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5 Quel
mattino Louis dormiva ancora quando vennero a prenderlo. Un calcio lo svegliò
di soprassalto. Davanti a lui, alla fioca luce che entrava dalla porta della capanna,
c’erano due uomini, armati di fucile e coltello. -
Bada, se cerchi di scappare, te ne pentirai. Non ti ammazzeremo subito. Non
aveva nessuna intenzione di fuggire. Sarebbe stato del tutto inutile. Non
avrebbe certo fatto molta strada: non conosceva la regione, non avrebbe
saputo dove dirigersi. Passò alcune ore a
raccogliere erbe di diverso tipo. Se doveva prestare servizio come medico,
senza nessun farmaco europeo, era bene che facesse una buona provvista.
Girando tra i boschi ed i prati, intento ad individuare ed a raccogliere le
erbe che gli servivano, si sentiva a suo agio, anche se la presenza dei due
guardiani gli impediva di dimenticare la propria situazione. Si
disse che era molto fortunato: poteva muoversi senza catene e respirare un'aria
meno fetida, almeno durante il giorno. Impiegò
parecchio tempo a macerare erbe per impasti, che poi mise in zucche. Quando
fu pronto si mise a visitare feriti e malati, sempre accompagnato da una
guardia: talvolta usava gli impasti che aveva con sé, talvolta preparava
infusi o decotti. Più volte, mentre sistemava un impacco per curare una
ferita da arma da fuoco, si disse che l'uomo che stava curando era
probabilmente uno di quelli che avevano assaltato la Fierté, uccidendo e
mozzando teste. Non importava. Lui svolgeva il suo compito. Lui curava. Altri
ammazzavano. Non poteva fermarli. La
sera lo riportarono nella capanna. Quando entrò, vide al centro della sala
uno dei prigionieri steso per terra, la schiena coperta di sangue. Louis si
diresse verso di lui, ma una delle guardie lo fermò. Gli mise una catena ai
piedi e la bloccò al muro, poi gli disse: -
Tu questi non li curi. Devono crepare tutti. Louis non
rispose. Sarebbe stato
inutile. Il
nero attaccò ad un gancio la sacca che Louis utilizzava per i medicinali e si
allontanò, insieme alle altre guardie. Quando furono usciti, Louis chiese: -
Riuscite a portarlo da me? Alcuni
uomini si mossero e sollevarono il ferito, che gemette. -
Passatemi la borsa. Quando
ebbe la sacca, Louis prese da una delle zucche un impasto, poi cominciò, con
un movimento lento, a spalmarlo sulla schiena del ferito. Questi mugolò più
volte nel corso dell'operazione, ma quando Louis ebbe finito, lo ringraziò.
Un prigioniero osservò che era meglio spostarlo, per evitare che l'indomani i
loro carcerieri capissero che era stato curato. L’uomo venne spostato. Alcuni
imprecarono contro i loro carcerieri. Poi ci fu un lungo silenzio. Ad
un certo punto un uomo si rivolse a Louis: -
Le fanno curare i malati? -
Sì, malati e feriti. Intervenne
qualcun altro: -
E lei cura quegli assassini? -
Sì, sono un medico. L’uomo
che aveva parlato per primo intervenne: -
Ha ragione. Se non li curasse, lo ammazzerebbero subito. -
Lo ammazzeranno comunque, solo un po' più tardi. -
Non li curo perché non mi ammazzino, ma perché sono uomini anche loro. -
Sono bestie, bestie da macellare. Louis
non disse più niente. Le parole erano inutili. O, meglio, lui non sapeva
usare le parole. Doveva imparare a tacere. Nei
giorni successivi, curando feriti e malati, ebbe modo di girare per
l'accampamento, che sembrava essere molto grande. Le capanne erano certamente
oltre un centinaio, alcune raggruppate, altre sparse tra gli alberi. Il
quarto giorno vide due donne bianche, accompagnate da alcuni neri. Una delle
donne sorreggeva l'altra, molto giovane, che si reggeva a fatica in piedi.
