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15

 

      Ora che alla fatica del lavoro si aggiungeva la sua sofferenza personale, c'erano momenti in cui Louis non si sentiva in grado di reggere.

      Si sforzò di reagire e decise di seguire i consigli di Llera. Cercò di prendersi un giorno di riposo fisso, da dedicare a se stesso, e di tener maggiormente conto delle proprie esigenze.

      Non andò più a richiedere la scorta quando usciva per andare a raccogliere le erbe. Aveva bisogno di stare da solo.

      Circa un mese dopo, il tenente Bernaud, che spesso lo aveva accompagnato, venne da lui.

      - Dottore, non è più venuto a chiedere la scorta. Inizialmente mi sono chiesto se il dottore era ammalato, ma mi hanno detto che è sano come un pesce. Va da solo?

      Louis annuì.

      - Perché? È molto pericoloso. Due giorni fa un soldato è scomparso, proprio nella zona dove di solito va lei. Io dico scomparso, ma lei sa benissimo che cosa significa. Louis avrebbe dovuto parlare, per spiegare, ma aveva rinunciato alla parola. Bernaud lo guardò negli occhi.

      - Ha bisogno di stare da solo?

      Louis annuì, stupito e contento che il tenente avesse indovinato.

      - L'accompagnerò io e, quando sarà necessario, rimarrò indietro. Se deve visitare qualcuno, faccia conto che io non esisto. Mi terrò a debita distanza.

      No, Bernaud non aveva indovinato, ma non era importante: Louis gli era comunque grato della sua premura. A volte gli sembrava che tutti gli chiedessero cose, ma che nessuno si preoccupasse di lui.

      Bernaud tenne fede alla parola. Lo accompagnò senza stargli troppo vicino. Quando Louis si sedette, si mise un po' discosto. Quando, un’ora dopo, Louis si alzò per tornare in città, gli sorrise e gli disse:

      - Avevo indovinato: aveva davvero un appuntamento. Ma non avevo capito che era con se stesso.

      Bernaud lo accompagnò più volte e si dimostrò sempre molto discreto. Louis gliene fu riconoscente.

      Le passeggiate per raccogliere le erbe contribuirono a ridargli un po' di serenità; l'affetto dei Verneuil e l'attenzione di Bernaud lenivano la sua solitudine; i limiti posti al lavoro gli permisero di riprendere un ritmo di vita più tranquillo.

      Si diceva che non era felice, ma abbastanza sereno. Era già un buon risultato, di quei tempi.

 

      Il dottore era uno strano tipo, davvero. Poteva parlare, ma stava zitto, girava senza armi quando ad ogni angolo poteva trovare qualcuno intenzionato a fargli la pelle, si fermava a meditare in posti in cui potevano arrivare bande di negri a squartarlo. Bernaud sorrise di sé. E lui non era un bel tipo? Poco c’era mancato che il maggiore non lo ammazzasse infilandogli una sciabola in culo e se era arrivato a quel punto lui aveva la sua buona parte di responsabilità.

      Dopo quella volta in cui lo aveva colpito, non si erano più incontrati a tu per tu. Di fronte agli altri simulavano completa indifferenza. Bernaud era contento che quella storia fosse finita, non aveva nessuna intenzione di farsi ammazzare. Ma adesso il desiderio lo tormentava.

      Guardò il dottore. Gli piaceva molto. Era davvero una bella persona. Non era esattamente il suo tipo d’uomo, lui aveva bisogno di qualcuno che lo dominasse. Ma gli piaceva davvero.

      Il dottore era triste, gli sembrava che ogni volta fosse più solo. Ma se non parlava, era inevitabile.

      Quel giorno, tornando in città, Gaspard decise di accompagnarlo a casa. Di solito si lasciavano poco dopo aver raggiunto il Cap. Gaspard sapeva benissimo che per le vie il dottore correva pochi rischi: in città lo conoscevano tutti e ben difficilmente sarebbe stato attaccato di giorno.

      Il dottore fu un po’ stupito, ma gli sorrise. Con un cenno lo invitò a salire.

      Quando furono in casa, Gaspard si chiese che cosa era venuto a fare. Guardò il viso sorridente del dottore. Un sorriso gentile, ma non allegro. Gaspard si avvicinò e gli carezzò una guancia. Non era abituato ad esprimere tenerezza. Il suo rapporto con il maggiore era stato di tutt’altro tipo.

