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14

        

Passarono di nuovo alcuni mesi prima che Llera ritornasse al Cap. Gabriel non era ancora partito, perché le attività a cui si stava dedicando, in larga parte illecite, erano alquanto lucrose: in un periodo di disordini continui, in cui era impossibile circolare liberamente, un uomo deciso era in grado di guadagnare somme considerevoli. E Gabriel non difettava certamente di decisione.  

Quando Llera arrivò, Gabriel era sulla soglia di casa: stava partendo per alcuni giorni. Perciò, come era già successo altre volte, Llera avrebbe avuto la casa tutta per sé.

Llera aveva diversi impegni in città, ma prima di tutto contava di passare dal dottore. Mentre stava raggiungendo lo studio di Louis, incontrò Guillaume Grossetête.

Si erano già visti alcune volte al Cap, soprattutto a casa di Laure Verneuil. Jorge avrebbe volentieri intinto il biscotto con il bell’erede dei Grossetête, visto che ormai Guillaume era stato svezzato e non aveva più intorno parenti minacciosi. Ma in quella situazione le sue visite al Cap, alquanto sporadiche, erano semplicemente viaggi d’affari, in cui non c’era il tempo per nuove conquiste. Gabriel gli dava sesso e tenerezza e di altro non aveva bisogno. All’amore non pensava: una volta gli era bastata.

Si misero a parlare. Come tutti, Guillaume aveva molte preoccupazioni sul futuro del paese e si chiedeva che cosa fare. Vedendo Llera, pensò di consultarsi con lui: era un uomo ben informato, che aveva contatti in ambienti diversi, ed in quella specie di gioco d’azzardo che era la situazione di Haiti, aveva qualche possibilità in più di prevedere le prossime mosse.

Perciò, dopo aver scambiato qualche parola di cortesia, gli disse che avrebbe voluto porgli alcune domande sulla situazione dell’isola. Non erano molto lontani dalla casa di Gabriel e Jorge decise di invitare Guillaume. Avrebbero parlato tranquillamente. E magari alla conversazione avrebbe fatto seguito altro…

Arrivando a casa ebbe però una sorpresa: Gabriel era ritornato indietro, per motivi che naturalmente non spiegò davanti all’ospite. Jorge Llera accantonò i suoi progetti e coinvolse Gabriel nella conversazione con Guillaume: anche lui era in grado di consigliare il ragazzo.

Discussero a lungo e Gabriel offrì da bere. Dopo aver bevuto, Jorge si chiese se davvero era il caso di rinunciare all’idea che aveva accarezzato quando aveva invitato Guillaume a casa sua. Provare non costava nulla. Guillaume non si sarebbe scandalizzato: con Louis Reybert aveva scopato. Gabriel sarebbe stato al gioco. Ed era un gioco che si poteva fare in tre.

Guillaume era seduto su una sedia, di fronte al tavolo. Jorge, che era in piedi, si appoggiò al tavolo, esattamente di fianco a Guillaume. Le sue gambe sfioravano i pantaloni del giovane. Jorge sapeva di essere attraente e vide che Guillaume lo guardava con un certo interesse.

- Non le spiace lasciare il Cap? Non ha legami qui?

Guillaume esitò un attimo. Jorge pensò che qualche legame c’era, certamente, ma non doveva essere così importante o forse Guillaume se ne sarebbe andato con l’uomo o la donna a cui teneva. Chi fosse, Jorge non avrebbe saputo dire, ma non aveva importanza.

- Non lascio nessuno, non ho parenti, neppure molti amici. Nessuno a cui sia realmente affezionato.

- Parte da solo?

- Con il mio schiavo, se tale posso ancora chiamarlo.

Llera si disse che probabilmente scopava con lo schiavo.

- Peccato, sarà molto rimpianto…

- Non mi prenda in giro, signor Llera. Nessuno si accorgerà neppure della mia partenza.

- Scherza, un bel ragazzo come lei? Conosco un sacco di gente che farebbe carte false per… conoscerla meglio.

Guillaume sorrise.

- Ad esempio?

Anche Jorge sorrise, mentre diceva:

- Ad esempio il signore che ha di fronte e quell’altro che se ne sta seduto su una sedia nell’angolo.

