte anche che il desiderio si desta in lui. L’uomo continua ad avanzare e la pressione, ormai intollerabile, aumenta, fino a che Samohrab sente il ventre del compagno aderire al suo culo. Sta sudando e il dolore è violento, eppure il cazzo gli s’irrigidisce. Sente la mano di Valikurac accarezzargli i coglioni, poi stringere con forza il culo. Il cazzo lentamente si ritira, ma quando è quasi del tutto fuori, avanza di nuovo, con un movimento brusco. Il fiato gli manca.

Valikurac ritrae nuovamente il cazzo e lo spinge con maggiore vigore. Samohrab quasi perde l’equilibrio. Gli sembra che gli stiano infilando una spada in culo eppure ha il cazzo teso, gonfio di sangue. Dolore e piacere si mescolano, entrambi forti, ma il piacere cresce ancora. Valikurac arretra ancora e spinge nuovamente, con un movimento ancora più deciso, che strappa un gemito a Samohrab.

Il colosso fotte con grande energia e Samohrab fluttua tra un dolore intenso e un piacere ancora più forte. E quando infine Valikurac viene, anche Samohrab sente il getto prorompere e gli sfugge un grido: ha nuovamente goduto, intensamente.

Valikurac esce da lui e si stende sull’erba. Samohrab si sdraia anche lui, sulla schiena. Il dolore al culo è forte, ma c’è anche una sensazione di benessere.

 

Rimangono al laghetto fino a sera. Per tutto il giorno, Samohrab è molto pensieroso. Valikurac non dice nulla: ha capito che il suo compagno ha bisogno di un po’ di tempo per abituarsi all’idea di quanto è successo e rispetta il suo silenzio. Samohrab glien’è grato.

Quando il sole tramonta, i due guerrieri salgono sulle loro cavalcature, che si levano in volo. Si dirigono all’altopiano alla cui estremità sorge Samar. Il cielo è limpido, una mezza luna brilla e illumina il paesaggio. La città appare in lontananza ed è uno spettacolo affascinante: le sue torri slanciate verso l’alto si ergono su un rilievo che ne accentua la verticalità. La luce lunare accende di riflessi argentei il fiume che scorre intorno alle mura e poi precipita nell’abisso, là dove l’altopiano termina bruscamente. Superato il bordo, Samohrab può vedere, la cascata, illuminata direttamente dalla luna: davanti al salto d’acqua vi è un arcobaleno bianco. Samohrab lo fissa stupito: non ha mai visto uno spettacolo del genere. Molto più in basso, dove l’acqua della cascata forma un lago, inizia l’immensa massa oscura della Foresta Purpurea. Oltre si trovano la Grande Corrente e le Terre Alte, loro meta. I due siskri però non procedono verso le montagne che si trovano oltre la pianura, ma virano verso nord-ovest, costeggiando le pareti rocciose che scendono verso la pianura sottostante.

I siskri si abbassano e si fermano tra alcune rovine poste su una sporgenza rocciosa, sul bordo dell’abisso. Samohrab è stupito: la notte è appena agli inizi e fino a ora non hanno mai interrotto il volo.

Il luogo in cui sono scesi è in parte immerso nell’ombra. Samohrab guarda i muri diroccati e prova un senso di disagio profondo. Le rovine gli sembrano sinistre.

- Come mai ci siamo fermati?

- Voglio vedere se qui posso trovare qualche cosa che ci serva per la nostra missione. Questo è il castello del Signore delle Alture. Quanto ne rimane. È stato distrutto pochi anni fa.

- Chi era il Signore delle Alture?

- Un figlio di Lilith, che aveva grandi poteri e sognava di dominare su tutto questo territorio. Ma commise diversi errori e alla fine fu ucciso. Il suo cadavere arse nell’incendio che distrusse il castello, ma la sua presenza non è del tutto scomparsa da questi luoghi.

- È per questo che avverto una sensazione spiacevole?

- Sì, senz’altro. Aspettami qui.

Valikurac si muove tra le rovine. A un certo punto scompare alla vista. Torna dopo un buon momento.

- Speravo di trovare qualche cosa che potesse servirci, ma non è rimasto nulla. Il Signore aveva raccolto diversi oggetti magici, ma non c’è più nulla di utile. Merda!

