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8 Nella
capanna, alcuni degli altri prigionieri gli espressero la loro solidarietà.
Louis però sapeva bene che a tutti, o quasi, importava ben poco di lui: non
aveva fatto molto per farsi amare. E per alcuni sapere che quel giorno
avrebbero ucciso lui era quasi un sollievo: voleva dire che avevano un altro
giorno di vita davanti, che non era ancora il loro turno. Il
mattino seguente li portarono tutti fuori e li fecero assistere ai
preparativi: faceva parte dello spettacolo. C'erano
dei pali piantati nel terreno. Lì venivano spesso legati i prigionieri per
essere torturati. Due neri stavano attaccando su un palo alcune travi
orizzontali. Poi i due presero alcuni lunghi chiodi di ferro e li piantarono
sul lato posteriore delle travi, in modo che la punta sporgesse di qualche
centimetro sul davanti. Louis capì a che cosa servivano: aveva visto e
sentito abbastanza per sapere che uno dei divertimenti di Jeannot era quello
di vedere i prigionieri procurarsi da soli sofferenza e morte. Lui sarebbe
stato legato a quel palo, con una corda che gli avrebbe lasciato poca
possibilità di movimento: quel tanto da non farsi infilzare dai chiodi.
Quando avesse perso i sensi o comunque non fosse più riuscito a stare in
piedi, il corpo si sarebbe appoggiato alle travi ed i chiodi lo avrebbero
trafitto. Non erano abbastanza lunghi da ucciderlo, ma gli avrebbero inflitto
una nuova sofferenza. Poi i due piantarono
numerosi chiodi più sottili ed acuminati attraverso un'assicella, che venne
fissata perpendicolarmente al palo, abbastanza in basso. Finché fosse rimasto
in piedi, l'avrebbe avuta tra le gambe. Quando non fosse più riuscito a
reggere, gli aghi gli avrebbero trapassato i testicoli ed il sesso. Gli
sembrava che la sua mente registrasse tutti i dettagli, ragionasse su ciò che
vedeva, senza che ci fosse una reazione, un’emozione qualsiasi, come se gli
fosse del tutto indifferente. La sua vita finiva. A che
cosa era servita? Aveva curato i malati, aveva salvato Guillaume, aveva
cercato di dare consolazione. Qualche cosa di buono aveva fatto. Dopo
aver concluso la preparazione del palo, le guardie ricondussero tutti i
prigionieri nella capanna. L'esecuzione sarebbe cominciata nel pomeriggio e
si sarebbe conclusa il giorno successivo, come più volte era capitato.
Jeannot non aveva fretta, gli piaceva gustare lo spettacolo un po' per volta. Era
abbastanza tardi quando vennero a prenderlo. Nella capanna lo slegarono, lo
fecero spogliare completamente, poi lo spinsero fuori. Non gli tolsero il
bavaglio. C'era molta gente, venuta
ad assistere da tutto l’accampamento, ed il suo arrivo fu accolto da risate e
commenti. Giunti davanti al palo, gli passarono una corda ai piedi, una al
collo ed una alle mani, legandole al legno. Le corde erano della lunghezza
giusta per permettergli di rimanere un po’ scostato dai chiodi. Ci
fu un momento di silenzio. Il carnefice si avvicinò e guardò Jeannot. Questi
si rivolse a Louis: -
Bene, dottore, ti avevo detto che sarebbe venuto anche il tuo turno. Non hai
niente da dire? Jeannot
sogghignò. Poi proseguì. -
La lingua te la tagliamo domani. Perciò, se vuoi dire qualche bella frase,
hai tutta la notte per pensarci. Louis
lo guardava e riprovò, molto più forte, la sensazione di due mesi prima: lui
era lontano, quell'uomo non poteva raggiungerlo. Jeannot