Si guardarono un momento direttamente negli occhi e Jorge si disse che era fatta. Non c’era bisogno di altro, Guillaume ne aveva voglia come ne aveva voglia lui. E Gabriel si sarebbe unito al gioco volentieri.

 

Guillaume aveva capito abbastanza in fretta le intenzioni di Llera. D’altronde conosceva la sua fama. Da quando era iniziata la sua relazione con Robert, non aveva più avuto rapporti con altri uomini. Qualche donna gli aveva fatto capire il proprio interesse, ma nessuna gli sembrava attraente. Quanto agli uomini, non aveva cercato altri, non ne aveva sentito il bisogno, ma ora che questa occasione gli si offriva, non gli dispiaceva.

Non conosceva quel Gabriel, ma di Llera si fidava. Se Gabriel era amico suo, non c’erano rischi. E poi lo stuzzicava l’idea di scopare in tre. Non gli sarebbe dispiaciuto se ci fosse stato anche Robert. Il pensiero di vedere Robert infilzare Llera o succhiare l’arma di Gabriel era alquanto stimolante. Magari, un’altra volta.

 

Si spostarono nella camera da letto. Gabriel lasciò che fosse Jorge ad aprire la strada. Llera spogliò il ragazzo. Le sue mani si muovevano abili, accarezzando e sfilando gli indumenti (che non erano molti, viste le temperature dell’isola). Guillaume lo lasciò fare, un po’ impacciato. Ma quando Jorge si inginocchiò davanti a lui e gli sfilò l’ultimo capo, divenne evidente che l’uccello non era per niente intimorito dalla presenza di due maschi vigorosi, anzi, sembrava piuttosto interessato a partecipare. Jorge sorrise, fece un commento apprezzativo ed aprì la bocca ad accogliere l’ospite.

Guillaume sussultò e chiuse gli occhi, preso in un vortice di sensazioni fortissime. Llera ci sapeva fare con la lingua, come ci sapeva fare! In quel momento sentì una carezza umida lungo il culo, poi due morsi delicati ed uno più deciso. Gabriel si era avvicinato e, mettendosi anche lui in ginocchio, aveva incominciato a preparare il terreno. La sua lingua percorreva il solco, indugiando ogni volta sull’apertura segreta, forzandola.

Guillaume incominciò a gemere. Le sue mani si perdevano nei lunghi capelli di Jorge Llera, accarezzando e tirando, ora delicate, ora più brusche, ogni qual volta la bocca di Jorge o la lingua di Gabriel accendevano un nuovo fuoco.

Quando le labbra di Jorge lasciarono la presa, Guillaume sentì un senso di vuoto. Jorge era davanti a lui, sorridente. Guillaume gli sfilò la camicia ed incominciò a spogliarlo, cercando di non muoversi troppo, perché la bocca che continuava a mordicchiare ed a leccare il suo culo non si staccasse.

Quando Guillaume gli calò i pantaloni, mettendo in mostra un uccello già perfettamente pronto, Jorge finì di spogliarsi da solo. Poi le sue mani accarezzarono il viso ed il collo di Guillaume e le loro labbra si incontrarono. Due volte la lingua di Jorge entrò nella bocca di Guillaume e quando si ritirò, fu quella di Guillaume ad avanzare.

La bocca di Gabriel interruppe la sua opera. Guillaume si voltò e vide che Gabriel si stava spogliando. Guardò quel corpo massiccio, la pancia sporgente, il pelo fitto. Quando infine Gabriel si calò le mutande, fissò ammaliato il grande uccello. Non riusciva più a distoglierne gli occhi. Gabriel sorrise, gli si avvicinò e lo voltò, poi si appoggiò contro di lui, stringendolo tra le sue braccia, in una morsa di ferro. I loro corpi ora aderivano e la grande picca di Gabriel premeva lungo il solco tra le natiche di Guillaume.

Guillaume si sentiva smarrito. Sapeva quello che sarebbe successo e lo voleva, con tutte le sue forze, ma il pensiero lo turbava.

