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      La raccolta delle erbe, la preparazione dei medicinali e la cura dei pazienti richiedevano molto tempo, perciò Louis, a differenza degli altri prigionieri, non era tenuto ad assistere al grande spettacolo del campo: la tortura e l'omicidio dei prigionieri bianchi. Spesso la sera, quando veniva rinchiuso nella capanna, scopriva che uno dei prigionieri era stato torturato ed ucciso oppure che era legato al palo: talvolta l'esecuzione si svolgeva in due giorni, per offrire uno spettacolo più divertente.

      L'undicesimo giorno però, mentre stava curando un ferito, due guardie lo vennero a prendere e lo portarono nello spiazzo dove avvenivano le esecuzioni, non lontano dalla capanna dei prigionieri. Al palo era legato il piantatore Frédéric Bourdieux. Qualche cosa non aveva funzionato nello spettacolo, che stava finendo prima del previsto: l’uomo aveva perso conoscenza ed era evidente che presto sarebbe morto.

      Jeannot era di fronte al prigioniero ed aizzava un aguzzino perché lo svegliasse. L'uomo colpiva il prigioniero, lo punzecchiava con la punta del coltello, gli passava le mani sulle ferite, ma senza ottenere nessun risultato.

      Le due guardie portarono Louis davanti a Jeannot, che lo guardò appena e gli intimò:

      - Fallo rinvenire.

      Louis non capì immediatamente.

      - Ti ho detto che devi farlo rinvenire. Muoviti.

      Certo, doveva far rinvenire il prigioniero perché potesse soffrire ancora. Questo gli si chiedeva.

      Louis capì che era giunto il momento. Il momento di scegliere. Tra la vita e la morte. Sentì una stretta allo stomaco. Aveva paura, una paura feroce. Fece un passo verso l'uomo, ne guardò la testa reclinata, le ferite aperte. Almeno ora non sentiva più il dolore. Lui l’avrebbe sentito. A lungo.

      Si voltò verso Jeannot e, tenendo basso lo sguardo, disse:

      - Non ne sono capace.

      Jeannot si irrigidì. Non era abituato a non essere ubbidito.

      - Se non ne sei capace, ti metterò al suo posto.

      Jeannot l'avrebbe fatto, lo sapeva. Ma lui non avrebbe contribuito a prolungare l'agonia di quella vittima inviata al macello. Cercò dentro di sé la forza per resistere. Con fatica, cercando invano di rendere ferma la propria voce, ripeté:

      - Non ne sono capace.

      Jeannot si alzò in piedi, di scatto.

      - Bada. Io ho il potere di vita e di morte su tutti.

      Louis lo guardò. Gli sembrava che fosse distante. Gli sembrava di stare arretrando e che Jeannot non potesse più raggiungerlo. Non era così, lo sapeva. Eppure, in un certo senso, era al di fuori della portata di Jeannot: c'era una parte di lui che quell'uomo non avrebbe raggiunto. Ripeté, quasi senza pensarci:

      - Di vita e di morte?

      - Ne dubiti, forse?

      C'era una furia contenuta, e per questo ancora più temibile, in quelle parole. Ormai era in un vicolo cieco, Louis lo sapeva benissimo. Lo aspettava la morte, una morte atroce, come quella di quell'uomo di cui avrebbe dovuto prolungare l'agonia. Non avrebbe obbedito all’ordine, non avrebbe fatto soffrire ancora Bourdieux. Vittima, sì, non carnefice. Dalla parte delle vittime, questa forse era la risposta alla domanda che si poneva da giorni. Provvisoria, incompleta, debole, ma era la sua risposta. E contro Jeannot, contro il carnefice, sentiva salire una rabbia sorda.

         Rispose:

      - Non potresti far vivere quest'uomo neanche se lo volessi, ora. Tu hai solo il potere di morte.

      Si rese immediatamente conto che nella sua situazione replicare era stata l'idea più stupida che potesse avere. Sfidare Jeannot significava solo prolungare la propria agonia, spingerlo ad inventare qualche nuovo supplizio.