fece un segno. Il carnefice appoggiò il coltello sullo zigomo ed incise la
guancia destra fino al mento. Non era un taglio profondo. Il dolore fu
intenso, ma ben presto si ridusse, fino a diventare perfettamente
tollerabile. Sapeva,
perché lo aveva visto e lo aveva sentito raccontare, che ora sarebbe passato
un certo tempo. Jeannot non aveva fretta. Avrebbe aspettato. Si rese conto
che in realtà non stava aspettando, non era in attesa del secondo colpo. Lui
era da un'altra parte. Non sapeva dov'era, ma era lontano. Sapeva anche che
stava negando a Jeannot il suo divertimento e che questo lo avrebbe spinto ad
essere ancora più feroce. Un
quarto d'ora dopo, il carnefice fece un secondo taglio sul costato, sempre a
sinistra. Anche questo un taglio non profondo, ma lungo, da subito sotto la
clavicola all'ultima costola. Poi,
sempre a distanza di un quarto d'ora l'uno dall'altro, vennero un terzo
taglio, al ventre, ancora sul lato sinistro, un quarto taglio, alla coscia
sinistra e poi quattro tagli corrispondenti dalla parte destra. Ogni taglio
sul lato destro era perfettamente simmetrico a quello sul lato sinistro:
Jeannot era un artista e gli piacevano i lavori ben fatti. Nessuno
degli otto tagli era profondo, nessuno era mortale. Louis si sentiva debole,
ma il dolore era tollerabile. La
notte era ormai scesa. L'ultimo taglio glielo avevano fatto, alla luce delle
torce, quando il cielo era ormai blu scuro. Sapeva che non avrebbe retto per
molto tempo ancora. Riportarono i prigionieri dentro la capanna. La gente si
disperse. Anche il carnefice e le guardie se ne andarono. L'indomani mattina
lo avrebbero ritrovato infilzato sui chiodi, l'avrebbero risvegliato, ed
avrebbero proseguito la loro azione: dopo l'antipasto, la grande abbuffata. Louis
sentì i rumori del campo attenuarsi, poi scese il silenzio. Provava un senso di
vuoto e di pace. Il tempo passava. Stava cedendo. Cercava di resistere, ma le
forze gli mancavano. Presto avrebbe perso i sensi ed i chiodi l’avrebbero
risvegliato. Improvvisamente sentì delle
urla, poi degli spari. Ora c'erano parecchie voci. L'accampamento era in
subbuglio. Che cosa succedeva? Louis pensò che, qualunque cosa stesse
succedendo, per lui non aveva più molta importanza. Stava cedendo. Qualcuno
si stava avvicinando. Un gruppo di uomini che non conosceva, tra loro
l'aiutante di Jeannot di cui lui aveva curato la figlia. L'uomo gli passò la
destra dietro la schiena, tenendolo a distanza dai chiodi, e la sinistra
sotto i testicoli, mentre gli altri recidevano le corde che lo bloccavano.
Louis sentì la pressione delle mani del nero sul suo corpo e si lasciò
andare. Perse i sensi. Non vide che il nero lo prendeva in braccio e lo
portava fino all'accampamento di Biassou, un altro capo. I
capi-banda avevano deciso di eliminare Jeannot, la cui ferocia ostacolava un
accordo con i bianchi. L'esecuzione di Louis aveva suscitato molto
malcontento e gli altri capi avevano valutato che fosse il momento giusto per
intervenire, penetrando nel campo di Jeannot, impadronendosi di lui e
giustiziandolo subito. * Guillaume andò a dormire,
seguito da Robert. Jean incominciò a
prepararsi. Quella era la notte in cui finalmente avrebbe pareggiato i conti.
Quel bastardo sarebbe morto. Dopo, Jean sarebbe fuggito, avrebbe raggiunto i
neri in rivolta. Ed un giorno sarebbe ritornato in quella casa da padrone.
