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9

      Louis riprese conoscenza solo nel pomeriggio del giorno successivo. Si sentiva ancora debole, ma le ferite non gli facevano quasi più male. Passando una mano sui tagli scoprì che mentre riposava qualcuno vi aveva spalmato un unguento. Anche le piaghe agli angoli della bocca erano state medicate, ma rimaneva un dolore sordo, che divenne subito acuto quando provò ad aprire la bocca.

      Era solo in una capanna, immersa nella penombra. Con una certa fatica si mise seduto, poi si alzò in piedi. Le gambe lo reggevano. Ancora una volta era sfuggito alla morte. Per quanto?

      Mentre era in piedi, alla porta della capanna si affacciò un uomo, un nero sui vent'anni. Lo vide e gli disse:

      - Aspetta.

      L'uomo si allontanò e tornò poco dopo accompagnato da un nero meno giovane. Il ragazzo si mostrava molto deferente nei confronti dell'altro, che doveva avere una posizione importante.

      - Sta meglio?

      Louis annuì.

      - Bene. So che lei è un medico e che è molto bravo. Avrei piacere che vedesse un malato. Dubito che ci sia qualche cosa da fare, ma non voglio lasciare nulla di intentato.

      Louis annuì di nuovo. Non se la sentiva di parlare, ma l'uomo sembrava accettare il suo silenzio senza stupirsi.

 

      Il giovane prese dalla parete la borsa in cui Louis teneva le sue erbe. Louis non si era nemmeno accorto che fosse lì. Si infilò un vecchio paio di pantaloni, laceri e sporchi, che qualcuno aveva appeso alla parete, poi uscirono dalla capanna. Louis vide che si trovava in un ampio accampamento, con molte capanne e ripari costruiti tra gli alberi. In giro si vedevano solo neri. Camminando, un po’ a fatica, seguì l'uomo che scendeva verso il torrente. Guardandosi intorno, vide alcune donne bianche che lavavano panni. Tra di loro riconobbe Hélène, che aveva curato all'accampamento di Jeannot. Quindi i prigionieri erano stati portati qui. Per subire che sorte?

      L'uomo camminò lungo il torrente, fino ad arrivare ai margini dell'accampamento. Qui, vicino ad una macchia di vegetazione più fitta, sorgeva una capanna isolata. L'uomo si fermò sulla soglia e con la testa indicò l'interno. Louis si affacciò e vide un uomo disteso nella penombra. Entrò nella capanna e riconobbe Llera.

      Fu stupito di vedere che non era morto alla Fierté, ma si rese conto subito che era malato: era smagrito ed il suo colorito era terreo. Un acre odore di sudore e di escrementi riempiva la capanna. Si chinò al suo fianco e gli toccò la mano. Era caldissima.

      Sentendosi toccare, Llera aprì gli occhi e lo guardò. Per un momento non sembrò neppure vederlo, poi lo riconobbe. 

      - Il dot...tore ... che parla... troppo. Non mi ... tirerà fuo... ri. La mia ora...

      Non completò la frase, non riusciva più a parlare, era esausto. Louis gli tastò il collo, poi gli aprì la bocca ed ebbe una conferma ai suoi sospetti: la lingua era gonfia, come pure le ghiandole del collo.

      Llera stava morendo di una malattia relativamente rara, tipica delle zone di palude, che non perdonava. I suoi maestri gli avevano insegnato che la malattia poteva essere arrestata se presa in fase iniziale, somministrando alcuni decotti, ma in fase avanzata diventava impossibile far bere il malato, che vomitava, e più tardi la lingua era talmente ingrossata che nulla passava: il malato moriva di sete o di asfissia. Era una morte orrenda.

      Louis si chiese che cosa poteva fare. In quel momento arrivò un uomo anziano, che si mise al suo fianco.

      - Ho provato a farlo bere, ma da questa mattina vomita ogni volta che gli do anche solo un sorso.

      Louis fissò Llera negli occhi. L'uomo sapeva di essere condannato a morte, ma sembrava avere sulle labbra un mezzo sorriso, una specie di ghigno, mentre lo guardava. Quasi volesse dirgli che era curioso di vederlo alla prova, ora.

      Avrebbe provato. Nel suo sacco aveva le erbe che gli servivano. Le tirò fuori e l'uomo più anziano gli disse:

      - Se vuole metterle sul fuoco, qui c'è tutto l'occorrente.