Gabriel gli mise le mani sotto le ascelle e lo spinse, con delicatezza, a piegarsi in avanti. Guillaume ubbidì docilmente, allargando un po’ le gambe per avere una migliore base di appoggio. Quando il suo torso fu perpendicolare alle gambe, Guillaume si trovò ad un palmo dalla faccia la picca di Jorge.

Con le mani afferrò il culo di Jorge e lo avvicinò a sé. Prese in bocca la picca e la avvolse. Era bello assaporare quel pezzo di carne calda dentro la bocca, un boccone appetitoso.

In quel momento Guillaume sentì che due dita umide si facevano strada dentro di lui. Si abbandonò completamente, privo di ogni volontà. Le sue mani stringevano il culo di Llera e quelle di Gabriel ora avevano afferrato il suo, lo allargavano. La picca avanzò, fu sull’apertura, la costrinse a dilatarsi, sempre di più. Poi, lentamente, l’arma entrò nella carne.

Guillaume avrebbe voluto gemere, ma l’arma che aveva in bocca gli rendeva difficile emettere suoni. Chiuse gli occhi e lasciò che le due sensazioni, entrambi fortissime, lo invadessero completamente. La picca, imponente, che gli devastava il culo, entrava sempre più a fondo; l’altra gli riempiva la bocca. Guillaume avrebbe voluto lavorare con la lingua e le labbra, ma le forze gli mancavano. Aveva l’impressione che sarebbe crollato se le mani di Gabriel non l’avessero sostenuto.

Gabriel prese a spingere con maggior vigore ed anche Jorge iniziò a muovere il culo avanti indietro, facendo avanzare la sua arma nella bocca di Guillaume e poi ritirandola.

Le spinte di Gabriel divennero ancora più forti, fino a che Guillaume sentì un sonoro grugnito ed un fiotto gli riempì le viscere. Ora la picca riprendeva dimensioni più tollerabili ed era bello sentirla, ancora grande e forte, dentro il culo. Guillaume afferrò con forza il culo di Jorge e riprese a succhiare e leccare, fino a che la sua bocca si riempì del seme. Guillaume inghiottì.

Allora Gabriel uscì da lui ed anche Jorge arretrò di un passo. Guillaume si raddrizzò. Jorge e Gabriel si scambiarono le posizioni, ma questa volta Gabriel si inginocchiò e prese in bocca l’uccello di Guillaume, mentre Jorge si mise a leccargli e mordergli il culo.

La bocca di Gabriel era accogliente e la sua lingua si muoveva decisa. Le labbra accarezzavano ed a tratti i denti mordicchiavano, con molta delicatezza. La tensione era troppo forte e presto Guillaume sentì che il piacere debordava. Un’ondata lo travolse, sommergendolo. La stanza gli sembrò svanire e sarebbe forse caduto, se Gabriel e Jorge non lo avessero sostenuto.

Gabriel lo sollevò e lo adagiò sul letto. Jorge gli si stese a fianco, accarezzandolo. Guillaume si abbandonò a quelle carezze. Gabriel rimase a guardare per un po’, poi si mise su Jorge ed entrò dentro di lui.

Guillaume lesse sul viso di Jorge il piacere e la tensione di quell’ingresso e con le dita gli accarezzò una guancia. Era bello vedere il corpo possente di Gabriel su quello robusto, ma meno massiccio di Jorge.

Una mano di Gabriel gli accarezzò l’uccello e Guillaume si rese conto che il suo corpo stava di nuovo reagendo. Sorrise. Il pomeriggio era appena agli inizi.

 

*

 

      Così quel giorno Llera non passò da Louis, che non sapeva del suo arrivo, ma lo vide la sera dai Verneuil. Arrivò con Guillaume, che zoppicava leggermente. Mentre salutavano, Guillaume spiegò:

      - Oggi ho fatto un giro a cavallo, ma ad un certo punto sono caduto e ho preso una botta. Niente di grave.

      Llera stava abbracciando Louis e gli sussurrò in un orecchio:

      - Eh, sì. Se uno non fa attenzione, cavalcare a lungo può far male.

      Poi arretrò di un passo e fissò Louis negli occhi, con un sorriso sardonico. Louis capì e si sentì a disagio.