      Louis incominciò a piangere. Gaspard gli prese le guance tra le mani e lo baciò sulla bocca. Poi gli sfilò la giacca e la camicia e lo strinse contro il proprio corpo. Non avrebbe saputo dire che cosa intendeva fare. Sapeva che voleva consolarlo. Sentì che il dottore si abbandonava a quella stretta e sorrise.

      Lo baciò ancora, poi si tolse la giacca e la camicia ed incominciò ad armeggiare con la cintura di Louis, che lo guardava, ma non opponeva nessuna resistenza. Finì di spogliarlo e quando fu in ginocchio davanti a lui, dopo avergli sfilato gli stivali, ne guardò il cazzo. Alzò gli occhi e vide che Louis lo fissava. Allora prese il cazzo in bocca e lentamente incominciò a succhiarlo. Un brivido percorse il corpo di Louis. Gaspard gli strinse il culo con le mani e continuò con la sua opera.

      Avvertì che il cazzo si gonfiava e si irrigidiva nella sua bocca. Quando lo sentì perfettamente rigido e teso, Gaspard si alzò, sollevò il dottore come se fosse stato un bambino e lo portò nella camera. Lo stese sul letto e lo guardò in viso. Il dottore sorrideva, un sorriso incerto.

      Allora Gaspard lo baciò ancora sulla bocca e lo voltò con delicatezza, come fosse stato un bambino piccolo.

      Finì di spogliarsi. Era già pronto e guardò il proprio cazzo, duro ed a testa alta.

      Divaricò le gambe di Louis e si inginocchiò sul letto. Accarezzò a lungo il corpo che gli si offriva, sforzandosi di mettere in quelle carezze tutta la tenerezza di cui era capace. Le sue mani si mossero leggere, percorrendo più volte i capelli, le guance, la schiena, il culo, le gambe, senza mai stringere la carne. Ed il corpo che sfioravano si abbandonava completamente a quel tocco lieve.

      Poi Gaspard si piegò in avanti fino a che il suo viso non fu vicinissimo al culo di Louis e gli passò la lingua lungo il solco, indugiando a lungo sull’apertura. Infine si stese su di lui e, con una lentezza infinita, attento ad ogni reazione del corpo che lo accoglieva, lo penetrò.

      Sentì che il corpo del dottore vibrava, che ogni fibra della carne rispondeva al suo ingresso. Avanzò senza fretta, lasciando che Louis avesse il tempo di abituarsi a quella presenza estranea. Sapeva, senza nessun dubbio, che da tempo il dottore non scopava e che lui stava risvegliando un desiderio tenuto a freno troppo a lungo.

      Quando infine giunse al termine della sua avanzata, le sue mani si mossero ancora per accarezzare e la sua lingua percorse l’orecchio di Louis e scese sulla nuca. Poi prese a muoversi, sempre con delicatezza. Sentì che il corpo di Louis si tendeva e seppe, con assoluta certezza, che stava trasmettendogli piacere. Era quello che desiderava, null’altro gli importava, neppure il proprio desiderio che premeva.

      Si ritrasse ed avanzò più volte. Il corpo di Louis reagiva a quel movimento con vibrazioni che si propagavano alle mani di Gaspard.

      Infine Gaspard comprese che non era più in grado di trattenere il proprio desiderio, spinse con maggiore forza e sentì Louis gemere. Dopo alcune spinte vigorose, vennero insieme.

      Allora Gaspard uscì da Louis e si sdraiò al suo fianco. Louis gli posò due dita sulla bocca, poi incominciò a piangere e si rifugiò tra le sue braccia.

      Gaspard lo accarezzò, fino a che le lacrime non si fermarono. 

 

*

 

      La rivolta continuava ed a periodi più tranquilli se ne alternavano altri di grandi violenze. In città affluivano uomini e donne sconvolti. Alcuni di loro si rivolgevano a Louis.

     Un giorno un piantatore gli raccontò della morte della sua famiglia, poi si infuriò di fronte al silenzio di Louis e lo colpì allo stomaco. Subito dopo se ne andò, lasciandolo steso sul pavimento, boccheggiante.

      Quella volta, nonostante il dolore, a Louis venne quasi da ridere. Non era la prima volta che qualcuno lo colpiva. Era sopravvissuto ai nemici, sarebbe sopravvissuto anche ai suoi pazienti? Cominciava a dubitarne.