Louis si fermò e si rivolse alla guardia: -
Quella donna ha bisogno di cure. -
Non sei qui per curare i bianchi. Louis
non sapeva come convincere i due neri. Le due donne stavano già scomparendo
dietro un gruppo di alberi, quando gli venne un’idea. Cercò le parole giuste
per esprimerla. -
Se le donne vi servono, vi servono vive. I
due confabularono un buon momento. Poi uno dei due andò a chiedere
istruzioni. Tornò dopo una mezz’ora. -
Va bene, dopo che avrai finito nel campo, ti porteremo dalle donne. Nel
tardo pomeriggio Louis venne accompagnato nel recinto in cui si trovavano le prigioniere.
Le donne si stupirono di vedere un medico bianco, ma il suo arrivo fu per
loro un sollievo: molte avevano febbri e malesseri che nessuno si occupava di
curare. Louis cominciò a tirar fuori le erbe di
cui si serviva. -
Ma cura con le erbe? Louis
sorrise. -
Non penserà mica che abbia una scorta di medicinali con me? Sono scampato per
miracolo al massacro della Fierté e... Una
donna lo interruppe: -
La Fierté? L'hanno attaccata? E che ne è stato della famiglia? Louis
la guardò, poi abbassò gli occhi, conscio di avere, per l’ennesima volta,
parlato senza riflettere. -
Guillaume Grossetête si è salvato, almeno credo. -
E tutti gli altri? Louis
mormorò. -
Credo di no. La
donna urlò un nome, Anne, e scoppiò a piangere. Alcune delle sue compagne la
portarono in un angolo e cercarono di consolarla. Una delle donne meno
giovani guardò Louis e gli disse, senza nascondere la sua irritazione: -
Lei deve essere più attento. Qui ognuna di noi vive chiedendosi che ne è
stato dei propri cari. Anne Grossetête era la sorella di Diane. Louis
si diede per l'ennesima volta dell’imbecille. Sarebbe mai riuscito a
cambiare? Non gli sembrava probabile, ma questo lo preoccupava. Qui non si
trattava solo di fare una pessima figura. Provocava dolore. Dopo
aver curato le diverse donne, Louis rimase un momento in silenzio. Sapeva che
molte avevano ferite ed infezioni dovute ai ripetuti stupri: bastava vederle
camminare per rendersene conto. Louis non sapeva come fare. Avevano bisogno
di cure, era evidente che le infezioni le facevano soffrire molto ed
avrebbero anche potuto portarle alla morte. Ma non lo conoscevano e si
vergognavano di parlarne con lui. Allora
Louis estrasse dalla sua borsa alcune erbe e spiegò, senza guardare nessuna
in particolare, come dovevano fare per curarsi: quali erbe ed in che misura
usare per irritazioni senza perdite di sangue, quali per ferite, quali per
infezioni in corso. Fornì tutte le istruzioni e se ne andò, dicendo che
sarebbe tornato il giorno dopo. Quella
sera nella capanna degli uomini Louis disse che aveva visto le donne. Molti
gli chiesero notizie delle loro mogli e figlie, ma Louis poté dare
informazioni molto limitate: non si era fatto dire i nomi. Tutti coloro che
avevano, o speravano di avere ancora, tra le donne prigioniere, la moglie,
una figlia, una sorella, gli dissero i loro nomi e Louis cercò di
memorizzarli, per poterli comunicare alle donne. Il
giorno dopo raccolse nuovamente molte erbe, poi curò i neri e solo nel tardo
pomeriggio, avendo finito le altre visite, gli fu permesso di passare dalle
donne. Prima si occupò delle cure. Vide che la riserva di erbe che aveva
lasciato era diminuita. Adèle Varlet, la moglie di un piantatore che era
prigioniera con la figlia, gli chiese una serie di precisazioni. Riguardavano
situazioni diverse e Louis comprese che faceva da portavoce per le altre.