- È stato tutto distrutto. Come pensavi di trovare qualcosa ancora intatto?

- Ci sono oggetti incantati, che nessun incendio può distruggere.

- Ma come trovarli in queste rovine?

- Potrei sentirne la presenza, se fossero ancora qui, ma non è rimasto nulla. Chi ha distrutto questo castello sapeva che cosa faceva. Di certo ha castrato il Signore, dopo averlo ucciso, e ha portato via ciò che si sarebbe potuto utilizzare. Inutile restare qui. Riprendiamo il viaggio.

Samohrab è contento di lasciare le rovine. Salgono sui siskri, che ora puntano decisamente a occidente, sorvolando la pianura. Man mano che si avvicinano al fiume e alle montagne Samohrab scorge in lontananza, più a sud, diverse aree luminose. Non sa di che cosa possa trattarsi. Di certo non insediamenti dei figli di Eva, perché non ve ne sono oltre Samar, a parte la fortezza al guado.

Infine i siskri raggiungono i monti, s’infilano in una valle e poco dopo atterrano su una sporgenza rocciosa. I due guerrieri scendono dalle loro cavalcature, che ripartono subito: non hanno piacere di rimanere tra questi monti, dove sono molte le minacce.

- Bene. Siamo giunti fin qui. Ora dobbiamo proseguire, evitando di incontrare i giganti solitari, che sono piuttosto numerosi da queste parti. E non sono un bell’incontro.

- Immagino. Adesso però dovresti dirmi di più su che cosa ci aspetta.

- Sì, certo. Come prima cosa, dobbiamo trovare un guerriero, che ha raggiunto queste terre prima di noi, ma nessuno deve sapere che lo stiamo cercando. Ti spiegherò quando sarà giunto il momento. Dipende da questo guerriero se l’uomo di cui ti parlavo potrà conquistare una Pietra Arcana o no. Non ci possiamo fidare di lui, ma dobbiamo parlargli, altrimenti la nostra missione è destinata al fallimento.

Samohrab annuisce, senza dire nulla. Si guarda intorno, curioso. La luce lunare lascia scorgere grandi pareti rocciose che s’innalzano quasi verticali. Non sembrano esserci alberi, ma solo nuda pietra. Grandi massi dalle strane forme proiettano le loro ombre sul sentiero che si apre davanti a loro: sembrano mostri, creature demoniache come quelle che vivono più a occidente e a volte si spingono fino in queste terre. Non si sentono versi animali o altri suoni della natura; solo, molto lontano, un rumore intermittente, come di tuoni, ma il cielo è sereno. Il paesaggio è inquietante, ma Samohrab ne è affascinato.

Seguono un sentiero, una traccia che si inerpica tra le pareti, ma che a tratti scompare. Più volte devono arrampicarsi, su pareti che la luce lunare illumina debolmente. Valikurac sembra sapere dove va. Samohrab lo segue. Dopo aver scalato un roccione, trovano uno stretto sentiero che corre sul fianco della montagna. Lo percorrono con cautela, tenendo una mano sulla parete rocciosa: ora la montagna è immersa nell’ombra e riescono a malapena a vedere dove mettere i piedi. Di fianco a loro si spalanca un abisso, avvolto nell’oscurità. Basterebbe un passo falso per precipitare.

Camminano a lungo, poi Valikurac si ferma. Samohrab lo imita. Non capisce per quale motivo il suo compagno non proceda ma, guardando nell’oscurità davanti a loro, scorge due piccole luci rossastre. Per un attimo si chiede che cosa possa essere, poi capisce: sono gli occhi di qualche animale, occhi che brillano nell’oscurità più completa.

Samohrab è coraggioso, ma l’idea di dover affrontare nell’oscurità creature sconosciute lo mette a disagio. Valikurac ha sguainato la spada. Le due luci rimpiccioliscono, sono solo due piccole linee orizzontali, poi risuona un verso selvaggio, quasi un ruggito, e le due luci si avvicinano rapidamente. Samohrab vede appena una sagoma, poi un altro verso, un grido di dolore. Le luci scompaiono, qualche cosa precipita nell’abisso. Samohrab rimane in ascolto, ma non sente quando il corpo tocca il fondo: sembra che sia stato inghiottito nel nulla.

- Un risvuk. Niente di cui preoccuparsi.