      Poi aggiunse:

      - Io ripasserò più tardi. Qualsiasi cosa le serva, Pilon rimane qui a sua completa disposizione.

      Louis preparò con cura il fuoco e mise le erbe nell'acqua. Lasciò che l'acqua bollisse per il tempo necessario, poi prese il recipiente e rientrò nella capanna. Sollevò Llera, mettendolo a sedere. Gli avvicinò la ciotola fumante alle labbra, in modo da inumidirle appena, poi la posò. Lasciò passare un po' di tempo, poi la riprese e cercò di versare poche gocce sulla lingua. Llera si contorse in un conato di vomito, poi cominciò a tremare. Louis lo mise nuovamente disteso. L'uomo era scosso da un tremore violento, che si calmò solo lentamente e sembrò lasciarlo ancora più sfinito.

      Quando smise di tremare, Llera lo guardò e gli sorrise. Un sorriso diverso da prima, sembrava quasi che volesse dirgli che non aveva importanza. Poi chiuse gli occhi.

      Louis rimase seduto al suo fianco e si sforzò di pensare, ma nella sua testa gli sembrava ci fosse un vuoto. Guardò nuovamente Llera. Cominciò a passare in rassegna le diverse erbe che conosceva ed i loro effetti. Ciò che gli avevano insegnato non era sufficiente. Doveva trovare soluzioni nuove. Pensò a come poteva combinare le erbe. Doveva riuscire a ridurre il gonfiore della lingua, altrimenti Llera sarebbe soffocato, e doveva eliminare la reazione di vomito, per non farlo morire di sete.

      Erano passate due ore, quando si alzò. Llera non si era risvegliato. Respirava a fatica. Louis si mise sulla soglia della capanna. Era ormai sera. Si avvicinò subito il giovane che era rimasto di guardia, quello che l'anziano aveva chiamato Pilon. Gli chiese:

      - Rimani qui o torni a mangiare alla tua capanna?

      Louis gli fece segno che sarebbe rimasto lì. Pilon se ne andò. Tornò poco dopo con una ciotola piena di cibo. Louis si rese conto di quanto affamato fosse. Non mangiava dal mattino precedente. Divorò il cibo. Quando ebbe finito e posò la ciotola, pensò a Llera, che non era in grado di mangiare. Anche questo avrebbe indebolito il suo organismo.

      Rientrò nella capanna. Si stese accanto a Llera e continuò a pensare alle possibili cure. Accanto a sé sentiva il respiro pesante ed irregolare di Llera. Probabilmente non avrebbe più ripreso conoscenza. Ad un certo punto Louis si addormentò.

      Più tardi Pilon entrò e lo scosse. Alla luce della torcia lo guardò interrogativamente. Louis gli fece segno che sarebbe rimasto lì a dormire.

      Il mattino dopo si svegliò molto presto, cominciava appena ad albeggiare. Accanto a lui Llera respirava affannosamente. Ne aveva ancora per due giorni, forse meno. Louis aveva un'idea. Non sapeva quando e come gli fosse venuta, non si ricordava di esserci arrivato con un ragionamento. Sapeva solo che aveva un'idea.

      Mise alcune foglie a bagno, le lasciò per un po' di tempo, poi le avvolse in un sacchetto e le mise sulla fronte di Llera. Non sarebbero servito a curarlo, ma almeno gli avrebbero dato un po' di frescura. Poi gli bagnò le labbra, più volte.

      In quel momento arrivò Pilon con la colazione. Louis la prese e l'uomo fece per andarsene, ma Louis gli fece segno di rimanere. Mangiò rapidamente, poi si guardò intorno. Per trovare quello che cercava, doveva salire, sopra la zona degli alberi più fitti. Fece segno a Pilon che voleva andare in alto e che gli facesse strada. Il giovane gli disse:

      - Vuoi salire sulla montagna?

      Louis annuì.

      - Per cercare erbe per curare?

      Louis annuì nuovamente.   

      - Aspetta.

      Si allontanò rapidamente e ritornò di lì a poco con un fucile. Si avviò e Louis lo seguì.

      Lasciarono l'accampamento e cominciarono a salire. Louis era ancora debole e procedeva più lentamente di quanto avrebbe voluto. Dopo un'ora si trovarono in una zona più brulla, da cui Louis poteva vedere meglio il territorio circostante. Individuò un’area in cui avrebbe potuto trovare quello che gli serviva. La indicò a Pilon, che fece strada. In breve vi arrivarono.

