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      Quel mattino Louis dormiva ancora quando vennero a prenderlo. Un calcio lo svegliò di soprassalto. Davanti a lui, alla fioca luce che entrava dalla porta della capanna, c’erano due uomini, armati di fucile e coltello.

      - Bada, se cerchi di scappare, te ne pentirai. Non ti ammazzeremo subito.

      Non aveva nessuna intenzione di fuggire. Sarebbe stato del tutto inutile. Non avrebbe certo fatto molta strada: non conosceva la regione, non avrebbe saputo dove dirigersi.

Passò alcune ore a raccogliere erbe di diverso tipo. Se doveva prestare servizio come medico, senza nessun farmaco europeo, era bene che facesse una buona provvista. Girando tra i boschi ed i prati, intento ad individuare ed a raccogliere le erbe che gli servivano, si sentiva a suo agio, anche se la presenza dei due guardiani gli impediva di dimenticare la propria situazione.

      Si disse che era molto fortunato: poteva muoversi senza catene e respirare un'aria meno fetida, almeno durante il giorno.

      Impiegò parecchio tempo a macerare erbe per impasti, che poi mise in zucche. Quando fu pronto si mise a visitare feriti e malati, sempre accompagnato da una guardia: talvolta usava gli impasti che aveva con sé, talvolta preparava infusi o decotti. Più volte, mentre sistemava un impacco per curare una ferita da arma da fuoco, si disse che l'uomo che stava curando era probabilmente uno di quelli che avevano assaltato la Fierté, uccidendo e mozzando teste. Non importava. Lui svolgeva il suo compito. Lui curava. Altri ammazzavano. Non poteva fermarli.

      La sera lo riportarono nella capanna. Quando entrò, vide al centro della sala uno dei prigionieri steso per terra, la schiena coperta di sangue. Louis si diresse verso di lui, ma una delle guardie lo fermò. Gli mise una catena ai piedi e la bloccò al muro, poi gli disse:

      - Tu questi non li curi. Devono crepare tutti.

      Louis non rispose. Sarebbe stato inutile.

      Il nero attaccò ad un gancio la sacca che Louis utilizzava per i medicinali e si allontanò, insieme alle altre guardie. Quando furono usciti, Louis chiese:

      - Riuscite a portarlo da me?

      Alcuni uomini si mossero e sollevarono il ferito, che gemette.

      - Passatemi la borsa.

      Quando ebbe la sacca, Louis prese da una delle zucche un impasto, poi cominciò, con un movimento lento, a spalmarlo sulla schiena del ferito. Questi mugolò più volte nel corso dell'operazione, ma quando Louis ebbe finito, lo ringraziò. Un prigioniero osservò che era meglio spostarlo, per evitare che l'indomani i loro carcerieri capissero che era stato curato. L’uomo venne spostato. Alcuni imprecarono contro i loro carcerieri. Poi ci fu un lungo silenzio.

      Ad un certo punto un uomo si rivolse a Louis:

      - Le fanno curare i malati?

      - Sì, malati e feriti.

      Intervenne qualcun altro:

      - E lei cura quegli assassini?

      - Sì, sono un medico.

      L’uomo che aveva parlato per primo intervenne:

      - Ha ragione. Se non li curasse, lo ammazzerebbero subito.

      - Lo ammazzeranno comunque, solo un po' più tardi.

      - Non li curo perché non mi ammazzino, ma perché sono uomini anche loro.

      - Sono bestie, bestie da macellare.

      Louis non disse più niente. Le parole erano inutili. O, meglio, lui non sapeva usare le parole. Doveva imparare a tacere.

 

      Nei giorni successivi, curando feriti e malati, ebbe modo di girare per l'accampamento, che sembrava essere molto grande. Le capanne erano certamente oltre un centinaio, alcune raggruppate, altre sparse tra gli alberi.

      Il quarto giorno vide due donne bianche, accompagnate da alcuni neri. Una delle donne sorreggeva l'altra, molto giovane, che si reggeva a fatica in piedi. Louis si fermò e si rivolse alla guardia:

      - Quella donna ha bisogno di cure.

      - Non sei qui per curare i bianchi.