      Stranamente Jeannot sorrise, come se la sua rabbia fosse svanita.

      - Tu parli troppo. Ma non parlerai più.

      Louis fu sicuro che gli avrebbero tagliato la lingua. Punizione meritata, pensò, con quel tanto di autoironia che la paura gli lasciava ancora. Vide Jeannot sussurrare qualche cosa ad uno dei suoi uomini, poi fare un cenno. Lo portarono via, lontano dagli altri prigionieri. Si stupì che la sua punizione non fosse pubblica, come pubblica era stata l'offesa. La paura lo attanagliava. Si pentiva delle sue parole, ma non della sua scelta.

      Rimase ad aspettare un buon momento, tra due uomini impassibili. Poi vide arrivare un altro nero. Aveva in mano un grosso straccio e due cinghie. Con la destra gli strinse la gola, costringendolo ad aprire la bocca, poi gli infilò lo straccio in bocca e lo spinse. Gli passò una cinghia tra i denti e la bloccò, in modo che tenesse fermo lo straccio. La cinghia premeva ai margini della bocca ed insieme allo straccio costituiva un bavaglio che bloccava interamente la lingua. Louis non avrebbe più potuto parlare. Pensò che il bavaglio era esattamente quello di cui aveva bisogno: almeno avrebbe evitato di dire stupidaggini.

      Poi lo riportarono sul luogo dell'esecuzione e gli fecero assistere allo squartamento del condannato: lo spettacolo non diede nessuna soddisfazione, perché Bourdieux non riprese i sensi.

 

      Più tardi lo condussero a curare alcuni malati. Rifece il suo giro di sempre, soltanto che ora doveva farsi capire a gesti.

      Quando le donne lo videro imbavagliato si fecero intorno a lui, chiedendogli spiegazioni. Louis avrebbe potuto cercare di farsi capire a gesti, ma altro gli premeva.

      Andò dalla figlia di Bourdieux, la guardò negli occhi. La ragazza abbassò lo sguardo. Louis le prese il viso tra le mani e l'appoggiò sul suo petto. La ragazza scoppiò in singhiozzi.

 

      Nel tardo pomeriggio, dopo che ebbe finito il suo giro di visite, lo portarono in uno spiazzo tra gli alberi, subito fuori dall’accampamento. C’erano una dozzina di neri.

      Louis si disse che la sua ora era arrivata e sperò che la sua agonia non fosse troppo lunga e dolorosa. Non si sentiva la forza di sopportare ciò che altri avevano subito. Non era coraggioso.

      Gli tolsero il bavaglio. Louis si disse che volevano sentire le sue urla.

      - Spogliati.

      A parlare era stato un gigante.

      Louis ubbidì. Procedeva lentamente, sperando, senza nemmeno rendersene conto, di ritardare quello che lo attendeva.

      - Muoviti.

      L’ordine fu accompagnato da un ceffone che sbatté Louis per terra. Louis si rialzò, mentre il sangue gli colava da un angolo della bocca, e finì di spogliarsi.

      Il gigante nero scoppiò in una sonora risata. Poi si sciolse la fascia che portava ai fianchi, rimanendo nudo. Mise in mostra un grande sesso e Louis sentì un brivido percorrerlo. Aveva capito ciò che lo aspettava.

      - Succhiami il cazzo, dottore bianco. Che poi te lo metto in culo.

      Louis esitò. Una spinta violenta lo fece nuovamente cadere a terra, di fronte al nero. Si sollevò, mettendosi in ginocchio.

      Per un attimo si chiese se resistere, ma non aveva senso. Lo avrebbero violentato e sarebbe morto comunque, soltanto la sua fine sarebbe stata peggiore. Per la prima volta la sua bocca avrebbe accolto il sesso di un uomo, ma questo non lo spaventava. C’erano molte cose che si vergognava di aver fatto e soprattutto detto nella sua vita, quel cedere alla violenza gli sembrava del tutto irrilevante.