Perché quella casa apparteneva a lui, lui era l’ultimo dei Grossetête. Doveva aspettare un po’,
per essere sicuro che dormissero, ma non voleva farlo tanto tardi, doveva
avere il tempo di allontanarsi, prima che scoprissero i cadaveri. Nella sua
camera, Jean ripassò mentalmente le cose da fare. Dopo aver ucciso Guillaume
e Robert, avrebbe dovuto sgozzare anche Rose: la donna poteva sentirlo mentre
prendeva le cose di valore che erano in casa. Ed in ogni caso il mattino
seguente avrebbe scoperto che il padrone era morto ed avrebbe dato l’allarme
molto presto. Meglio ucciderla e ritardare un po’ la scoperta. Dopo aver sgozzato Rose,
avrebbe raccolto in un sacco tutto quanto poteva vendere facilmente. Sarebbe
uscito dalla città prima dell’alba e nessuno lo avrebbe più catturato. Di lì a poco sarebbe andato
a controllare che non ci fosse luce nella camera di Guillaume. Poi avrebbe
lasciato passare un’ora e li avrebbe uccisi. Guillaume dormiva nel letto.
Robert dormiva con lui, come era probabile, o sulla stuoia ai piedi del
letto? Non poteva saperlo, ma non aveva molta importanza. Era meglio che
ammazzasse prima Robert, che era più forte. Robert
posò la candela accanto al letto. Guillaume incominciò a spogliarsi. Era
bello togliersi i vestiti mentre Robert lo guardava. Sapeva che anche a
Robert piaceva. Quando fu nudo, Guillaume attese che Robert si svestisse. Robert
però rimase a guardarlo, senza dire una parola, sorridendo. Era un sorriso un
po’ beffardo. Guillaume si avvicinò e, silenziosamente, prese a spogliarlo.
Gli sfilò la giacca, poi le sue mani scesero sui fianchi del nero, estrassero
la camicia e la sollevarono fino a toglierla. Robert lasciava fare,
assecondando i movimenti di Guillaume, in modo da permettergli di denudarlo,
ma senza partecipare attivamente. Robert
era a torso nudo e Guillaume chinò il viso per baciargli il torace, gli morse
leggermente un capezzolo, poi si inginocchiò davanti a lui, gli slacciò la
fibbia e gli calò i pantaloni e le mutande. Guardò
il sesso del nero, già rigido. Lo aveva ad una spanna dal viso e nuovamente
lo prese il desiderio di accoglierlo in bocca, di succhiarlo, di leccarlo, ma
temeva che Robert lo disprezzasse. Che cosa avrebbe pensato se il suo padrone
si fosse messo a succhiargli l’uccello? Si
alzò, si avvicinò alla candela e con un soffio la spense. Poi guardò il corpo
di Robert, ancora visibile nella luce lunare che entrava dalla finestra. Robert
si tolse le scarpe e raccolse i pantaloni che giacevano al suolo. Il
desiderio lo faceva fremere, ma mille dubbi si affacciavano nella sua testa.
Per un attimo aveva pensato che Guillaume glielo avrebbe succhiato. Lo
desiderava, con tutta l’anima, ma non poteva certo chiederlo. Guillaume era
il padrone e questo doveva fare attenzione a non dimenticarlo. Eppure
c’erano momenti in cui Guillaume sembrava essere solo il Guillaume ancora
bambino che non conosceva differenze, che giocava insieme a lui. Ora
giocavano ancora, ma tutti e due sapevano benissimo quali erano i propri
ruoli. La
schiavitù sarebbe stata davvero cancellata? E se avesse ottenuto la libertà,
che cosa avrebbe fatto? Non voleva lasciare Guillaume. Guillaume
si era di nuovo avvicinato. Lo abbracciò. -
Che cos’hai questa sera? Forse
sarebbe stato il momento di parlare, ma quel contatto gli bruciava la pelle e
Robert si trovò a stringere il corpo che lo allacciava, ad accarezzarne la
schiena, a baciare la bocca che gli offriva, a spingere la lingua tra i
denti, mentre sentiva contro il ventre i due tizzoni ardenti, ugualmente
gonfi e tesi. Con
una mano scese lungo la schiena di Guillaume, raggiunse il culo, un dito si
aprì il varco tra i fianchi e quando stuzzicò l’apertura Guillaume gemette.