      Louis non sapeva come convincere i due neri. Le due donne stavano già scomparendo dietro un gruppo di alberi, quando gli venne un’idea. Cercò le parole giuste per esprimerla.

      - Se le donne vi servono, vi servono vive.

      I due confabularono un buon momento. Poi uno dei due andò a chiedere istruzioni. Tornò dopo una mezz’ora.

      - Va bene, dopo che avrai finito nel campo, ti porteremo dalle donne.

 

      Nel tardo pomeriggio Louis venne accompagnato nel recinto in cui si trovavano le prigioniere. Le donne si stupirono di vedere un medico bianco, ma il suo arrivo fu per loro un sollievo: molte avevano febbri e malesseri che nessuno si occupava di curare.

      Louis cominciò a tirar fuori le erbe di cui si serviva.

      - Ma cura con le erbe?

      Louis sorrise.

      - Non penserà mica che abbia una scorta di medicinali con me? Sono scampato per miracolo al massacro della Fierté e...

      Una donna lo interruppe:

      - La Fierté? L'hanno attaccata? E che ne è stato della famiglia?

      Louis la guardò, poi abbassò gli occhi, conscio di avere, per l’ennesima volta, parlato senza riflettere.

      - Guillaume Grossetête si è salvato, almeno credo.

      - E tutti gli altri?

      Louis mormorò.

      - Credo di no.

      La donna urlò un nome, Anne, e scoppiò a piangere. Alcune delle sue compagne la portarono in un angolo e cercarono di consolarla. Una delle donne meno giovani guardò Louis e gli disse, senza nascondere la sua irritazione:

      - Lei deve essere più attento. Qui ognuna di noi vive chiedendosi che ne è stato dei propri cari. Anne Grossetête era la sorella di Diane.

      Louis si diede per l'ennesima volta dell’imbecille. Sarebbe mai riuscito a cambiare? Non gli sembrava probabile, ma questo lo preoccupava. Qui non si trattava solo di fare una pessima figura. Provocava dolore.

      Dopo aver curato le diverse donne, Louis rimase un momento in silenzio. Sapeva che molte avevano ferite ed infezioni dovute ai ripetuti stupri: bastava vederle camminare per rendersene conto. Louis non sapeva come fare. Avevano bisogno di cure, era evidente che le infezioni le facevano soffrire molto ed avrebbero anche potuto portarle alla morte. Ma non lo conoscevano e si vergognavano di parlarne con lui.

      Allora Louis estrasse dalla sua borsa alcune erbe e spiegò, senza guardare nessuna in particolare, come dovevano fare per curarsi: quali erbe ed in che misura usare per irritazioni senza perdite di sangue, quali per ferite, quali per infezioni in corso. Fornì tutte le istruzioni e se ne andò, dicendo che sarebbe tornato il giorno dopo.

      Quella sera nella capanna degli uomini Louis disse che aveva visto le donne. Molti gli chiesero notizie delle loro mogli e figlie, ma Louis poté dare informazioni molto limitate: non si era fatto dire i nomi. Tutti coloro che avevano, o speravano di avere ancora, tra le donne prigioniere, la moglie, una figlia, una sorella, gli dissero i loro nomi e Louis cercò di memorizzarli, per poterli comunicare alle donne.

 

      Il giorno dopo raccolse nuovamente molte erbe, poi curò i neri e solo nel tardo pomeriggio, avendo finito le altre visite, gli fu permesso di passare dalle donne. Prima si occupò delle cure. Vide che la riserva di erbe che aveva lasciato era diminuita. Adèle Varlet, la moglie di un piantatore che era prigioniera con la figlia, gli chiese una serie di precisazioni. Riguardavano situazioni diverse e Louis comprese che faceva da portavoce per le altre. Louis fornì tutte le istruzioni e disse che era disponibile in qualunque momento ad una visita.

      Poi, senza farsi sentire dalla guardia, che, poco distante, stava parlando con una donna, cominciò a dare notizie degli uomini e a raccogliere le informazioni che gli erano state chieste. Tra le donne ci fu un'immediata agitazione, che richiamò l'attenzione della guardia.

      - Che succede?

      - Niente, le mie erbe non bastano, dovremo raccoglierne altre domani.

      L’uomo si allontanò per riprendere il dialogo interrotto.