      Rimase a lungo disteso sul pavimento. Il dolore si ridusse fino a scomparire, ma gli mancavano le forze. No, era diverso, gli mancava la volontà di alzarsi. Disteso a terra sentiva il freddo e la tristezza invaderlo, mentre un senso di solitudine totale lo sommergeva: gli sembrava che avrebbe potuto rimanere lì per sempre, senza che nessuno si preoccupasse di lui.

      Senza accorgersene, aprì le labbra e disse:

      - Jorge.

      La sua voce lo stupì. Era molto diversa da come se la ricordava. Probabilmente perché era molto tempo che non parlava. Quanto tempo? Almeno un anno e mezzo.

      Ripeté il nome, una, due, dieci volte. La sua voce cambiava, cominciava ad assomigliare di più a quella di un tempo. Ma non era la stessa.

      Tacque. Portandosi una mano al viso, si rese conto che stava piangendo. Lasciò che le lacrime gli scorressero sulle guance, poi si alzò. Jorge Llera era lontano. Il suo amore era una ferita aperta. Aveva accettato quella sofferenza, ma gli pesava.

      Basta non innamorarsi.

 

      Llera si presentò da lui una sera, mentre Marie-Sophie se ne stava andando. Louis ne sentì la voce dallo studio, dove stava riordinando le sue cose. Cominciò a tremare e la penna ed i fogli che stava sistemando gli caddero di mano. Dovette sedersi: le gambe non lo sostenevano. La violenza della propria reazione lo stupì.

      Llera lo trovò seduto.

      - Dottore, sta male? È pallido come un morto.

      Louis scosse la testa. Lentamente, le forze stavano ritornandogli. Si alzò, cercando di nascondere un leggero tremito.

      Llera fece due passi e lo abbracciò. Louis lo strinse con forza. Avrebbe voluto rimanere così, stretto a Jorge, per sempre, ma non era possibile. Si staccò.

      - Dottore, che cosa c'è che non va?

      Louis scosse di nuovo la testa. Llera lo fissava, perplesso. Louis si sedette nuovamente.

      - Sono appena arrivato in città. Avevo troppa voglia di vederla per aspettare domani. L'ultima volta che sono passato, l'ho vista pochissimo. Dai Verneuil non è venuto.

      Llera lo guardava. Louis sorrise. Il suo sorriso non significava niente, soltanto voleva celare quello che provava, la lacerazione e la gioia di vederlo davanti a sé.

      - Starò molto poco, partirò già domani sera.

      Louis sentì il dolore violento, troppo violento per poterlo nascondere. Senza riflettere, senza nemmeno rendersene conto, si alzò, dando la schiena a Llera. Si diresse alla finestra, come se volesse guardare fuori. Appoggiò una mano sul davanzale. Vide che tremava. Cercò di tenerla ferma poggiandovi sopra l'altra mano.

      Non sapeva che cosa Llera stesse pensando. Non era in grado di controllarsi.

      - Dottore, che cosa le è successo?

      Llera era dietro di lui, ora, vicinissimo. Con uno sforzo Louis bloccò il tremito delle sue mani.

      - Mi perdoni la mia curiosità. Tengo molto a lei.

      Louis sentì le proprie mani contrarsi.

      - Lei è sconvolto e non vuole dirmi perché. Vuole che me ne vada? Preferisce non vedermi?

      Fu una fitta violenta, come un colpo di lancia. Louis si voltò e guardò Llera negli occhi, poi gli afferrò il braccio. Leggesse pure nei suoi occhi quello che provava, non voleva che se ne andasse, non voleva rinunciare a quella minima occasione di vederlo. Non si era reso conto della violenza del suo sentimento, che ora gli faceva paura. La sua serenità si era dissolta, era rimasta solo la sofferenza.

      Dopo un attimo abbassò lo sguardo e lasciò andare il braccio, confuso e pieno di vergogna.

      Llera rimase in silenzio. Louis non osava alzare lo sguardo, non sapeva che cosa avesse letto Llera nei suoi occhi.

      In quel momento Marie Sophie si affacciò all'uscio.

      - C'è il signor Godier. L'ho fatto accomodare e gli ho detto che deve aspettare.

      Louis annuì. Llera lo guardò, poi disse:

      - Domani sera andrò a cena dai Verneuil e poi me ne andrò. Se le va bene, passo a prenderla nel tardo pomeriggio e facciamo due passi, fuori di qui. Vorrei parlarle, senza essere interrotto da qualche paziente.