      Louis cominciò a raccogliere erbe. Non erano quelle che cercava, ma sapeva che avrebbero potuto essergli utili. Si spostarono poi più avanti, fino a che Louis trovò i piccoli frutti di cui aveva bisogno. Ne raccolse alcuni. Poi fece segno a Pilon che potevano andare.

      Era stanco, ma dovevano muoversi in fretta. Llera stava morendo. Due volte nella discesa Louis fece cenno a Pilon di accelerare il passo. Giunsero rapidamente ai piedi della collina dove sorgeva l'accampamento.

     

      Nella capanna l'odore era più forte e più aspro; il respiro di Llera era diventato più irregolare. Louis calcolò che se i suoi tentativi non avessero ottenuto nessun effetto, l'uomo sarebbe morto soffocato quella notte stessa. La malattia stava procedendo più rapidamente del previsto.

 

      Louis prese i frutti che aveva raccolto, ne schiacciò alcuni con cura, ottenendo una pasta densa. Poi si mise di fianco a Llera e nuovamente lo sollevò. Il corpo era inerte. Louis cercò di aprirgli la bocca, ma i denti erano serrati e non riusciva a schiuderli. Adagiò Llera per terra ed uscì. Sulla soglia della capanna Pilon aspettava. Al suo fianco portava un coltello. Louis glielo indicò. L'uomo lo fissò negli occhi un momento, poi prese il coltello e glielo diede. Louis sollevò nuovamente il corpo di Llera e cominciò a far pressione con le dita sui muscoli della mandibola. Sentì un leggero movimento. Allora infilò il coltello tra i denti e fece di nuovo pressione, sempre massaggiando i muscoli. La bocca si aprì leggermente.

      La lingua era enorme e scura, quasi nera. Louis prese la pasta che aveva ottenuto con i frutti e cominciò a spalmarla sulla punta della lingua. Poi, servendosi di uno straccio e di un bastoncino, la spalmò ancora più all'interno, su tutta la superficie. Il frutto era tossico, ma, usandolo in quantità limitata, Louis sperava di non provocare danni. Sperava: non aveva certezze, ma non c'erano alternative.

      Posò di nuovo il corpo e preparò il decotto che serviva per bloccare il decorso della malattia.

      Mezz'ora dopo sollevò nuovamente Llera. Il frutto aveva fatto effetto, perché la bocca non era più serrata come prima e la lingua era meno gonfia, anche se chiaramente irritata. Come aveva previsto, il frutto aveva ridotto il gonfiore.

      Tenendo sollevato Llera, Louis gli versò una goccia del decotto sulla lingua. Aspettò. Poi un'altra goccia. Proseguì così per oltre un'ora. Quando ebbe finito di dargli goccia a goccia il contenuto dell'intera scodella, si distese, privo di forze. In quel momento arrivò il guaritore che era venuto il giorno precedente.

      Osservò Llera, poi si rivolse a Louis:

      - Lei non si è fatto nessun impacco: deve curarsi.

      L'uomo gli spalmò un medicinale sulle ferite da taglio ed un altro sulle piaghe ai margini della bocca, poi se ne andò.

      Louis rimase disteso ancora un momento, poi si rialzò. Toccò la fronte di Llera: era ancora caldissima. La febbre non accennava a diminuire. Gli fece un secondo impacco.

     

      Per il resto del giorno Louis non si mosse dalla capanna. Pilon passava spesso a  chiedere se aveva bisogno di qualche cosa e gli portava da mangiare e da bere. Gli aveva lasciato il suo coltello.

Louis diede a Llera altre tre volte il decotto e verso sera, poiché la lingua era nuovamente gonfia, ripeté il trattamento con i frutti. Fece un ulteriore impacco che mise sulla fronte del malato e si distese.

      Il mattino seguente si risvegliò molto presto. Llera aveva ancora una febbre molto alta, ma la lingua era meno gonfia e Louis pensò con sollievo che non doveva più far ricorso al frutto, i cui effetti conosceva solo in parte. Ripeté il trattamento con il decotto.

      Stava finendo, quando arrivò Pilon, che si sedette ed aspettò che avesse concluso, guardandolo.

      - Puoi lasciarlo, ora? C'è bisogno di te.

      Louis annuì, anche se, come sempre dopo il trattamento, era esausto.