Samohrab non conosce i risvuk. Sta per chiedere di che animale si tratta, quando gli pare di avvertire, lontanissimo, un tonfo. Solo ora l’animale ha raggiunto il fondo del precipizio? Quant’è profondo l’abisso sul cui bordo si muovono? Non dice nulla, non è neppure sicuro di aver sentito il rumore.

Procedono ancora. Il sentiero sembra diventare sempre più stretto. Ora riescono appena a poggiare il piede. Che cosa faranno se il passaggio continuerà a restringersi?

- Qui, a destra, dobbiamo infilarci tra queste rocce.

Samohrab intravede la massa scura del corpo del compagno scomparire tra i massi. Lo segue. Valikurac lo guida con la voce.

- Devi salire.

Samohrab cerca appigli che non può vedere e lentamente si arrampica. Ora il buio è assoluto.

- Dammi la mano.

Samohrab tende la mano verso l’alto. Valikurac la prende e lo issa. Gli tiene la mano e lo conduce per un tratto. Ci sono rocce a destra e a sinistra, ma il terreno è in piano. Infine Valikurac si ferma e dice:

- Qui possiamo stenderci.

Samohrab è stanco. Hanno camminato e si sono arrampicati per molte ore, in uno stato di continua tensione. Si siede. Sembra esserci uno spazio abbastanza grande. Il buio e il silenzio li avvolgono completamente. Samohrab si stende e il sonno lo avvolge in fretta.

Quando si sveglia, si mette a sedere. I raggi del sole non entrano direttamente nella caverna in cui si trovano, ma la luce è sufficiente per vedere che sono in una grotta. In una parete si apre una fenditura: il passaggio da cui sono entrati.

Anche Valikurac si desta e si solleva. A Samohrab pare di vedere che i pantaloni del compagno sono tesi sul davanti.

- Dove siamo, Valikurac?

- Poi ti spiego. Prima però…

Valikurac tende una mano e lo afferra. Samohrab non oppone resistenza. Gli sembra di non avere più una volontà propria. Lascia che il compagno lo guidi a sdraiarsi a terra e gli cali i pantaloni. Avverte nuovamente la pressione contro l’apertura e poi il grosso cazzo che entra in lui. Nuovamente il dolore violento e il piacere altrettanto intenso. Samohrab cancella dalla sua mente ogni pensiero, abbandonandosi completamente alle sensazioni violentissime che il cazzo di Valikurac gli trasmette. Dopo una lunga cavalcata vengono insieme.

Poi si rimettono a sedere. Valikurac spiega:

- Siamo sui monti, ma questo l’hai capito da solo. Non ci sono strade e non è saggio percorrere le poche piste che attraversano queste terre. Si possono fare brutti incontri. E non intendo un risvuk, che vuole sbranarti, ma che puoi uccidere con la spada. Molto di peggio. Sai che non dobbiamo farci scoprire.

- Tu conosci bene queste montagne. La via che hai scelto… mi chiedo come cazzo hai fatto a ritrovarla al buio, anche se la conoscevi.

- Ho studiato a lungo la strada da percorrere.

- Sono curioso di vedere dove siamo. Posso affacciarmi o c’è il rischio che qualcuno mi veda?

- Se rimani un po’ nascosto, non c’è problema.

Samohrab s’infila nella fenditura e percorre lo stretto passaggio fino al punto dove si apre. Si affaccia, cercando di rimanere nascosto. Davanti a lui una successione di montagne, alcune coperte di vegetazione, altre spoglie. Ai suoi piedi un abisso vertiginoso. Ieri sera si sono arrampicati, sfruttando alcuni spunzoni di roccia, ma è stata una follia. Dovranno scendere di qui?

Valikurac lo ha raggiunto e le sue parole rispondono alla domanda che Samohrab si è posto.

- Non passeremo di qui, ma dall’altra parte.

Samohrab non ha notato altri passaggi, ma non ha esaminato le pareti della grotta.

- Spero che sia meglio di questa via. Mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare senza cadere e sfracellarci in fondo al burrone.

Valikurac ride, senza aggiungere nulla.

Ritornano nella grotta e mangiano un po’ delle provviste che hanno con sé.

- Ora seguimi.