      Aprì la bocca. L’uomo gli prese la testa per i capelli e la avvicinò all’uccello, infilandoglielo tra le labbra. Louis incominciò a leccare.

      - Succhia, forza!

      Louis cercò il movimento giusto delle labbra e della lingua. Non era abile. Si disse che non avrebbe fatto in tempo ad imparare.

      Man mano che procedeva il grande uccello del nero acquistava spessore e volume, fino a che divenne tanto grosso e rigido, da rendere difficile ogni manovra.

      A quel punto il nero estrasse il membro e diede a Louis un violento ceffone con il dorso della mano, facendogli sanguinare il naso. Prima ancora che Louis si fosse riavuto dal dolore del colpo, il nero lo afferrò per i capelli, tirando con forza e gettandolo a terra. Louis sentì una fitta alla testa, che però durò solo un attimo. Subito dopo avvertì il peso del corpo che gravava sul suo.

      Non oppose una resistenza che sarebbe stata risibile. Accettò l’ultimo oltraggio. Quello che non si aspettava fu il nuovo dolore, feroce: il nero entrò con una spinta violenta, che strappò a Louis un grido. Il grosso uccello nero dilatò di colpo l’apertura, più di quanto non fosse mai avvenuto prima, e penetrò in profondità. Louis sentì che gli occhi gli si riempivano di lacrime.

      Quando fu giunto in fondo, il nero estrasse completamente l’arma e la inserì di nuovo di colpo, rinnovando la sofferenza. La sua risata roboante sovrastò quelle degli spettatori, che sghignazzavano e deridevano Louis.

      - Allora, dottore bianco, ti piace un bel cazzo nero? 

      Il nero incominciò a spingere con decisione e Louis sentì che il fiato gli mancava. Le poche volte che era stato penetrato, aveva sempre provato un certo piacere ed un dolore molto ridotto, ma in quel momento c’era solo sofferenza, una sofferenza intollerabile. Avrebbe fatto qualsiasi cosa perché quel tormento finisse.

      Questa era la sua capacità di reggere il dolore?  Come avrebbe reagito a quello che lo aspettava? Era stato pazzo a sfidare Jeannot.

      Le spinte divennero ancora più brutali ed a Louis si annebbiò la vista.

      Poi il nero venne, riempiendogli il culo del suo seme, e si ritrasse. Fu un nuovo momento doloroso, ma il venir meno di quell’arma che gli trapassava il culo gli diede un senso di sollievo.

      Il nero lo afferrò per i capelli, forzandolo a mettersi in ginocchio.

      Louis lo guardò. L’uomo sorrideva, beffardo.

      - Pulisci.

      Sul grosso uccello nero, ancora gonfio, c’era un po’ di sangue e di seme che colava dalla cappella. Louis avvicinò ancora la bocca e leccò, ripulendo con cura.

      - Ora prendilo in bocca e bevi.

      Louis eseguì.

      L’uomo lo guardò, mentre incominciava a pisciare. Louis bevve, come gli era stato ordinato.

      Gli altri neri osservavano ridendo. Nessuno di loro si mosse. Louis pensò con sollievo che probabilmente non lo avrebbero violentato anche loro.

      In effetti nessuno si avvicinò. Uno dei neri gli gettò in faccia i vestiti laceri e sporchi, poi gli rimisero il bavaglio e lo riportarono nella capanna.

 

      Quella sera, oltre ad incatenargli le gambe e bloccare la catena ad uno dei pali, gli legarono le mani. Poi uscirono.

      - Bravo, dottore, l'abbiamo ammirata tutti.

      - Ha dimostrato di avere i coglioni.

      - Dopo quell'intervento glieli taglieranno, i coglioni, come hanno fatto a Chatel e Latour.

      La replica fu seguita da un momento di silenzio.

      - Se lo lasci dire: se parla poco, la stimiamo tutti di più.