      Pilon lo accompagnò da un uomo che aveva una brutta ferita al fianco. La ferita non era stata curata nel modo giusto ed aveva fatto infezione. Lo assisteva il guaritore che aveva medicato Louis. Questi gli spiegò la situazione e gli chiese consiglio. Louis si sedette e cominciò a pensare. Poi fece segno che sarebbe tornato più tardi ed andò alla capanna.

      Mentre dava nuovamente il decotto a Llera, Louis rifletté, fino a giungere ad una possibile soluzione. Dopo aver finito, si distese a riposare. Si alzò dopo un quarto d'ora, meditò ancora un buon momento, modificando la soluzione individuata, poi prese la sua borsa e raggiunse la capanna in cui c'era l'uomo ferito. Cominciò a preparare un miscuglio di erbe, sotto gli occhi attenti dell'uomo anziano.

 

      Quando ebbe finito, tornò da Llera. La febbre non calava, ma la lingua era decisamente meno gonfia. Louis fece segno a Pilon che voleva mangiare e questi disse che gli avrebbe portato qualche cosa. Louis scosse la testa ed indicò Llera.

      - Per lui? Che cosa può mangiare?

      Louis fece segno a Pilon di accompagnarlo dove poteva trovare cibo. In una capanna ottennero quello che Louis cercava: zucchero. Tornato da Llera, Louis provò a dargli acqua e zucchero a piccoli sorsi e vide che riusciva a farlo bere senza che vomitasse.

      Poi andò a trovare l'altro paziente.

 

      Pilon ritornò da lui.

      - I prigionieri ti hanno visto. Le donne chiedono che tu vada da loro.

      Louis annuì e seguì Pilon. Le donne lo accolsero con grande gioia: non avendolo più visto, avevano pensato che fosse morto la notte dell'esecuzione, anche se gli uomini avevano detto che  non era stato ferito a morte.

      Le donne facevano molte domande, ma Louis rispondeva solo a gesti.

      - Non può parlare?

      Difficile rispondere. Non poteva, non voleva? Non se la sentiva, forse.

      - Che cosa le hanno fatto?

      Louis scosse la testa. Fu Madeleine a capire:

      - Non vuole parlare?

      Molte non capirono, facevano fatica ad accettare che lui non parlasse. Non ci misero però molto ad abituarsi: da tempo comunicavano con lui solo attraverso i gesti.

      Ora poteva curare anche gli uomini, quelli che erano sopravvissuti. Pochi, quasi nessuno di quelli che aveva incontrato il primo giorno nella capanna. Anche loro si stupirono del suo silenzio.

      Louis non aveva riflettuto sul suo silenzio. Non aveva deciso di non riprendere a parlare. Semplicemente non l'aveva fatto, non ne aveva sentito il bisogno. Nei primi giorni in cui aveva portato il bavaglio, gli veniva istintivo cercare di parlare. Poi, però, si era abituato ed ora non ne avvertiva l’esigenza.

 

      Tornò nella sua capanna. Llera aveva ancora la fronte caldissima, ma le sue condizioni lo preoccupavano di meno. Gli diede ancora acqua e zucchero e vide che non vomitava. Poi si fece portare dell’acqua e con uno straccio lavò il corpo. Infine si spalmò sulle ferite l'impasto curativo e si stese. Era completamente senza forze.

      Il mattino seguente Louis si rese conto che la febbre di Llera era leggermente scesa. Farlo bere e nutrirlo era più facile, anche se ancora lungo. Nel pomeriggio Llera aprì gli occhi. Louis non sapeva se era cosciente o meno, ma a sera, quando lo stese nuovamente, dopo avergli dato il decotto curativo ed un altro per nutrirlo, vide che lo fissava e gli parve di vedere un leggero sorriso sulle sue labbra.

      Il giorno dopo la febbre era ulteriormente calata e Louis si sentì abbastanza sicuro della guarigione. Doveva solo aiutarlo a riprendere gradualmente l'abitudine ad assumere cibo. Gli versava il decotto, che ora beveva senza troppa fatica, e gli faceva bere succhi di frutta, a cui aggiungeva lo zucchero che gli portava Pilon.

      La sera del quarto giorno, dopo che gli ebbe dato da mangiare, Louis lavò Llera, poi lo depose sul giaciglio. Allora Llera sollevò la mano e la poggiò sul viso di Louis. Louis sentì la leggera pressione del palmo sul naso e sulle labbra, le dita sulla fronte. Dentro di sé avvertì una sensazione di calore e di benessere che lo sorprese. Sorrise e carezzò la guancia di Llera.