Samohrab è curioso di capire dove si dirigeranno: le pareti della grotta sono molto irregolari, piene di sporgenze e rientranze, che possono nascondere un passaggio.

Valikurac inizia ad arrampicarsi e Samohrab lo guarda stupito: non capisce dove intenda passare, perché la volta della grotta non è alta e non si vede nessuna apertura.

Lo segue senza fatica: gli appigli sono numerosi. La testa di Valikurac scompare dietro una sporgenza, a metà parete e poi è l’intero corpo che viene nascosto. Quando Samohrab raggiunge il punto in cui si trovava il suo compagno, vede che si apre un cunicolo quasi verticale, una specie di camino, stretto e irregolare. Valikurac procede. Non è difficile trovare appigli, ma ben presto ogni luce scompare e sprofondano in un’oscurità totale. Il passaggio è stretto, ma il buio rende difficile trovare gli appigli per issarsi. Ci sono mutamenti bruschi nell’inclinazione e occorre procedere con grande cautela. Più volte Samohrab sente sopra di sé la roccia, perché il cunicolo ha una curva. Ogni tanto Valikurac gli dice di fare attenzione a un brusco cambio di direzione. Ci sono tratti in cui procedono quasi in orizzontale, altri in cui si arrampicano in verticale o strisciano lungo un pendio.

Infine Samohrab vede una luce. Può vedere dove attaccarsi e l’ultimo breve tratto viene percorso rapidamente. Escono, trovandosi su una piattaforma rocciosa.

Il paesaggio che si presenta ai suoi occhi è selvaggio: non c’è traccia d’insediamenti, né umani, né di altre specie viventi. Le montagne sono alte e in cima ad alcune si può vedere la neve. Le pareti sono spoglie: la rada vegetazione è costituita da arbusti; solo in basso, nelle vallate, le foreste formano macchie scure.

- Sarà tutto così? Voglio dire, ci muoveremo sempre di notte sull’orlo di precipizi o di giorno in cunicoli tanto bui che non si vede un cazzo?

Valikurac sorride.

- Va bene se il problema è solo che non si vede un cazzo. Puoi fare tanti incontri e ci sono esseri che ci vedono benissimo anche nel buio più completo. Quanto allo sfracellarsi in un precipizio, è sempre meglio che incontrare certi esseri.

- Certo che sei incoraggiante…

- Ti dico le cose come stanno.

- Ho capito. Di qui come procediamo? Ci lasciamo scivolare lungo questa parete?

- No, saliamo ancora.

Samohrab guarda in alto: la cima della montagna è vicina e non è innevata. Una volta arrivati in vetta, che cosa possono fare?

- E poi? Spicchiamo il volo?

- No, scendiamo dall’altra parte.

- Non c’è il rischio che ci vedano? Sotto mi hai detto di rimanere nascosto.

- Qui in alto è difficile che qualcuno ci veda e dall’altra parte possiamo scendere al riparo.

Raggiungere la vetta non è semplicissimo, perché le pareti della montagna sono piuttosto scoscese, ma almeno possono vedere dove mettono le mani e i piedi. Giunti quasi in cima, uno stretto passaggio permette loro di raggiungere un canalone che scende, con una forte inclinazione. Infilandosi tra le due pareti possono scendere rimanendo abbastanza nascosti, ma muoversi non è facile: ci sono tratti quasi verticali e altri dove il terreno è coperto di pietre che al loro passaggio si muovono, rischiando di farli cadere o di provocare una frana.

A un certo punto una pietra su cui Samohrab ha messo il piede si stacca, facendo smuovere le altre e provocando la caduta di entrambi.

- Merda!

- Non ti lamentare, Samohrab. Se piove sarà peggio. Molto peggio.

Samohrab alza lo sguardo al cielo. Nuvoloni neri si stanno addensando.

- Merda!

Poco dopo si trovano in una nuvola. Percorrono un canalone, per cui non rischiano di sbagliare strada, ma in queste condizioni non possono vedere quello che c’è sotto.

Di lì a poco incomincia a piovere. In breve le pietre sono tutte bagnate e rimanere in piedi diventa sempre più difficile. Più volte scivolano e cadono a terra. All’ennesima caduta Samohrab scivola per un lungo tratto lungo il pendio inclinato, trascinando con sé diverse pietre. Si rialza con diverse piccole ferite.