      Qualcuno rise. Anche a Louis venne da sorridere alla battuta. Sì, aveva tutto da guadagnare dal silenzio.

      Quella notte dormì male. Non aveva mangiato e bevuto dalla mattina, ad eccezione del piscio del nero, e sentiva la bocca riarsa. Il culo gli faceva un male cane. Due volte sentì colare un po’ di seme, probabilmente misto a sangue. Sperava che la ferita non si infettasse.

      Nei due mesi successivi rimase con il bavaglio per tutto il giorno, ad eccezione di un breve momento il mattino ed un altro la sera, in cui gli veniva tolto per permettergli di mangiare e bere. Agli angoli della bocca si formarono presto due piaghe, che s'infettavano. Dalle ferite colavano sangue e pus, ma ciò che più tormentava Louis era la sete, che poteva placare solo quando gli toglievano il bavaglio.

      Non lo violentarono più, ma per diversi giorni, ogni qual volta incrociava il nero che lo aveva preso a forza, Louis sentiva che le gambe gli tremavano.

 

      Due giorni dopo l’esecuzione di Bourdieux arrivarono alcuni nuovi prigionieri. Quel pomeriggio le donne gli passarono, senza farsi notare dalla guardia, un foglio su cui davano notizie di sé: qualcuna delle nuove arrivate doveva avere qualche cosa per scrivere.

      La sera, quando Louis fu condotto nella capanna, era ancora chiaro. Louis avrebbe voluto indicare che aveva un bigliettino in tasca, ma, come avevano già fatto un'altra volta, gli avevano legato le mani dietro la schiena. Abbassò più volte il capo verso la propria tasca, ma nessuno sembrava capire. Alla fine uno dei prigionieri comprese e gli mise la mano in tasca, ridendo:

      - Ma ditemi un po', alla mia età, ridurmi a ficcare la mano nei pantaloni di un altro uomo.

      Coloro che erano prigionieri da più tempo, sghignazzarono. Erano meno angosciati. In fondo l'arrivo di nuovi prigionieri aumentava le loro probabilità di sopravvivenza.

      Lessero le notizie. Poi i nuovi venuti gli diedero le loro. All'inizio fu difficile. Parlavano tutti insieme e sembravano sovrastimare la memoria di Louis. Gli ci volle un po' di tempo prima di riuscire a farli parlare uno per volta e lentamente, in modo da riuscire a memorizzare i messaggi. Poi si fece ridare il bigliettino e si sedette contro la parete, ripetendosi le informazioni ricevute e pensando a come trasmetterle. C'era molta agitazione nella capanna, perché i nuovi venuti volevano sapere che cosa li aspettava e coloro che erano prigionieri da più tempo cercavano di avere notizie sull’andamento della rivolta. La situazione non era buona: la rivolta dilagava, l'esercito non era in grado di fermarla.

      Per un bel pezzo Louis fu troppo concentrato a mandare a mente quanto gli serviva, per badare ai discorsi degli altri uomini. Poi incominciò ad ascoltare. Cercò di trovare il filo dei discorsi, ma era un filo che si ingarbugliava e si spezzava in continuazione. Ognuno mirava solo a sapere quello che gli interessava, ad avere risposte. Non ascoltavano. Non si ascoltavano l'uno l'altro.

      E lui, ascoltava?

      No, anche lui non aveva mai ascoltato. Ora, che era costretto a farlo, si rendeva conto di molte cose. Sentiva le domande dei nuovi venuti, a cui l'orrore della loro situazione cominciava ad apparire in tutta la sua realtà. E capiva che le risposte degli altri non affrontavano quell'orrore, non tenevano conto dell'angoscia in quelle voci.

      Lui era stato come loro.