Louis fornì tutte le istruzioni e disse che era disponibile in qualunque
momento ad una visita. Poi,
senza farsi sentire dalla guardia, che, poco distante, stava parlando con una
donna, cominciò a dare notizie degli uomini e a raccogliere le informazioni
che gli erano state chieste. Tra le donne ci fu un'immediata agitazione, che
richiamò l'attenzione della guardia. -
Che succede? -
Niente, le mie erbe non bastano, dovremo raccoglierne altre domani. L’uomo
si allontanò per riprendere il dialogo interrotto. Louis
riprese a dare ed a chiedere notizie. Quando ebbe finito, ci fu un momento di
silenzio. Poi una donna gli si avvicinò: -
E non sa nulla di Henri Latour? Sono sua moglie, Madeleine. Era prigioniero,
lo hanno portato qui insieme a me. Louis
aveva sentito quel nome. Era il ferito che aveva curato la seconda sera e che
era stato ucciso il giorno successivo. Sapeva come era stato ucciso, glielo
avevano raccontato. Abbassò lo sguardo. Poi si fece forza e lo alzò sulla
donna. Le prese le mani e le strinse forte. La donna lo guardò. C'era una
tale disperazione nei suoi occhi, che Louis avrebbe voluto annullarsi. Ma non
poteva fare nulla. La donna liberò le mani e se le portò sul viso. Cominciò a
singhiozzare. Louis l'abbracciò, stringendola con forza. La donna si mise a
piangere a dirotto. Louis la stringeva e con una mano l'accarezzava con molta
delicatezza, come aveva fatto con Guillaume. Dopo un po' la donna si calmò. Allora
Louis la lasciò alle altre donne e se ne andò. Quella
notte Louis portò agli uomini i messaggi delle loro donne; per molti fu un
sollievo sapere che erano ancora vive. Louis non parlò delle loro malattie, ma
il discorso passò rapidamente agli stupri di cui quasi tutte erano, o erano
state, vittime. Si
scatenò una ridda di commenti. -
E quei porci le violentano. -
Jeannot se le prende una dopo l'altra. Si è tenuto quindici giorni la povera
Marie e se n’è anche vantato. -
Le trattano come se fossero una loro proprietà. Louis
osservò: -
È quello che i bianchi hanno sempre fatto con le schiave. Non
aveva ancora finito di pronunciare la frase che si rese conto di quanto aveva
detto. Ancora!
Ancora una volta aveva gettato il suo inutile e presuntuoso granello di
saggezza, aveva parlato senza pensare. Ma perché? Perché era così stupido?
Perché dire una cosa del genere, lì, in quel momento? Che senso aveva? -
Ma lei da che parte sta, dottore? La
domanda lo colpì. Lui, da che parte stava? Da quella degli imbecilli, su
questo non c'era dubbio. Ma a parte quello? Dalla parte dei bianchi
schiavisti, per cui i neri erano bestie di cui si poteva usare ed abusare
senza remore? Dalla parte dei neri che violentavano e massacravano, che
infilzavano i bambini sulle picche? Da nessuna delle due. Questo gli era
chiaro, ma da che parte stava? C'era qualcuno, qualche cosa in cui si
ritrovasse? O era solo un imbecille che pensava di saperne più degli altri?
Un senso di nausea lo assalì, nausea per la propria incapacità a tacere, a
riflettere prima di parlare. Nausea di se stesso. * Al
Cap Guillaume possedeva una casa. Sua madre vi si recava spesso, soprattutto
negli ultimi anni, mal sopportando la vita della piantagione. Dopo la sua
morte la casa non era più stata abitata in modo continuativo, ma i Grossetête
la usavano spesso, quando venivano in città per affari o per altri motivi.