      Louis riprese a dare ed a chiedere notizie. Quando ebbe finito, ci fu un momento di silenzio. Poi una donna gli si avvicinò:

      - E non sa nulla di Henri Latour? Sono sua moglie, Madeleine. Era prigioniero, lo hanno portato qui insieme a me.

      Louis aveva sentito quel nome. Era il ferito che aveva curato la seconda sera e che era stato ucciso il giorno successivo. Sapeva come era stato ucciso, glielo avevano raccontato. Abbassò lo sguardo. Poi si fece forza e lo alzò sulla donna. Le prese le mani e le strinse forte. La donna lo guardò. C'era una tale disperazione nei suoi occhi, che Louis avrebbe voluto annullarsi. Ma non poteva fare nulla. La donna liberò le mani e se le portò sul viso. Cominciò a singhiozzare. Louis l'abbracciò, stringendola con forza. La donna si mise a piangere a dirotto. Louis la stringeva e con una mano l'accarezzava con molta delicatezza, come aveva fatto con Guillaume. Dopo un po' la donna si calmò. Allora Louis la lasciò alle altre donne e se ne andò.

              

      Quella notte Louis portò agli uomini i messaggi delle loro donne; per molti fu un sollievo sapere che erano ancora vive. Louis non parlò delle loro malattie, ma il discorso passò rapidamente agli stupri di cui quasi tutte erano, o erano state, vittime.

      Si scatenò una ridda di commenti.

      - E quei porci le violentano.

      - Jeannot se le prende una dopo l'altra. Si è tenuto quindici giorni la povera Marie e se n’è anche vantato.

      - Le trattano come se fossero una loro proprietà.

      Louis osservò:

      - È quello che i bianchi hanno sempre fatto con le schiave.

      Non aveva ancora finito di pronunciare la frase che si rese conto di quanto aveva detto.

      Ancora! Ancora una volta aveva gettato il suo inutile e presuntuoso granello di saggezza, aveva parlato senza pensare. Ma perché? Perché era così stupido? Perché dire una cosa del genere, lì, in quel momento? Che senso aveva?

      - Ma lei da che parte sta, dottore?

      La domanda lo colpì. Lui, da che parte stava? Da quella degli imbecilli, su questo non c'era dubbio. Ma a parte quello? Dalla parte dei bianchi schiavisti, per cui i neri erano bestie di cui si poteva usare ed abusare senza remore? Dalla parte dei neri che violentavano e massacravano, che infilzavano i bambini sulle picche? Da nessuna delle due. Questo gli era chiaro, ma da che parte stava? C'era qualcuno, qualche cosa in cui si ritrovasse? O era solo un imbecille che pensava di saperne più degli altri? Un senso di nausea lo assalì, nausea per la propria incapacità a tacere, a riflettere prima di parlare. Nausea di se stesso.

*

 

      Al Cap Guillaume possedeva una casa. Sua madre vi si recava spesso, soprattutto negli ultimi anni, mal sopportando la vita della piantagione. Dopo la sua morte la casa non era più stata abitata in modo continuativo, ma i Grossetête la usavano spesso, quando venivano in città per affari o per altri motivi. Nella casa vivevano tre schiavi: due neri ed un mulatto, che tutti sapevano essere un figlio bastardo di Louis-Jacques Grossetête. Il mulatto era una specie di intendente, gli altri due servitori, un uomo giovane ed una donna di mezz’età, obbedivano ai suoi ordini. Quando qualcuno dei Grossetête veniva in città per rimanervi a lungo, si portava altri servitori, ma questo da tempo avveniva di rado.

      Quella era ormai la casa di Guillaume e l’unica sua proprietà, a parte alcune terre nell’isola di Martinica, dove la situazione sembrava essere più tranquilla.

      Bernaud accompagnò Guillaume alla casa, poi proseguì per il forte con i suoi uomini.

Guillaume bussò e gli venne ad aprire Robert, lo schiavo più giovane, un uomo vigoroso che aveva solo tre anni in più di lui. Robert era stato il suo compagno di giochi e di avventure per i primi sedici anni della sua vita, durante i quali Guillaume era stato al Cap quasi quanto alla Fierté. Negli ultimi due anni invece, dopo la morte della madre, era tornato di rado in città.