 

      Il giorno dopo rimase a lungo dalle donne. Dopo le cure, tirò fuori il bigliettino. Vide tra le donne Madeleine Bourdieux e, d'impulso, lo diede a lei. All'inizio non capirono: era il biglietto che loro avevano scritto il giorno prima, perché glielo rendeva? Poi Madeleine comprese. Cominciò a leggere i nomi ed ogni donna, quando veniva letto il proprio nome, chiedeva notizie. Louis muovendo la testa comunicava se l'uomo era prigioniero o no, se era morto, se non si sapeva nulla di lui.      

      La mattina successiva lo portarono da Jeannot.

Louis si chiese se fosse arrivato il suo momento. Cercò di dominare la paura. Accanto a Jeannot c'era un giovane, che lo guardò con un ghigno. Anche sul viso di Jeannot c'era un’espressione beffarda. Il capo gli disse:

      - Kestania ti accompagnerà nei prossimi giorni ed imparerà da te a curare. Quando avrà imparato, tu farai la fine degli altri.

      Louis respirò sollevato. La sua fine non era ancora così vicina come aveva temuto. Guardò Kestania: non doveva avere più di vent'anni. Doveva imparare. Avrebbe cercato di insegnargli, di trasmettergli quello che sapeva, tutto quello che sapeva, con cura. Formare qualcuno in grado di alleviare le sofferenze era una bella cosa, era giusto che fosse l’ultima cosa che faceva prima di morire.

      Mentre si allontanavano, Kestania gli disse subito:

      - Bada, voglio imparare in fretta. E tu devi insegnarmi.

      Louis annuì. Poi fece segno alla guardia che lo accompagnava, per comunicargli che voleva andare a raccogliere erbe. Mostrava ogni erba a Kestania, gli faceva vedere come si prendeva il frutto, o la foglia, o la radice. Kestania voleva sapere a che cosa serviva e Louis cominciò a spiegarglielo a gesti, ma si rese conto che era impossibile trasmettere le informazioni in quel modo. Si concentrò sulla raccolta delle piante. Dopo aver fatto vedere come si faceva, fece segno a Kestania di farlo al suo posto. Se il ragazzo non aveva capito o non ricordava, ripeteva l'operazione. Kestania imparava in fretta, ma in qualche caso Louis dovette farlo ripetere due o più volte, perché il ragazzo non riusciva a capire che doveva fare attenzione a non schiacciare il frutto o a tagliare la pianta in un certo modo. Ad un certo punto Kestania si irritò, sospettando che Louis volesse prenderlo in giro o fargli perdere tempo.

      - Ho fatto esattamente quello che hai fatto tu.

      Louis scosse la testa e prima ripeté il proprio gesto, poi quello di Kestania. Il giovane scosse la testa. Louis ripeté ancora il gesto, ma Kestania lo colpì al viso con il dorso della mano. Louis non si aspettava il colpo e cadde. Sentì un dolore acuto alla bocca e si portò la mano al bavaglio. La ritirò insanguinata. Si rialzò e prese con delicatezza la mano di Kestania. La sentì irrigidirsi nella sua. La guidò nel gesto che doveva compiere. Finalmente il giovane capì:

      - Non devo tenere la foglia mentre la stacco? Non deve essere schiacciata?

      Louis annuì. Kestania eseguì correttamente il gesto.

      Quando scesero Louis gli fece vedere come si preparavano alcune delle piante che avevano raccolto: gli fece nuovamente ripetere le operazioni. Anche questa volta ci furono alcune difficoltà, ma Kestania non si innervosì più e si sforzò di comprendere quanto Louis cercava di trasmettergli. Infine cominciò il giro dei malati.

      Il ragazzo lo seguì dappertutto. Solo dalle prigioniere non andò. Lo disse subito:

      - Le bianche non le curerò.

      Louis scosse la testa, ma non era in suo potere far cambiare idea al ragazzo.

      Tra le donne Madeleine gli servì da interprete. Louis fu contento di aver dato a lei il bigliettino, il giorno prima. Lo aveva fatto d'istinto, con la vaga idea di distrarla per un momento dal suo dramma. Madeleine gli poneva le domande giuste, quelle a cui era possibile rispondere con un cenno. Riusciva a comprendere le sue risposte. Spiegava alle altre con cura. Louis l'ascoltava e guardava le altre donne. Ora stava imparando ad ascoltare e si rendeva meglio conto delle loro esigenze.