      A tavola Guillaume e Llera ridacchiavano e Louis si interrogava, confuso e spaventato. Perché la loro relazione lo turbava? Non desiderava Guillaume. Di questo era sicuro. Poi, di colpo, capì. Ebbe l'impressione di aver ricevuto una botta improvvisa, si sentì sbilanciato, non più padrone di se stesso. Fortunatamente nessuno guardava nella sua direzione, ma ora Louis aveva paura di incrociare lo sguardo di Llera. In quelle sere a tavola, Llera lo guardava spesso, e sempre gli sorrideva. Per tutta la serata, evitò di ricambiare quello sguardo, ma quando era sicuro che Llera stava guardando da un'altra parte, lo fissava.

      Louis si alzò per andarsene molto prima del solito. Vide che Llera diceva qualche cosa a Guillaume e poi si avvicinava a lui.

      - Se non le spiace, la accompagno, avrei piacere di parlare un momento con lei.

      Salutò tutti, dicendo che sarebbe tornato dopo aver riaccompagnato il dottore a casa.

      Louis avrebbe preferito rimanere da solo. Era a disagio. Camminarono in silenzio. Poi, giunti a casa di Louis, Llera disse:

      - Salgo un attimo. Con lei si può parlare solo alla luce e qui è troppo buio.

      Quando furono in casa, Llera si sedette su una poltrona e fece cenno a Louis di accomodarsi sull'altra, come se fosse stato lui il padrone di casa.

      Louis si sedette.

      - Mi spiace, non pensavo che le importasse di Guillaume. Credevo che non…

      Tacque, vedendo l'espressione di Louis. Si doveva essere reso conto che Louis effettivamente non teneva a Guillaume, ma ora era perplesso, non capiva. Meglio così.

      - Mi scusi, lei questa sera era molto turbato, durante la cena, mentre non lo era quando siamo entrati noi. Ho pensato che la mia allusione alla… faccenda tra me e Guillaume fosse la causa del suo turbamento. Ma non devo avere indovinato.

      Aveva indovinato, come sempre, ma non aveva capito, Difficile capire: Louis stesso lo aveva realizzato solo quella sera.

      - Ho la pretesa di leggere i suoi pensieri, ma, come vede, non sempre azzecco. E questa sera lei non ha nessuna intenzione di farsi leggere i pensieri da me. Mi sembrerebbe scorretto insistere, non voglio essere invadente, anche se... Nei suoi confronti sono molto più curioso di quanto sia corretto. Me ne rendo conto. Ma lei mi piace molto, Reybert.

      Si alzò per andarsene e Louis respirò sollevato. Llera lo abbracciò, come faceva sempre, ma questa volta le sensazioni di Louis furono molto confuse.

      Sulla soglia, Llera si voltò:

      - Quello che c'è stato tra Guillaume e me è stato molto piacevole, ma privo di importanza, come ...

      Non proseguì, ma Louis capì. Abbassò il capo, confuso. Era un altro Louis, quello che aveva conosciuto il corpo di Guillaume, quella notte.

      - È stato solo un gioco. Piacevole, le dicevo, molto, ma tutto di superficie. L’anima di Guillaume appartiene ad un altro. Quanto alla mia… da molto tempo mi guardo bene dal darla a qualcuno. Una volta m'è bastato. Fa troppo male.

      Louis si stupì della confidenza di Llera. Questi capì e sorrise.

      - Le sto dicendo di me cose che non dico a nessuno. Lei non parla più e fa parlare gli altri. Una bella vendetta.

      Si avvicinò e lo abbracciò di nuovo.

      - Abbia cura di sé, Reybert. Ci vedremo presto. Dopodomani sera sono di nuovo dai Verneuil, venga anche lei. E comunque, rimango in città una settimana.

      Quella sera Louis si coricò molto presto, ma passò lunghe ore ad occhi aperti.

Amava. Questa era la semplice verità. La sua anima apparteneva a Llera, di cui non sapeva neppure il nome di battesimo.

       

      Due sere dopo tornò dai Verneuil: era invitato sempre, per lui c'era comunque un posto a tavola ogni sera, ma da tempo non riusciva più ad andare due sere a così breve distanza. Vide che Laure era stupita, ma contenta. Stava parlando con un'amica, Ève Hauteville, che Louis aveva visto di rado da loro. Era la moglie di un piantatore ed abitualmente trascorreva solo alcuni mesi in città: ora l'estendersi della ribellione aveva suggerito un trasferimento al Cap, per un periodo indeterminato.