      Robert fu felice di vederlo. La notizia della distruzione della piantagione era già arrivata in città: l’aveva portata Pierre Colas, l’uomo con cui Louis Reybert avrebbe dovuto viaggiare dalla Fierté al Cap. Pierre aveva detto di aver visto diversi cadaveri, irriconoscibili, ma non sapeva se vi fossero superstiti e nelle mani di quale banda potessero trovarsi.

      Jean, il mulatto, accolse il padrone con la dovuta deferenza, ma non mostrò particolare contentezza. In altre occasioni Guillaume non se ne sarebbe neanche accorto, perché non badava molto agli schiavi: dava per scontata la loro presenza, ma non si occupava certo di ciò che potevano pensare. Dopo il dialogo con Louis, però, si era reso conto di questo ed ora osservava con attenzione Robert e Jean.

      Guillaume si trovò a riflettere. In quella società di uomini liberi ed uguali che Louis sognava, Jean avrebbe avuto diritto all’eredità e quindi alla proprietà di quella stessa casa di cui Guillaume ora era il padrone. Ne aveva diritto assai più di lui, Guillaume, che aveva un altro padre. Ma invece era Guillaume il signore e Jean era uno schiavo che lui avrebbe potuto vendere.

      Per la prima volta Guillaume vedeva la realtà da un punto di vista del tutto diverso e questo lo confondeva. Avrebbe voluto parlarne ancora con Louis, ma Louis doveva essere morto.

      Il pensiero, come sempre, lo sprofondò nell’angoscia. Di lui conservava un ricordo fortissimo, anche se si erano conosciuti ed amati per pochi giorni, anche se le sensazioni che gli aveva fatto provare Bernaud erano molto più forti.

      Quella notte, la prima che trascorreva del tutto da solo, si svegliò più volte e ad un certo punto gli incubi divennero talmente angosciosi, che urlò nel sonno. Robert accorse, spaventato.

      Alla luce della candela Guillaume guardò il nero davanti a lui, a torso nudo, i pantaloni malamente sistemati nella fretta. Non lo vedeva, vedeva i neri che uccidevano i suoi fratelli, che sgozzavano Louis. Poi riprese contatto con la realtà.

      - Scusami, Robert, ho avuto un incubo. Mi spiace averti svegliato.

      - Non c’è problema, padrone. Dopo quello che ha passato…

      Guillaume sentì l’impulso, violento, di chiedergli di fermarsi a dormire nella camera. Sapeva che era l’unico modo per calmare le sue ansie, ma l’idea di avanzare quella richiesta lo disturbava.

      - Vai pure a dormire, Robert. Cercherò di riaddormentarmi.

      Il nero esitò un attimo.

      - Vuole che mi fermi qui? Posso dormire sulla stuoia, così se ha bisogno di me…

      Guillaume fece per dire di no, ma l’idea di rimanere da solo lo angosciava. Avrebbe dovuto abituarsi, ma forse, per quella notte…

      - Sì, Robert, ti ringrazio. Stenditi qui sul letto, c’è posto per entrambi. Ed accendi la lanterna, forse mi aiuterà a mettere in fuga i brutti sogni.

      Gli sembrava di essere un bambino piccolo, che ha paura del buio e vuole luce e compagnia. Ed in fondo si sentiva davvero così, sperso, senza nessuno al mondo a cui importasse davvero di lui, a parte Robert e Rose, la schiava della casa.

      Robert accese la lanterna, spense la candela e fece per stendersi sulla stuoia ai piedi del letto.

      - No, Robert, qui con me. Il letto è abbastanza grande per due.

      Era vero, in quel letto spesso dormivano più persone, Guillaume vi aveva dormito una volta con due dei suoi fratelli.

      - Ma padrone, io non voglio disturbare.

      - Preferisco averti vicino.

      Robert si tolse i pantaloni e si infilò sotto il lenzuolo. Guillaume lo vide solo un attimo, un corpo nudo e scuro, un uccello vigoroso. Fu sufficiente a turbarlo.

      Si voltò in direzione opposta.

      - Grazie Robert, spero di non essere io a disturbare te.

      - Non si preoccupi per me, padrone.