- Merda!

- Poteva andarti peggio.

Samohrab non risponde: gli verrebbe da mandare a quel paese Valikurac e preferisce non farlo, anche perché sa che in effetti le pietre avrebbero potuto ferirlo in modo ben più grave.

Quando infine raggiungono la base della montagna, sono fradici, infreddoliti e stanchi.

- Sarà tutto così, Valikurac?

- Potrebbe essere peggio, molto peggio.

- Sei sempre molto incoraggiante.

- Me l’hai già detto. Avrai modo…

Valikurac s’interrompe di colpo, guardando alle spalle di Samohrab. Questi si volta.

- Oh, merda!

Su di loro incombe un gigante, un Solitario. Era dietro un torrione roccioso e deve averli sentiti parlare o forse ha avvertito il loro odore: quelli della sua stirpe hanno un olfatto molto sviluppato. Samohrab salta di lato, mentre Valikurac ha già sguainato la spada e balza in avanti. Per quanto di alta statura, appare un nanerottolo a fianco del gigante, che ha alzato la grande mazza e fa per abbatterla sul guerriero. Questi però s’infila tra le sue gambe e gli passa dietro. Alla grande statura dei Solitari si accompagna una certa lentezza di riflessi. Prima che il gigante si sia voltato, Valikurac gli ha infilato la spada nella gamba, dietro il ginocchio: uno dei punti migliori per colpire e uno dei pochi raggiungibili, perché più in alto delle gambe, neanche il guerriero può arrivare.

Il gigante lancia un urlo e barcolla, mentre cerca di voltarsi. Samohrab ne approfitta per saltare di lato e colpirlo dietro l’altro ginocchio. Un nuovo grido e l’enorme corpo vacilla, poi cade, ma si appoggia contro la parete per cui solo le gambe sono a terra. La mazza quasi travolge Samohrab, che riesce appena a scansarla.

Samohrab trafigge la mano destra. Valikurac è tra le gambe del gigante, da cui il sangue cola abbondante, e gli infila la spada nel ventre. Il Solitario geme e stende la mano sana per afferrarlo, ma un fendente vibrato da Samohrab quasi gli recide il polso. L’urlo del gigante risuona altissimo e viene ripetuto dalle pareti rocciose: sembra che decine di giganti urlino. Valikurac balza su una gamba del Solitario e gli infila la spada nel fegato. La testa del gigante ciondola e infine ricade in avanti, inerte.

- Ci è mancato poco…

- Già.

- Valikurac, ho l’impressione che tu porti sfiga.

- Sarebbe?

- Se dici che può andare peggio, immediatamente va peggio. Dovresti evitare di fare l’uccello del malaugurio.

Valikurac grugnisce qualche cosa di indistinto, poi dice:

- Allontaniamoci da qui. Questa non ci voleva. Le sue urla le hanno sentite tutti.

Si avvia e Samohrab lo segue.

La nebbia si è un po’ sollevata e davanti a loro appare un bosco. Samohrab è contento di ritrovarsi tra alberi e non più su pendii spogli.

Seguono una traccia che si addentra nel bosco: un percorso che non presenta nessuna difficoltà, perché i tronchi sono distanziati e le chiome non sono fitte, per cui la luce arriva fino a terra. Il sottobosco è rado e non copre mai la traccia che stanno seguendo. Tra gli alberi possono vedere qua e là distese di piccoli fiori viola, che formano chiazze più scure.

- Qui ci si muove molto meglio. E adesso non mi dire che potrebbe capitarci qualche cosa di brutto, perché ci capiterebbe subito.

Valikurac ride.

- Avremmo potuto prendere questo sentiero subito. I rischi ci sono, come ti ho detto, rischi di brutti incontri, ma non di sfracellarsi in un dirupo o di essere travolti da una frana. Questa pista però è sorvegliata e qualcuno avrebbe sicuramente cercato di fermarci, facendoci cadere in qualche trappola: vogliono impedirmi di portare a termine la nostra missione. E poi naturalmente ci sono vari esseri che aspettano al varco chi passa per mangiarselo o per fotterlo. La via che abbiamo seguito è un po’ più disagevole…

- Un po’ più disagevole… lasciamo perdere.

- …un po’ più disagevole, ma ci ha permesso di arrivare fin qui senza problemi.