 

      Il giorno seguente, per la prima volta, Llera parlò. Gli disse solo:

      - Grazie.

      Ora nutrirlo non creava nessun problema. Nei giorni successivi il miglioramento fu rapido: presto Llera riuscì a mettersi a sedere, sia pure con l'aiuto di Louis, e riprese a nutrirsi di cibi solidi.

      Come all'accampamento di Jeannot, Louis girava curando feriti e malati. I bianchi volevano che fosse lui a curarli, i neri utilizzavano il guaritore, ma alcuni di coloro che erano stati al campo di Jeannot si rivolgevano a lui ed il guaritore lo chiamava in tutti i casi difficili. A differenza degli altri bianchi, Louis era libero di muoversi per tutto il campo. Pilon gli raccomandò soltanto di non allontanarsi senza di lui.

      - Sarebbe molto pericoloso. Quando vuoi andare in giro, ti accompagno io con il fucile.

      Pilon passava spesso a chiedergli se aveva bisogno di lui.

 

      Il sesto giorno, quando Louis rientrò da uno dei suoi giri e diede da mangiare a Llera, questi lo fissò e gli disse:

      - Non può parlare?

      Louis alzò le spalle.

      - Non le hanno tagliato la lingua o fatto qualche cosa del genere, no?

      Louis scosse la testa.

      - Bene, allora tutto è a posto. Quando avrà qualcosa da dire, parlerà.

      Louis sorrise, imitato da Llera.

      - Chi l'avrebbe detto: il mio dottore che parlava troppo!

      Il sorriso di Louis si allargò.

      - Sono sicuro che non parlerà più come prima. È cambiato molto. Basta vedere come si muove.

      Le parole di Llera stupirono Louis. Non pensava che ci fossero stati cambiamenti esteriori. Dentro, sì, era cambiato, molto, di questo si era reso conto.

      - L’uomo che le ha fatto da maestro aveva ragione: lei è passato attraverso il fuoco ed ora è diventato un guaritore. E non solo.

      Louis sorrise. Non sapeva che cosa era diventato, ma stava bene. La vita nell'accampamento non aveva l'angoscia infinita del campo di Jeannot.

      Nel pomeriggio Llera decise di alzarsi.

      - Devo fare i miei bisogni. Ora posso alzarmi. Non deve più pulirmi.

      Louis scosse la testa.

      - Ma mi sento bene.

       Llera, che era seduto, fece per sollevarsi, ma Louis scosse nuovamente la testa e gli appoggiò due dita sulla spalla, spingendolo verso il basso. Era una pressione leggera, ma Llera cedette.

      - Lei non è un guaritore, lei è un brujo.

      Louis sorrise. Sapeva che cosa voleva dire brujo in spagnolo: stregone.

     

      Nei giorni successivi Llera cominciò ad alzarsi, a muoversi, a nutrirsi regolarmente. In breve tempo si fu completamente ripreso. Erano forse passati quindici giorni dall'arrivo di Louis al campo, quando Llera lo salutò.

      - Grazie di tutto. Ora me ne vado. Devo badare a molte cose e mi sono trattenuto qui troppo a lungo. Ma mi è andata bene: ci rimanevo per sempre, se non era per lei.

      Llera se ne andava. Non era prigioniero, dunque. Louis non sapeva che cosa pensare. Come se avesse letto i suoi pensieri, Llera rispose.

      - No, non sono prigioniero. Ho buoni rapporti con alcuni dei capi della rivolta e sono venuto qui di mia volontà, quando ho capito che ero ammalato. Speravo che il loro guaritore potesse aiutarmi, ma non c'è riuscito. Per i casi disperati serve un brujo.

      Sorrise. Un ampio sorriso.

      - Per fortuna l'ho trovato. Ora vado, ma noi ci ritroveremo.

      Louis era in dubbio. In quei tempi, la loro vita non valeva molto. La sua, poi, prigioniero dei neri in rivolta, poteva essere spezzata in qualunque momento.

      - So che cosa pensa, ma noi ci ritroveremo: io ho sette vite e ne ho spese solo due o tre. Lei è un brujo e morirà quando lo deciderà. Qui, comunque, non corre rischi. Non sono feroci con i prigionieri e per quelli come lei c'è un grande rispetto. E poi ci tengo a rivederla.