Robert lo spinse sul letto, senza togliere il dito, gli mordicchiò una
spalla, poi gli passò la lingua sui capezzoli ed infine, lo voltò,
sistemandolo a pancia in giù, il torace sopra lenzuolo, il culo sul bordo del
letto. Guillaume aprì le gambe. Che
cosa si provava a prenderselo in culo? Guillaume sentiva piacere, un piacere
tanto violento che a volte veniva. Era davvero così bello? Che cosa avrebbe
provato se Guillaume lo avesse penetrato? Era
una domanda assurda. Guillaume era il padrone e faceva quello che voleva. Scacciò
le domande e si abbandonò al piacere che saliva. Afferrò con forza il culo di
Guillaume, pizzicò, morse, più volte, strappando gemiti soffocati, poi
avvicinò l’asta all’apertura, ne bagnò la punta con la saliva ed entrò,
prendendo possesso del suo regno. Era uno schiavo, ma il corpo del padrone
gli apparteneva. Per quei momenti intensi era davvero suo. Il resto non aveva
importanza. Incominciò
a muoversi con forza. Era bello sentire la carne cedere, tenere tra le mani
quel culo, avere vicino alla sua bocca la testa di Guillaume, che accoglieva
i suoi baci. Dopo
che furono entrambi venuti, rimasero ancora un buon momento ad accarezzarsi.
E nuovamente nella testa di Robert guizzavano pensieri che lo disturbavano.
Ma Guillaume lo provocava, lo mordeva, mentre Robert cercava di tenerlo
fermo. Ad un certo punto lo spinse giù dal letto, ma Robert lo afferrò per le
gambe e lo costrinse a scendere. Si
amarono sul pavimento e questa volta il gioco fu più violento. Vennero
entrambi, uno dopo l’altro, e rimasero un momento, sazi, al suolo. Poi si
alzarono, si pulirono e si misero sotto il lenzuolo. Erano
a letto da pochi minuti, quando Robert si rese conto che qualcuno stava
aprendo la porta con molta cautela. Da tempo sospettava che Jean stesse
architettando qualche cosa ed aveva messo in guardia il padrone. Pensò che si
trattasse di lui. Mise
una mano sulla bocca di Guillaume, perché tacesse. Guillaume non capì subito,
ma poi vide il battente che si apriva. Robert ritirò la mano e rimase
immobile. Una testa fece capolino, guardando dentro. Quando
l’intruso avanzò nella stanza, Robert intuì che era effettivamente Jean. In
mano stringeva qualche cosa, probabilmente un’arma, sì, un coltello. Jean
si stava avvicinando al letto. Doveva essere ben sicuro di sé per pensare di
poterli ammazzare entrambi con un coltello, ma in effetti, se fossero stati
addormentati, avrebbe potuto colpire al cuore uno dei due e se l’altro fosse
stato svegliato dal rumore della lama che lacerava la carne o da un ultimo
gemito, sarebbe stato trafitto a sua volta prima di rendersi conto di ciò che
stava succedendo. Jean
era ormai vicinissimo al letto. Alzò la lama per uccidere. Allora
Robert si mise a sedere di scatto e gli bloccò il polso con la sinistra,
mentre con la destra gli sferrava un pugno in faccia. Non lo colpì in pieno e
Jean non mollò il coltello. Robert, senza lasciare la presa, saltò su di lui
e rotolarono a terra. Jean era forte, ma Robert era più giovane. Guillaume
si alzò e si avvicinò, per dare man forte a Robert, ma la lotta si concluse
subito. Si sentì un urlo strozzato ed i due corpi si immobilizzarono. Guillaume
si sentì gelare. La voce non gli era sembrata quella di Robert, ma non poteva
esserne sicuro. In
quel momento Robert si rialzò. Ai suoi piedi rimase Jean, mentre una grande
macchia scura si allargava intorno a lui. Guillaume
tremava. Robert accese una candela. Jean aveva il coltello piantato nel
torace, poco sotto il cuore. Stringeva ancora l’impugnatura nella sua mano:
Robert era riuscito a dirigere la lama verso il suo avversario e con il
proprio peso l’aveva fatta affondare nel corpo di Jean. Robert
avvicinò la candela al viso di Jean. Respirava ancora, a fatica. C’era uno
sguardo di odio nei suoi occhi. Cercò di dire qualche cosa, ma del sangue gli
uscì dalla bocca. Ebbe un sussulto, poi rimase immobile.
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