      Perché aveva fatto accendere la lanterna? Ora, se si fosse steso sulla schiena, il lenzuolo leggero avrebbe rivelato chiaramente il suo uccello duro. Non era una cosa che preoccupasse i padroni, di solito: gli schiavi per loro erano animali, di fronte a cui si poteva fare qualunque cosa, anche mostrarsi eccitati, come non ci si vergogna ad avere l’uccello in tiro davanti ad un cane. Ma per Guillaume non era più così. E poi sapeva benissimo che la causa di quell’erezione era proprio il corpo di Robert.

      Rimase a lungo su un fianco, senza dormire, poi la stanchezza ebbe il sopravvento e scivolò in un sonno nuovamente agitato da incubi. Lui e Louis stavano scappando, i neri li stavano raggiungendo, Louis era rimasto indietro, erano su di lui con i coltelli…

      - Padrone, padrone…

      Robert gli aveva posato una mano sulla spalla, cercava di scuoterlo dall’incubo. Guillaume si voltò e, ancora sospeso tra il sonno e la veglia, vide il volto di Robert a una spanna dal suo. Di nuovo per un attimo pensò che fosse uno dei neri che lo assalivano nel sogno, poi si destò del tutto.

Si mise a sedere sul letto di scatto. Era in un bagno di sudore. Gettò via il lenzuolo. Ed allora vide che Robert era eccitato. Fissò, senza riuscire a distogliere lo sguardo, quella grossa mazza nera che batteva sul ventre del giovane. Era imponente. La luce della lanterna l’accendeva di riflessi che sembravano lampi.

      Robert mormorò:

      - Mi scusi, padrone, io…

      Tacque, perché Guillaume aveva allungato la mano e, con delicatezza, quasi temesse di scottarsi, l’aveva appoggiato su quel tizzone. Guardò Robert negli occhi.

      - Padrone…

      Il nero non sapeva che cosa fare.

      Guillaume lo fissò negli occhi, senza togliere la mano.

      - Lo vuoi, Robert? Perché io lo vorrei, ma solo se tu lo vuoi.

      Il nero trattenne il fiato un momento, poi si mise anche lui a sedere e gli sussurrò:

      - Da anni lo desidero, padrone.

      Guillaume tolse la mano e la poggiò sulla guancia di Robert.

      - Posso baciarti?

      Il nero non rispose. Lo avvicinò a sé e le loro bocche si incontrarono, la lingua di Guillaume avanzò per prima verso la bocca di Robert, poi arretrò, lasciando che quella del nero la seguisse.

      Robert lo spinse di nuovo disteso e si mise su di lui, baciandolo con passione. Le sue mani accarezzavano il corpo di Guillaume ed i loro uccelli erano uno di fianco all’altro, ugualmente tesi e smaniosi, ma i loro padroni sembravano averli dimenticati ed erano intenti a baciarsi, accarezzarsi, stringersi, pizzicarsi.

      Il gioco continuò un buon momento, poi Guillaume disse:

      - Mettiti in ginocchio, voglio vederti.

      Robert si sollevò, sedendosi sulle gambe di Guillaume. Il ragazzo guardò il grande uccello scuro. Nella sua testa passavano immagini della fattoria, degli schiavi neri che aveva visto al lavoro e che aveva desiderato. Con la mano accarezzò quella mazza robusta.

      - Sollevati un po’.

      Robert obbedì e Guillaume si voltò sulla pancia. Non disse nulla, non era necessario. Robert si stese su di lui.

 

      A Robert sembrava di muoversi in un sogno. Aveva spesso desiderato il corpo del padrone più giovane, ma mai aveva pensato che un giorno avrebbe potuto toccarlo. Era ora stava per incularlo. Sì, stava per infilzare il suo cazzo nero nel culo del padrone, che glielo chiedeva.

      Robert voleva bene al suo padrone, molto. Era l’unico di tutta la famiglia a cui davvero fosse affezionato. Non certo ai suoi fratelli, che erano simili al padre, brutali e meschini.