      Louis dubitava di poter scegliere l'ora della propria morte, ma anche lui avrebbe incontrato ancora volentieri Llera. Sorrise e gli tese la mano. Questi non gliela prese, ma, con una mossa rapida, fece un passo in avanti e lo abbracciò stretto.

      - Grazie.

      Il calore dell'abbraccio lo lasciò con un senso di gioia e di pace.

 

*

 

      Jorge Llera raggiunse il Cap senza incidenti. Era un po’ che non si presentava in città, ma sapeva che la casa di Gabriel Bédoire era sempre aperta per lui.

      Gabriel era un uomo piuttosto alto ed alquanto largo: un fisico potente, appesantito da un grande amore per la buona tavola e dal passare degli anni. Gabriel aveva vent’anni in più di Jorge ed era stato compagno di avventure del padre di Jorge, quel famoso Miguel Llera le cui gesta erano note a tutti nell’isola. Per lui Jorge era il “ragazzino”, che aveva protetto nei momenti di pericolo. Ma Jorge era cresciuto e Gabriel aveva imparato che il ragazzino, degno figlio di suo padre, ne sapeva una più del diavolo. Ognuno dei due aveva salvato la vita all’altro in più di un’occasione e la loro fiducia reciproca era assoluta.

      Llera fece un resoconto dell’ultimo periodo e parlò della malattia a cui era scampato per miracolo. Bédoire gli raccontò dei disordini che si verificavano in città, delle tensioni tra neri, mulatti e bianchi, che esplodevano in crimini feroci, e delle notizie terribili che giungevano da tutta l’isola.

      Llera passò il pomeriggio sbrigando diversi affari. Incontrò alcuni conoscenti e ricevette due inviti per la sera successiva, uno dai Verneuil ed un secondo da un’altra famiglia che frequentava quando veniva al Cap.

      Fu un po’ stupito di quegli inviti in una città che, secondo la descrizione di Bédoire, rischiava un bagno di sangue da un momento all’altro. Lui stesso aveva osservato i cadaveri dei giustiziati, lasciati esposti come monito per chi tramava rivolte.

      Ne parlò con Gabriel quella sera stessa, prima di mettersi a dormire.

- Continuano i festeggiamenti al Cap, come se niente fosse?

      - Certo, si balla e ci si ritrova ancora più di prima, a cene e serate mondane. Sai com’è: nessuno sa quando sarà il suo turno e tutti pensano che sia meglio godersi quanto rimane.

      - Saggia filosofia.

      Gabriel rise.

      - Sapevo che l’avresti condivisa. E dato che non sappiamo bene se non saremo assassinati questa notte da uno schiavo o da qualche bandito, che ne diresti di godercela un po’ anche noi, ragazzino?

      Fu il turno di Jorge di ridere. L’idea gli piaceva, era parecchio che non scopava e ne aveva proprio bisogno. Non che gli mancassero le occasioni in città: aveva sempre fatto molte conquiste, tra i maschi come tra le femmine, e non avrebbe avuto difficoltà a riprendere qualcuna delle sue relazioni. Ma il rapporto con Gabriel era un rapporto molto più libero, senza coinvolgimenti sentimentali, senza finzioni, senza richieste.

Lui e Gabriel avevano scopato spesso, durante le loro avventure. Gabriel diceva che dopo essersi preso in culo il cazzo di Miguel Llera, quando aveva trent’anni (ed altrettanti chili) in meno, era giusto che ora Jorge gli offrisse il culo.

      Non che trent’anni prima Gabriel non fosse stato ben felice di quello che faceva Miguel e, giustamente, Jorge era altrettanto felice del vigore che Gabriel dimostrava.

      - Ma ti tira ancora? Secondo me non ce la fai più!

      Gabriel grugnì, poi disse, fingendosi irritato:

      - Ti faccio vedere se mi tira ancora o no, ragazzino. Ma domani non so se riesci ad andare in giro per il Cap, con il culo in fiamme che ti ritroverai.

      Jorge non sorrise e concluse, molto serio:

      - Ma sì, perché no? In fondo sono settimane che non scopo, sono talmente a secco che mi va bene anche un vecchio rottame come te...

      Gabriel grugnì di nuovo, ma non disse più nulla. Salirono in camera.

      Entrarono, Gabriel davanti e Jorge dietro. Gabriel disse:

      - Chiudi la porta.