Nella casa vivevano tre schiavi: due neri ed un mulatto, che tutti sapevano
essere un figlio bastardo di Louis-Jacques Grossetête. Il mulatto era una
specie di intendente, gli altri due servitori, un uomo giovane ed una donna
di mezz’età, obbedivano ai suoi ordini. Quando qualcuno dei Grossetête veniva
in città per rimanervi a lungo, si portava altri servitori, ma questo da
tempo avveniva di rado. Quella
era ormai la casa di Guillaume e l’unica sua proprietà, a parte alcune terre
nell’isola di Martinica, dove la situazione sembrava essere più tranquilla. Bernaud
accompagnò Guillaume alla casa, poi proseguì per il forte con i suoi uomini. Guillaume bussò e gli venne
ad aprire Robert, lo schiavo più giovane, un uomo vigoroso che aveva solo tre
anni in più di lui. Robert era stato il suo compagno di giochi e di avventure
per i primi sedici anni della sua vita, durante i quali Guillaume era stato
al Cap quasi quanto alla Fierté. Negli ultimi due anni invece, dopo la morte
della madre, era tornato di rado in città. Robert
fu felice di vederlo. La notizia della distruzione della piantagione era già
arrivata in città: l’aveva portata Pierre Colas, l’uomo con cui Louis Reybert
avrebbe dovuto viaggiare dalla Fierté al Cap. Pierre aveva detto di aver
visto diversi cadaveri, irriconoscibili, ma non sapeva se vi fossero
superstiti e nelle mani di quale banda potessero trovarsi. Jean,
il mulatto, accolse il padrone con la dovuta deferenza, ma non mostrò
particolare contentezza. In altre occasioni Guillaume non se ne sarebbe
neanche accorto, perché non badava molto agli schiavi: dava per scontata la
loro presenza, ma non si occupava certo di ciò che potevano pensare. Dopo il
dialogo con Louis, però, si era reso conto di questo ed ora osservava con
attenzione Robert e Jean. Guillaume
si trovò a riflettere. In quella società di uomini liberi ed uguali che Louis
sognava, Jean avrebbe avuto diritto all’eredità e quindi alla proprietà di
quella stessa casa di cui Guillaume ora era il padrone. Ne aveva diritto
assai più di lui, Guillaume, che aveva un altro padre. Ma invece era
Guillaume il signore e Jean era uno schiavo che lui avrebbe potuto vendere. Per
la prima volta Guillaume vedeva la realtà da un punto di vista del tutto
diverso e questo lo confondeva. Avrebbe voluto parlarne ancora con Louis, ma
Louis doveva essere morto. Il
pensiero, come sempre, lo sprofondò nell’angoscia. Di lui conservava un
ricordo fortissimo, anche se si erano conosciuti ed amati per pochi giorni,
anche se le sensazioni che gli aveva fatto provare Bernaud erano molto più
forti. Quella
notte, la prima che trascorreva del tutto da solo, si svegliò più volte e ad
un certo punto gli incubi divennero talmente angosciosi, che urlò nel sonno.
Robert accorse, spaventato. Alla
luce della candela Guillaume guardò il nero davanti a lui, a torso nudo, i
pantaloni malamente sistemati nella fretta. Non lo vedeva, vedeva i neri che
uccidevano i suoi fratelli, che sgozzavano Louis. Poi riprese contatto con la
realtà. -
Scusami, Robert, ho avuto un incubo. Mi spiace averti svegliato. -
Non c’è problema, padrone. Dopo quello che ha passato… Guillaume
sentì l’impulso, violento, di chiedergli di fermarsi a dormire nella camera.
Sapeva che era l’unico modo per calmare le sue ansie, ma l’idea di avanzare
quella richiesta lo disturbava. -
Vai pure a dormire, Robert. Cercherò di riaddormentarmi. Il
nero esitò un attimo. -
Vuole che mi fermi qui? Posso dormire sulla stuoia, così se ha bisogno di me… Guillaume
fece per dire di no, ma l’idea di rimanere da solo lo angosciava. Avrebbe
dovuto abituarsi, ma forse, per quella notte… -
Sì, Robert, ti ringrazio. Stenditi qui sul letto, c’è posto per entrambi. Ed
accendi la lanterna, forse mi aiuterà a mettere in fuga i brutti sogni. Gli
sembrava di essere un bambino piccolo, che ha paura del buio e vuole luce e
compagnia. Ed in fondo si sentiva davvero così, sperso, senza nessuno al
mondo a cui importasse davvero di lui, a parte Robert e Rose, la schiava
della casa. Robert
accese la lanterna, spense la candela e fece per stendersi sulla stuoia ai
piedi del letto. -
No, Robert, qui con me. Il letto è abbastanza grande per due. Era
vero, in quel letto spesso dormivano più persone, Guillaume vi aveva dormito
una volta con due dei suoi fratelli. -
Ma padrone, io non voglio disturbare. -
Preferisco averti vicino. Robert
si tolse i pantaloni e si infilò sotto il lenzuolo. Guillaume lo vide solo un
attimo, un corpo nudo e scuro, un uccello vigoroso. Fu sufficiente a
turbarlo. Si
voltò in direzione opposta. -
Grazie Robert, spero di non essere io a disturbare te. -
Non si preoccupi per me, padrone. Perché
aveva fatto accendere la lanterna? Ora, se si fosse steso sulla schiena, il
lenzuolo leggero avrebbe rivelato chiaramente il suo uccello duro. Non era
una cosa che preoccupasse i padroni, di solito: gli schiavi per loro erano
animali, di fronte a cui si poteva fare qualunque cosa, anche mostrarsi
eccitati, come non ci si vergogna ad avere l’uccello in tiro davanti ad un
cane. Ma per Guillaume non era più così. E poi sapeva benissimo che la causa
di quell’erezione era proprio il corpo di Robert. Rimase
a lungo su un fianco, senza dormire, poi la stanchezza ebbe il sopravvento e
scivolò in un sonno nuovamente agitato da incubi. Lui e Louis stavano
scappando, i neri li stavano raggiungendo, Louis era rimasto indietro, erano
su di lui con i coltelli… -
Padrone, padrone… Robert
gli aveva posato una mano sulla spalla, cercava di scuoterlo dall’incubo.