Samohrab inarca le sopracciglia e guarda Valikurac, che lo ignora e procede:

- Il guerriero che dobbiamo raggiungere sta percorrendo questa stessa pista. Non dovrebbe avere molto vantaggio su di noi, per cui spero di ridurre la distanza e domani o dopodomani di incontrarlo.

- Mi hai detto che da lui dipende se quel temerario potrà impadronirsi di una delle Pietre Arcane.

- Sì, per questo devo incontrarlo. Quando l’avremo trovato, ti spiegherò tutto. Per il momento, pazienta.

- Va bene.

Camminano in fretta e proseguono fino a notte inoltrata: sostano solo quando Valikurac avverte qualche pericolo. La luce della luna è sufficiente per seguire il sentiero.

Infine si fermano. Lasciano la pista e si mettono poco lontano, tra alcuni cespugli.

- Dobbiamo fare i turni e dormiremo pochissimo, perché ci alzeremo prima dell’alba. Ma conto domani in serata di raggiungere il guerriero. Farai il primo turno. Chiamami quando la luna tramonta.

Valikurac si stende. Samohrab si siede e rimane vigile, in ascolto. Non sembra esserci nessuna minaccia. La foresta è silenziosa: solo ogni tanto si sente qualche verso animale. Un po’ di vento porta un odore intenso, che Samohrab non sa riconoscere: si direbbe il profumo di fiori che ormai si decompongono. Quando il vento si ferma, l’odore si dissolve.

La luna tramonta. Samohrab chiama il compagno e si stende a dormire. Gli sembra che sia passato pochissimo tempo quando Valikurac lo desta.

- Ora di ripartire.

Mangiano qualche galletta e riprendono il viaggio.

Camminano rapidamente. Il bosco diviene meno rado e la vegetazione più rigogliosa, ma il sentiero rimane ben visibile. I fiori si moltiplicano e assumono forme diverse, ma hanno tutti colori scuri: blu e viola che tendono al nero. Probabilmente viene da loro l’odore sempre più intenso, che riempie l’aria. Quand’era solo un aroma leggero, non era fastidioso, ma ora prende alla gola. 

A metà giornata Samohrab vede che il compagno si tende.

- Togliamoci di qui. Nei cespugli, subito!

Raggiungono un’area dove la vegetazione è più fitta e si nascondono. Valikurac si mette un dito sulle labbra, per indicare di mantenere il silenzio.

Dopo due minuti tra gli alberi s’intravede una grande figura che avanza. Man mano che si avvicina al punto dove si trovano, i due guerrieri incominciano a distinguere i suoi tratti. L’essere è alto il doppio di un uomo e ha tre teste, che si muovono indipendentemente una dall’altra: una guarda in avanti, il sentiero, le altre due lanciano occhiate a destra e a sinistra, come a cercare qualche cosa. Grandi mani pelose, più simili a zampe, spostano i rami, per facilitare il passaggio: l’essere è molto corpulento, Samohrab si rende conto che non ha solo due mani, ma diverse, almeno quattro o cinque. Ora può vedere che intorno al corpo c’è una cintura, a cui sono appese diverse teste: almeno tre sono di uomini, mentre una, molto più grande, è quella di un gigante.

Un odore mefitico si diffonde tutt’intorno. Samohrab fa fatica a respirare.

La creatura li supera e procede oltre, ma una delle teste si volta indietro, controllando il sentiero. Per un attimo sembra guardare proprio nella loro direzione. L’essere si ferma e Samohrab ha l’impressione che anche il suo cuore si arresti. Che cosa possono fare due uomini di fronte a un mostro di questo genere, in grado di decapitare un gigante?

La testa sembra annusare intorno, alla ricerca di una traccia, ma poi la creatura riprende a muoversi.

Valikurac rimane immobile a lungo. Solo dopo un buon momento che il mostro è scomparso e l’odore è diventato meno forte, il guerriero si alza e dice:

- Ora possiamo muoverci.

- Che cos’era?

- Un triglave. Sono bestie feroci e fortissime. Amano mangiare i corpi e tenere le teste di quelli che uccidono. Le accumulano nelle grotte dove vivono.

- Come hai fatto ad accorgerti del suo arrivo?