      Jorge si voltò ed eseguì, ma non appena ebbe girato la chiave nella serratura, Gabriel lo afferrò da dietro, passandogli le mani intorno al torace e poggiandogli la testa sulla spalla.

      - Ragazzino, porta un po’ di rispetto agli anziani.

      La stretta era vigorosa e Jorge sapeva benissimo che non sarebbe riuscito a liberarsi, neanche se avesse voluto. Per quanto avesse raggiunto i cinquanta, Gabriel era forte come un toro.

      Gabriel gli passò la grande mano irsuta sulla guancia, in modo un po’ ruvido. Jorge provò una sensazione di benessere profondo. Aveva avuto donne e uomini, ma da molto tempo non riceveva tenerezza. Non era uomo da ricercarla, aveva imparato a farne a meno, fin da quando era molto giovane, ma quel regalo inatteso era bello.

      Cercò di far passare una mano dietro il proprio culo e la appoggiò sulla promettente protuberanza dei pantaloni di Gabriel. Sì, a Gabriel tirava ancora. Ma questo Jorge lo sapeva benissimo. Di rado passava dal Cap senza fermarsi da Gabriel e di solito trovavano l’occasione per riprendere i loro vecchi giochi. Non si amavano, di questo erano entrambi consci, ma ognuno dei due stava bene con l’altro.

      Avrebbe voluto dire a Gabriel che gli voleva bene, ma non era necessario: lo sapeva già.

      Gabriel tenne un braccio intorno a Jorge e con l’altra mano scese ad ispezionare il pacco. Non era un movimento delicato: la strizzata energica fece sobbalzare Jorge, che rise:

      - Ehi, vacci piano. A me servono. Io conterei di usarli ancora per un po’.

      A Gabriel piaceva andare un po’ pesante, ogni tanto, ed a Jorge la cosa non dava fastidio, ma preferiva contenerlo.

      Gabriel lasciò la presa e la mano si infilò sotto la camicia, accarezzandogli il petto. Era una carezza decisa, nello stile di Gabriel. Gli strizzò un po’ un capezzolo, facendo brontolare Jorge, poi passò all’altro, ripetendo il movimento con maggior forza e strappando un lamento alquanto convinto.

      Allora Gabriel gli morse la spalla. Jorge cercava, senza molta impegno, di liberarsi, ma era fatica sprecata.

      Infine Gabriel lo lasciò, ma solo per prenderlo per le spalle e farlo girare su se stesso. Quando furono faccia a faccia, Gabriel incominciò a spogliarlo, con movimenti bruschi. Jorge lo lasciò fare, sorridendo.

      Presto fu nudo, i pantaloni a terra, e Gabriel si avvicinò nuovamente fino a toccarlo, lo strinse e lo baciò sulla bocca. Le loro lingue si incontrarono e Jorge sentì il desiderio montare rapidamente in lui.

      Quando si staccarono, Jorge prese a spogliare Gabriel, che lo assecondò. Ma quando furono entrambi nudi, Gabriel approfittò del momento in cui Jorge era ancora seduto a terra, dopo avergli sfilato le calze, per spingerlo, facendolo finire disteso. Prima che Jorge potesse rialzarsi, Gabriel era seduto su di lui, con il culo esattamente sulla sua faccia.

      Jorge non cercò di liberarsi. Si limitò ad afferrare con entrambe le mani il grosso culo peloso che lo sovrastava e cercò di mordere la carne. La sua testa non aveva molta libertà di movimento, per cui non riuscì a raggiungere il suo scopo. Allora si accontentò di passare la lingua sul solco che aveva esattamente sopra la bocca.

      Gabriel sussultò di piacere, poi disse:

      - Sei comodo, ragazzino?

      Jorge emise un suono che non era da intendere come un sì entusiastico. 

      - Va bene, allora mi stendo, così mi puoi leccare meglio il culo.

      Gabriel si sollevò, permettendo a Jorge di riprendere a respirare, e si stese sul pavimento, a pancia in giù, le gambe allargate. Jorge si inginocchiò tra di esse ed incominciò a passargli la lingua lungo il solco tra le natiche. Poi, con un movimento rapido, affondò i denti nel culo, prima a destra, poi a sinistra, strappando alla sua vittima (molto consenziente) due gemiti (più per la forma che per la sostanza). Riprese quindi a passare la lingua, scendendo fino all’estremità inferiore dove incominciava la sacca che conteneva i grossi coglioni.