Guillaume si voltò e, ancora sospeso tra il sonno e la veglia, vide il volto
di Robert a una spanna dal suo. Di nuovo per un attimo pensò che fosse uno
dei neri che lo assalivano nel sogno, poi si destò del tutto. Si mise a sedere sul letto
di scatto. Era in un bagno di sudore. Gettò via il lenzuolo. Ed allora vide
che Robert era eccitato. Fissò, senza riuscire a distogliere lo sguardo,
quella grossa mazza nera che batteva sul ventre del giovane. Era imponente.
La luce della lanterna l’accendeva di riflessi che sembravano lampi. Robert
mormorò: -
Mi scusi, padrone, io… Tacque,
perché Guillaume aveva allungato la mano e, con delicatezza, quasi temesse di
scottarsi, l’aveva appoggiato su quel tizzone. Guardò Robert negli occhi. -
Padrone… Il
nero non sapeva che cosa fare. Guillaume
lo fissò negli occhi, senza togliere la mano. -
Lo vuoi, Robert? Perché io lo vorrei, ma solo se tu lo vuoi. Il
nero trattenne il fiato un momento, poi si mise anche lui a sedere e gli
sussurrò: -
Da anni lo desidero, padrone. Guillaume
tolse la mano e la poggiò sulla guancia di Robert. -
Posso baciarti? Il
nero non rispose. Lo avvicinò a sé e le loro bocche si incontrarono, la
lingua di Guillaume avanzò per prima verso la bocca di Robert, poi arretrò,
lasciando che quella del nero la seguisse. Robert
lo spinse di nuovo disteso e si mise su di lui, baciandolo con passione. Le
sue mani accarezzavano il corpo di Guillaume ed i loro uccelli erano uno di
fianco all’altro, ugualmente tesi e smaniosi, ma i loro padroni sembravano
averli dimenticati ed erano intenti a baciarsi, accarezzarsi, stringersi,
pizzicarsi. Il
gioco continuò un buon momento, poi Guillaume disse: -
Mettiti in ginocchio, voglio vederti. Robert
si sollevò, sedendosi sulle gambe di Guillaume. Il ragazzo guardò il grande
uccello scuro. Nella sua testa passavano immagini della fattoria, degli
schiavi neri che aveva visto al lavoro e che aveva desiderato. Con la mano
accarezzò quella mazza robusta. -
Sollevati un po’. Robert
obbedì e Guillaume si voltò sulla pancia. Non disse nulla, non era
necessario. Robert si stese su di lui. A
Robert sembrava di muoversi in un sogno. Aveva spesso desiderato il corpo del
padrone più giovane, ma mai aveva pensato che un giorno avrebbe potuto
toccarlo. Era ora stava per incularlo. Sì, stava per infilzare il suo cazzo
nero nel culo del padrone, che glielo chiedeva. Robert
voleva bene al suo padrone, molto. Era l’unico di tutta la famiglia a cui
davvero fosse affezionato. Non certo ai suoi fratelli, che erano simili al
padre, brutali e meschini. Non
voleva fargli male. Si inumidì le dita e preparò il terreno. Sentì che il
corpo di Guillaume attendeva impaziente il suo ingresso. Avvicinò la cappella
al buco. Guardò ammaliato il candore di quelle carni, che contrastava con il
colore scurissimo della sua pelle. La punta iniziò a penetrare, la cappella
scomparve all’interno del culo e Robert guardò quanto ancora rimaneva fuori
del suo cazzo nero, contro quella pelle rosata. Scivolò in avanti, spingendo
l’arma ancora più a fondo. Sentì Guillaume gemere, ma era un gemito di puro
piacere. Era
dentro di lui. Poggiò le mani sul culo del ragazzo, ancora incredulo. Stava
inculando il suo padroncino ed entrambi godevano di quel momento. Iniziò