- Avverto le presenze ostili a una certa distanza.

- Del gigante però ti sei accorto solo quando ormai era su di noi.

- Non ero concentrato. Eravamo appena arrivati al fondo della discesa, tu avevi rischiato di ammazzarti scivolando tra le pietre. Un errore che poteva costarci caro. Ma adesso basta con le chiacchiere. Abbiamo perso abbastanza tempo.

Riprendono il sentiero.

Camminano veloci, per quanto lo permette il terreno. A tratti devono rallentare, perché la traccia è meno visibile o perché Valikurac avverte qualche minaccia, ma non incontrano nessuno lungo la pista. A un certo punto Samohrab ha l’impressione di sentire in lontananza un rumore, come il battere di fabbri sull’incudine. Si chiede se non possano essere i nani, ma non dice nulla. Solo quando il rumore cresce, decide di interrogare il compagno:

- Che cos’è questo rumore?

- Nessuno lo sa. Viene da quel monte.

Valikurac indica una montagna non lontana e aggiunge:

- Qualche cosa al suo interno.

- Si direbbero fabbri al lavoro. Possono essere le officine dei nani? O le loro miniere?

- I nani non sono così coglioni da farsi sentire: sanno che qualcuno cercherebbe di entrare per derubarli. Sono capaci di costruire porte che non lasciano passare né la luce, né il suono.

Il sole è già tramontato e solo la luce della luna permette loro di muoversi, quando Valikurac si ferma e dice:

- L’uomo che cerchiamo è vicino, ormai. Ora tocca a te.

- A me? In che senso?

- Andrai tu a parlare con lui.

- Perché?

- È meglio che non sappia della mia presenza. Te l’ho detto, non possiamo fidarci di lui e lui sa chi sono. Può fermare l’uomo che vuole una Pietra Arcana, ma è un individuo subdolo. Lo raggiungerai e gli dirai che hai bisogno di parlargli.

- E poi?

- Gli dirai che hai saputo che un uomo vuole impadronirsi di una delle Pietre Arcane e che tu vorresti impedirlo. Che un indovino ti ha annunciato che dovevi partecipare a questa impresa.

A Samohrab non piace mentire, ma quello dell’indovino è un dettaglio secondario.

- Senti che cosa ti dice. Può darsi che accetti di collaborare, può darsi che invece si tiri fuori, dicendo che non sa di che cosa parli. Nel primo caso gli dirai che ci sono anch’io e mi chiamerai, ma solo dopo che sarai sicuro delle sue intenzioni. Altrimenti verrai via e vedremo il da farsi dopo.

- Va bene. Ma…

Valikurac lo interrompe:

- Non abbiamo tempo da perdere. Vedi quel chiarore? Ha acceso un fuoco. Va’.

Samohrab è stupito che l’uomo abbia acceso un fuoco: loro hanno sempre cercato di nascondere la propria presenza. Avanza verso la luce, che non è molto distante, ma è poco visibile a causa dei cespugli e dei rami degli alberi.

Quando infine arriva nello spiazzo dove il fuoco arde, l’uomo alza il viso e guarda verso di lui. Alla luce del fuoco, Samohrab può vederlo. Un corpo forte, un viso non bello, incorniciato dai capelli scuri e ricci e dalla folta barba. Samohrab prova un’istintiva diffidenza, forse per la bruttezza dell’uomo, forse per le parole di Valikurac.

- Vieni avanti, Samohrab.

- Come conosci il mio nome?

- Ti aspettavo. Sapevo che saresti giunto.

- Come lo sapevi?

- Era scritto che ci saremmo incontrati qui, per questo ho acceso il fuoco, per indicarti la strada. Il mio nome è Ruznimed. Siediti.

Samohrab avanza, incerto. Diffida di quest’uomo, si chiede se l’invito non sia una trappola. Si siede davanti al fuoco, dalla parte opposta rispetto a Ruznimed, fissandolo e tenendosi pronto a scattare se sarà attaccato. Mentre si siede prova una sensazione strana, come se qualcuno avesse gettato un lenzuolo su di lui, avvolgendolo. Qualche incantesimo? Si chiede se i suoi movimenti non siano bloccati e sposta un braccio, per verificare che non sia così. Può muoversi liberamente, ma gli rimane la sensazione che qualche cosa lo avvolga.