      Jorge la guardò un momento, poi la sua lingua accarezzò la pelle, suscitando in Gabriel una vibrazione più intensa.

      - Ci sai fare, ragazzino.

      Jorge continuò a muovere la lingua, con delicatezza, lungo tutto il solco e poi giù fino ai coglioni. Ogni tanto assestava un morso deciso, che faceva mugolare Gabriel.

      Jorge sentiva la propria eccitazione crescere ed il desiderio farsi tanto acuto da divenire insostenibile. La sua lingua indugiò a lungo sull’apertura segreta, la vellicò,  stuzzicò. Un desiderio violento di forzarla invadeva Jorge, ma con un movimento brusco Gabriel si girò, facendolo cadere con il culo a terra.

      Gabriel sorrise, allargò nuovamente le gambe e disse:

      - Visto che sei bravo con la lingua, succhia un po’! C’è un bel boccone di carne per te.

      La mazza di Gabriel era grande e perfettamente rigida. Jorge la guardò ammaliato, poi incominciò a percorrerla con la lingua, dalla cappella di un rosso violaceo fino ai coglioni pelosi e poi in senso contrario. C’era una vena in rilievo e la punta della lingua la accarezzò più volte.

      Infine Jorge prese in bocca il tizzone, tanto grande da rendere l’operazione disagevole. Si mise allora a succhiare con le labbra, mentre la lingua accarezzava la cappella.

      Gabriel grugnì, un grugnito forte, e la sua mano allontanò con forza la testa di Jorge. Si alzò. Ora la sua asta incombeva sulla testa di Jorge.

      - Stenditi, ragazzino.

      Jorge guardò la grande mazza e sorrise. Annuì. Si stese a terra, a pancia in giù.

      Due morsi al culo gli strapparono un gemito, poi Gabriel si sputò sulle dita e le passò tra i fianchi di Jorge, introducendole senza tanti complimenti nell’apertura. L’ingresso fu leggermente doloroso, ma Jorge sapeva benissimo che non era niente rispetto a quello che stava per avvenire.

      Quando Gabriel avvicinò la mazza all’ingresso, Jorge emise un gemito di puro piacere. Il suo corpo lo desiderava da tempo ed era ben felice di accogliere quell’ospite grande e rude, ma forte ed abile. L’arma incominciò la sua avanzata e Jorge avvertì lo spasimo della carne che veniva forzata, ma anche quella sofferenza era piacevole, era parte di un percorso che il suo corpo ben conosceva e che seguiva sempre volentieri. La picca si fece strada dentro di lui, con un movimento lento e sicuro, trasmettendogli, man mano che procedeva, ondate di un piacere intensissimo, per quanto misto al dolore. La picca infine arrivò al fondo e, schiacciato sotto il peso di Gabriel, infilzato da quella lama di carne, con le mani di Gabriel che gli stringevano il culo, Jorge sentì il piacere che cresceva e si moltiplicava.

      Le spinte di Gabriel, prima delicate, poi sempre più intense,  accrescevano piacere e dolore, in un’eco continua, per cui l’uno e l’altro si ripercuotevano in tutto il suo corpo, sempre più forti. Jorge gemette, più volte, senza freno, travolto da quei colpi che lo spossavano.

      Gabriel proseguiva nella sua opera e man mano che la picca scavava dentro di lui, Jorge perdeva coscienza del luogo e del tempo. Non avrebbe più saputo dire dov’era, che cosa succedeva intorno a lui, sentiva solo, sempre più forte, l’arma che lo trafiggeva, procurandogli ad ogni colpo un piacere intollerabile ed un dolore sordo.

      Le spinte divennero più intense e qualche cosa si spezzò in Jorge. Un gemito gli uscì dalla bocca e gli parve di svenire, mentre un’ondata di piacere intensissimo lo squassava ed il seme sgorgava, in un getto interminabile. Negli occhi passarono lampi ed il fiato gli mancò.

      Ora che era venuto, la presenza massiccia che si muoveva dentro di lui divenne insostenibile, ma Gabriel diede alcuni colpi ancora più violenti, grugnì ed il suo seme riempì le viscere di Jorge, mentre le spinte si affievolivano.

      - Hai sempre un bel culo, ragazzino.

      - E tu hai sempre un bel cazzo, nonnetto.

 

 

 

 

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