      Non voleva fargli male. Si inumidì le dita e preparò il terreno. Sentì che il corpo di Guillaume attendeva impaziente il suo ingresso. Avvicinò la cappella al buco. Guardò ammaliato il candore di quelle carni, che contrastava con il colore scurissimo della sua pelle. La punta iniziò a penetrare, la cappella scomparve all’interno del culo e Robert guardò quanto ancora rimaneva fuori del suo cazzo nero, contro quella pelle rosata. Scivolò in avanti, spingendo l’arma ancora più a fondo. Sentì Guillaume gemere, ma era un gemito di puro piacere.

      Era dentro di lui. Poggiò le mani sul culo del ragazzo, ancora incredulo. Stava inculando il suo padroncino ed entrambi godevano di quel momento.

      Iniziò a muoversi, molto lentamente. Guillaume gemette di nuovo. Robert impresse al suo movimento un ritmo più intenso. Si sollevò leggermente sulle braccia e, senza distogliere lo sguardo dall’arma che affondava nel culo fino a scomparire del tutto e poi emergeva, ci diede dentro ad arare con tutta la sua energia.

     

      Guillaume provava un piacere intenso, sempre più forte. Anche il dolore cresceva, ma il ragazzo non vi avrebbe rinunciato, perché era un segno della presenza tangibile di Robert dentro di lui. Ogni fibra del suo corpo era piacere e dolore, che salivano entrambi dal suo culo penetrato e si trasmettevano ad ondate, più intensi ad ogni nuova spinta.

      Sia Louis, sia Bernaud erano rimasti a lungo dentro di lui, ma gli sembrò che Robert vi rimanesse un tempo interminabile, fino a che il piacere ed il dolore divennero intollerabili. Le spinte più violente con cui Robert venne dentro di lui sembrarono ripercuotersi in tutto il suo corpo ed il seme che Robert gli versava nelle viscere era tutt’uno con quello che Guillaume spargeva sul lenzuolo.

      Quando il piacere si fu placato, Guillaume sussurrò:

      - Non uscire, ti prego. Dormiamo così.

      Si stesero su un fianco, ma nessuno dei due dormì. Ben presto Guillaume sentì che l’uccello nel suo culo riprendeva vigore ed il proprio rispondeva al richiamo.

      Si amarono ancora una volta, poi Robert uscì da lui, ma lo abbracciò e Guillaume trovò infine un sonno tranquillo.

 

      Il mattino dopo Guillaume si risvegliò tra le braccia di Robert, che gli sorrise. Allora lo baciò ed ancora una volta si amarono.

      Quel giorno Guillaume camminò a lungo per la città. Non riusciva a mettere ordine nel caos di sentimenti, sensazioni, emozioni che giravano per la sua testa.

      Pensava a Louis, a Bernaud, a Robert. Due settimane prima non aveva mai avuto un rapporto. Adesso aveva già conosciuto tre uomini. Che cosa intendeva fare di sé? Voleva farsi scopare dalla popolazione di mezza isola, bianchi e neri?

      Sapeva benissimo che il sesso gli permetteva di calmare la sua angoscia, ma intendeva continuare così?

      Cercò di analizzare quello che provava. Per il tenente, nulla. Era stato molto bello, ma non gliene importava. Louis era stato ben più importante, in qualche modo gli sembrava di amarlo, ma ormai doveva essere morto. Quanto a Robert, era quello che gli aveva dato più piacere, era affezionato a lui, ma… Qual era il ma? Il ma era che Robert era uno schiavo.

      Guillaume avrebbe voluto poterne parlare con Louis, ma non era possibile. Stava provando a vedere le cose da un altro punto di vista. Non era facile.

      Voleva bene a Robert, molto, ma poteva pensare di mettersi a tavola con lui? Di ricevere gli amici insieme? Nessuno sarebbe più andato a casa sua, se in qualche modo fosse circolata la voce che erano amanti.

      Che cosa poteva fare? Trasferirsi alla Martinica, dove aveva ancora una proprietà? Ma la situazione laggiù non sarebbe stata diversa. Trasferirsi in Francia?

      Poteva anche rimanere al Cap, in casa era libero di fare quello che voleva, badando soltanto a non farsi scoprire. Ma forse alla Martinica, in quella proprietà che sapeva isolata, lontano dai centri abitati, avrebbe potuto vivere al fianco di Robert in modo più libero. Era davvero quello che voleva?

 

 

 

 

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