- Tu vuoi impedire che qualcuno si impossessi di una delle Pietre Arcane. Una nobile impresa, a cui sei stato destinato, ma che…

Mentre Ruznimed parla, Valikurac compare alle spalle di Ruznimed, uscendo dall’ombra di un gruppo di alberi, e con un movimento rapido gli cala la spada sul collo, decapitandolo. La testa cade a terra. Il corpo rimane un momento seduto, poi si affloscia. Samohrab scatta in piedi.

- Valikurac! Che hai fatto?!

- Quello che andava fatto, quello per cui siamo venuti fin qui.

- Perché l’hai ucciso?

- Perché andava fatto.

- Era forse lui che voleva impadronirsi delle Pietre Arcane?

Valikurac annuisce.

- Diciamo che in questa faccenda aveva una parte determinante. Ti spiegherò tutto, ma dopo. Adesso…

Samohrab lo interrompe:

- Non mi hai detto che lo volevi uccidere.

- No, perché non avresti accettato di distrarlo perché io potessi ucciderlo: ti sarebbe sembrato scorretto. Ma era necessario farlo. Non c’era altro modo. Lui si è concentrato su di te e non ha avvertito la mia presenza. Adesso però basta, ti spiegherò tutto dopo. Sai che uccidere mi fa un certo effetto e adesso ho voglia d’altro.

Valikurac si spoglia in fretta. Ha il grosso cazzo duro.

Samohrab è disorientato. Vorrebbe capire, ma Valikurac è impaziente. Gli si avvicina e gli cala i pantaloni.

Samohrab cerca di allontanarlo, ma Valikurac lo spinge a terra e si stende su di lui. Samohrab sente la pressione del grosso cazzo, che entra con un movimento brusco.

- Merda! Esci un momento. Mi hai fatto un male cane.

Valikurac ride.

- Non ti preoccupare. Tra poco passerà, passerà tutto.

Valikurac fotte con violenza. Nonostante il violento dolore al culo, il piacere cresce.

D’improvviso Samohrab sente le mani di Valikurac intorno al collo.

- Sto per venire e ora ti ucciderò, Samohrab, ma prima che tu muoia, ti spiegherò alcune cose. L’uomo che vuole impadronirsi di una Pietra Arcana sono io. E lo farò, grazie a te.

Samohrab muove le braccia e con le mani cerca di allentare la pressione, che cresce, ma Valikurac è troppo forte.

- Diversi uomini vorrebbero fermarmi, ma Ruznimed era l’unico che poteva farlo: me l’ha detto l’indovino. Dovevo ucciderlo a ogni costo, ma se mi fossi battuto con lui, avrebbe potuto ammazzarmi. Dovevo farlo cadere in una trappola. Non avrei potuto ingannarlo: non si sarebbe mai fidato di me e non avrei potuto prenderlo di sorpresa. Ma non ha diffidato di te, perché ti sapeva leale. Come ti ho detto prima, la tua presenza l’ha distratto e mi ha permesso di avvicinarmi senza che avvertisse il mio arrivo. Avevo bisogno di te per questo, per poterlo uccidere. Ora non mi servi più.

Samohrab è annichilito. Si è lasciato ingannare e ha contribuito al successo di un’impresa le cui conseguenze potranno essere spaventose.

- Sei proprio una testa di cazzo, Samohrab. L’avevo capito subito.

Valikurac ride e stringe con forza. Samohrab sente il dolore crescere fino a cancellare il piacere. Pensa che la morte è il giusto prezzo da pagare per aver contribuito al successo dell’impresa di Valikurac. Si augura che qualcuno possa fermarlo. Poi tutto scompare.

Valikurac si stacca da Samohrab. Guarda il cadavere e scuote la testa, ridendo. Poi guarda Ruznimed. Piscia sulla testa i cui occhi spalancati sembrano guardarlo e ride di nuovo.

Quando ha finito, si riveste e si rimette in cammino. Più nessuno può fermarlo: otterrà la Pietra Arcana del Fuoco e con quella acquisterà un potere immenso. Dominerà sulle terre d’Occidente e sulle nove stirpi dei figli di Adamo. E poi riuscirà a impadronirsi di altre Pietre Arcane.

 

(prosecuzione e conclusione del racconto)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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