 

      Alla fine della giornata, Kestania gli disse:

      - Ho imparato molte cose. Imparerò in fretta. Non ne hai più per molto.

      Louis pensò che era vero, presto il ragazzo sarebbe stato convinto di sapere tutto. Anche lui dopo due mesi di pratica era convinto di possedere tutti i segreti delle erbe. Era rimasto ancora un mese con il suo primo maestro ed un anno con il secondo, ma sapeva che aveva ancora molto da scoprire.

 

*

     

      Nella casa di Guillaume Grossetête, al Cap, Jean osservava furente la crescente intimità tra il padrone e Robert.

      Nei confronti dei suoi fratellastri Jean aveva sempre provato rabbia, nient’altro che rabbia. Essi avevano tutto; lui, nato dallo stesso padre, era il loro schiavo. Era stato contento quando Pierre Colas aveva portato la notizia che la Fierté era stata attaccata e che i padroni erano stati tutti uccisi.

      Poi era comparso Guillaume, scampato al massacro.

      E tutte le notti Robert dormiva con il padrone, che a volte usciva perfino con lui. L’unica soddisfazione di Jean era stata quella di comandare nella casa, quando i padroni non c’erano. Robert e Rose erano alle sue dipendenze. Ora non aveva più nessun potere su Robert e quel bastardo, perché tale era, un bastardo, di Guillaume lo aveva anche rimproverato, senza dubbio su istigazione di Robert, perché voleva battere Rose.

      Non aveva nessuna intenzione di continuare così, l’ultimo degli schiavi in una casa di cui avrebbe dovuto essere il proprietario ed in cui era stato a lungo almeno il principale servitore.

 

      Da alcuni giorni gli erano venuti dei dubbi sui rapporti tra Robert ed il padrone. C’era troppa familiarità tra loro. Spesso si guardavano e sorridevano, quando pensavano che nessuno li vedesse.  Jean aveva incominciato a chiedersi quanto legati fossero.

      Quella sera avrebbe controllato.

      Quando il padrone e Robert furono entrati nella camera da letto, Jean si assicurò che Rose fosse nella propria cameretta e si avvicinò alla porta. Guardò attraverso il buco della serratura.

Guillaume si stava spogliando di fronte a Robert. Questo non significava molto, Robert era uno schiavo. Ma Guillaume sembrava guardare Robert, che dava la schiena alla porta e doveva ricambiare lo sguardo. Uno schiavo non si sarebbe mai permesso di fissare il padrone che si spogliava, al massimo lo avrebbe aiutato.

Guillaume fu presto nudo. Aveva un gran bel corpo ed al pensiero che Robert, uno schiavo negro, potesse godere di quel corpo, Jean si sentì sopraffare dalla rabbia, anche se a lui non piacevano i maschi.

Vide Guillaume avvicinarsi a Robert. Quei due maiali si stavano baciando!

Jean avrebbe voluto entrare e gridare loro in faccia che erano due luridi porci, ma che cosa avrebbe guadagnato? Il padrone lo avrebbe venduto, magari frustato.

      Robert si era spostato, Jean non riusciva più a vederlo. Guillaume sorrideva, seguendo con lo sguardo Robert. Gli stava venendo duro.

      Si voltò e si diresse verso il letto. Aveva un bel culo.

      Di colpo Jean non vide più nulla. Robert doveva aver spento la lanterna. Rimase un buon momento con l’orecchio incollato alla porta. Poteva sentire sospiri, gemiti, risate sommesse.

      Quei due maiali stavano scopando. Ora capiva la preferenza che il padrone aveva per Robert. Ma avrebbero pagato, tutti e due. Presto, molto presto.

 

 

 

        

 

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