a muoversi, molto lentamente. Guillaume gemette di nuovo. Robert impresse al
suo movimento un ritmo più intenso. Si sollevò leggermente sulle braccia e,
senza distogliere lo sguardo dall’arma che affondava nel culo fino a
scomparire del tutto e poi emergeva, ci diede dentro ad arare con tutta la
sua energia. Guillaume
provava un piacere intenso, sempre più forte. Anche il dolore cresceva, ma il
ragazzo non vi avrebbe rinunciato, perché era un segno della presenza
tangibile di Robert dentro di lui. Ogni fibra del suo corpo era piacere e
dolore, che salivano entrambi dal suo culo penetrato e si trasmettevano ad
ondate, più intensi ad ogni nuova spinta. Sia
Louis, sia Bernaud erano rimasti a lungo dentro di lui, ma gli sembrò che
Robert vi rimanesse un tempo interminabile, fino a che il piacere ed il
dolore divennero intollerabili. Le spinte più violente con cui Robert venne
dentro di lui sembrarono ripercuotersi in tutto il suo corpo ed il seme che
Robert gli versava nelle viscere era tutt’uno con quello che Guillaume
spargeva sul lenzuolo. Quando
il piacere si fu placato, Guillaume sussurrò: -
Non uscire, ti prego. Dormiamo così. Si
stesero su un fianco, ma nessuno dei due dormì. Ben presto Guillaume sentì
che l’uccello nel suo culo riprendeva vigore ed il proprio rispondeva al
richiamo. Si
amarono ancora una volta, poi Robert uscì da lui, ma lo abbracciò e Guillaume
trovò infine un sonno tranquillo. Il
mattino dopo Guillaume si risvegliò tra le braccia di Robert, che gli
sorrise. Allora lo baciò ed ancora una volta si amarono. Quel
giorno Guillaume camminò a lungo per la città. Non riusciva a mettere ordine
nel caos di sentimenti, sensazioni, emozioni che giravano per la sua testa. Pensava
a Louis, a Bernaud, a Robert. Due settimane prima non aveva mai avuto un
rapporto. Adesso aveva già conosciuto tre uomini. Che cosa intendeva fare di
sé? Voleva farsi scopare dalla popolazione di mezza isola, bianchi e neri? Sapeva
benissimo che il sesso gli permetteva di calmare la sua angoscia, ma
intendeva continuare così? Cercò
di analizzare quello che provava. Per il tenente, nulla. Era stato molto
bello, ma non gliene importava. Louis era stato ben più importante, in
qualche modo gli sembrava di amarlo, ma ormai doveva essere morto. Quanto a
Robert, era quello che gli aveva dato più piacere, era affezionato a lui, ma…
Qual era il ma? Il ma era che Robert era uno schiavo. Guillaume
avrebbe voluto poterne parlare con Louis, ma non era possibile. Stava
provando a vedere le cose da un altro punto di vista. Non era facile. Voleva
bene a Robert, molto, ma poteva pensare di mettersi a tavola con lui? Di
ricevere gli amici insieme? Nessuno sarebbe più andato a casa sua, se in
qualche modo fosse circolata la voce che erano amanti. Che
cosa poteva fare? Trasferirsi alla Martinica, dove aveva ancora una
proprietà? Ma la situazione laggiù non sarebbe stata diversa. Trasferirsi in
Francia? Poteva
anche rimanere al Cap, in casa era libero di fare quello che voleva, badando
soltanto a non farsi scoprire. Ma forse alla Martinica, in quella proprietà
che sapeva isolata, lontano dai centri abitati, avrebbe potuto vivere al
fianco di Robert in modo più libero. Era davvero quello che voleva? |
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