      - Ho saputo che Jorge Llera è in città.

      Jorge! Si chiamava Jorge. Scoprire il nome di Llera gli trasmise una sensazione di piacere intenso. Bastava così poco? Era tanto innamorato? Sì, lo era, inutile negarselo. Jorge era un bel nome.

      La signora Hauteville proseguì.

      - Qual è la sua ultima conquista?

      Louis si sentì gelare. Laure rise.

      - Per il momento, non si sa. E poi ormai viene poco in città, forse non ha più il tempo per fare stragi di cuori.

      - Mi chiedo come sia possibile che una donna per bene si metta con un tipo come lui.

      - Perché no? È un bell'uomo. Certo, non è un amante fedele, ma almeno non c'è il rischio di ritrovarselo tra i piedi, dopo. Basta non innamorarsi.    

      Louis si rese conto di non essere in grado di reggere. Doveva andarsene. Subito. Con uno sforzo, lasciò passare un momento, aspettando che la conversazione si spostasse ad un altro argomento, poi salutò Laure.

      - Ma, dottore, se ne va?

      Louis annuì. Non era in grado di restare. Sorrise, cercando di nascondere l'inferno che aveva dentro, e si diresse rapidamente a casa.

      Non tornò più dai Verneuil per tutta la settimana. Aveva paura di incontrare Llera. E desiderava vedere Llera più di ogni altra cosa al mondo. La frase di Laure gli ritornava continuamente in testa: basta non innamorarsi. Basta non innamorarsi di Jorge Llera. Jorge. Troppo tardi. Ormai la sua anima apparteneva a Jorge.

      Llera non passò a salutarlo. Louis ne soffrì.

 

      Una notte, qualche tempo dopo l'ultima visita di Llera, sentì bussare alla sua porta.

      - Dottore, sono io, Justine.

      Louis aprì.

      - Venga subito, la prego, mio figlio sta male.

      Louis si vestì rapidamente, prese la sua borsa ed uscì. La donna lo condusse nel suo piccolo appartamento, in una parte della città dove ormai i bianchi andavano malvolentieri. Ma Louis non aveva paura. In città aveva poco da temere: era conosciuto e rispettato da tutti.

      Il bambino aveva la febbre molto alta ed accessi di vomito, ma non era nulla di grave. Le cure di Louis fecero rapidamente effetto. Mentre aspettava per assicurarsi che la febbre scendesse, Louis si guardò intorno. In un angolo, poggiato a terra, vide un candelabro d'argento. Rimase a fissarlo, stupito di quell'oggetto di lusso, fuori posto in quella casa. Poi comprese: proveniva da casa sua. Non si era neanche accorto della sua scomparsa.

      Justine seguì il suo sguardo ed ebbe un movimento di paura. Louis alzò le spalle.

      Quando fu sicuro che il bambino stava ormai meglio, Louis si alzò per andarsene. Justine prese il candelabro, lo avvolse in uno straccio e glielo diede, con gli occhi bassi.

      - Mi perdoni, dottore.

      Louis alzò nuovamente le spalle ed uscì. Che senso aveva che se lo riprendesse? Non gliene importava niente. Non si era nemmeno accorto della sua scomparsa.           

      Il lavoro proseguiva, intenso. Di Llera nessuna notizia. Passarono diversi mesi. Non era mai capitato che rimanesse tanto tempo lontano. Louis era preoccupato: che gli fosse successo qualche cosa? Non sapeva chi potesse avere informazioni.      

      Un giorno Laure gli disse:

      - Llera le manda i suoi saluti. Non è più tornato in città, ma ci ha scritto, dicendo che sta bene e pregandoci di salutarla.

      Era vivo, l'importante era questo. No, l'importante non era solo questo. Era vivo e lontano e quella lontananza era un macigno che lo schiacciava. Perché lo aveva evitato, l'ultima volta che era venuto in città? Perché Llera se n'era andato senza salutarlo? Perché?

 


           

 

 

 

 

 

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