      Louis annuì. Llera fece un passo verso di lui, sembrò esitare, poi lo abbracciò.

      Quando Llera fu uscito, Louis si accasciò su una sedia. Era esausto.

 

      Il pomeriggio successivo Llera passò a prenderlo. Aspettò che Louis avesse finito e si diressero verso il porto. Louis aveva passato la notte in bianco, ma ora riusciva a controllarsi. Aveva recuperato un minimo di autocontrollo.

      Al porto si fermarono su uno dei moli. Ci fu un lungo momento di silenzio.

      - C'è una cosa che vorrei dirle. Non sono stato via tutto questo tempo perché non avevo niente da fare qui. Avevo bisogno di staccare per un po', di capire quello che provavo, di riflettere per poter decidere.

      Ci fu un nuovo silenzio. Staccare da che cosa? Perché? Capire che cosa? Che cosa provava Llera? Che cosa doveva decidere? Louis cercò di imporsi un po’ di calma. Avrebbe saputo, tra poco.

      - Questa sera mi passeranno a prendere dai Verneuil, per un affare importante, e non tornerò in città per almeno venti giorni. Quindi non avrò più l'occasione di parlarle da solo per un po' di tempo.

      Llera era imbarazzato. Louis sentì che il proprio cuore stava accelerando il ritmo. Si stupì di quanto poco bastasse a fargli perdere la sua tranquillità interiore.

      - C'è qualche cosa che devo dirle ora. Che è importante che le dica ora.

      In quel momento sentirono una voce:

      - Dottore, dottore! Presto!

      Mentre si voltava per vedere chi lo chiamava, Louis sentì Llera imprecare sottovoce.

      - Merda!

      Al porto era successo un incidente: la corda che reggeva una cassa si era rotta ed il carico  era caduto addosso a due uomini, che erano rimasti feriti. Uno dei due era stato colpito di striscio e le sue condizioni non erano preoccupanti, ma l’altro era stato preso in pieno e perdeva molto sangue. Louis bloccò l’emorragia, fasciò la ferita ed accompagnò l’uomo all’ospedale, dove aiutò il chirurgo. Llera lo accompagnò.

      Quando ebbe finito, Louis era sporco di sangue ed era ormai ora di andare a cena dai Verneuil. Louis passò a casa a cambiarsi, mentre Llera andava ad avvisare i Verneuil del ritardo.

      Quando infine Louis raggiunse i Verneuil, si misero subito a tavola. Louis realizzò che Jorge aveva fatto in modo di mettersi di fronte a lui.

      Durante la cena, Louis si accorse che spesso Llera lo guardava, ma in modo assai diverso dalle altre volte. Era chiaramente nervoso. Ad un certo punto, Laure Verneuil gli disse:

      - Llera, lei mi sembra irrequieto. Proprio lei che è sempre stato serafico.

      Llera sorrise e la guardò.

      - Inseguo un sogno. Cerco di volare, forse troppo in alto.

      Finendo la frase guardò Louis. Qualche cosa gli diceva che lui faceva parte di quel sogno, ma non voleva illudersi: il risveglio sarebbe stato atroce.

      L'avvocato Dumay intervenne:

      - Forse il nostro medico potrebbe aiutarla.

      - Non desidero essere curato. Anche se un brujo come lui può curare di tutto.

      - Un brujo?

      - Uno stregone, uno di quelli che forse nemmeno cinquant'anni fa sarebbero stati bruciati vivi sul rogo. Lei è fortunato, dottore, ad essere nato in questo secolo. Ed io sono fortunato ad essere nato nel suo stesso tempo. Forse troverò quello che cerco. Forse. Forse no. Non lo so. Devo partire, ma la prossima volta che tornerò, e sarà molto presto, saprò se posso avere quello che voglio.

      - Lei parla per enigmi, questa sera. Ma noi non siamo così bravi da interpretarli.

      - Meglio così.

      Fu Ève Hauteville ad intervenire.

      - Secondo me è innamorato.

      Llera sorrise e rispose.

      - Potrebbe essere.

      - E chi è la sfortunata, volevo dire... la fortunata? Non ce lo dirà, lei è troppo discreto. Teme che l'avviseremmo di tenersi alla larga?

      Llera non replicò. Un’altra delle signore intervenne:

      - Forse sarà un grande amore.

      - Ma certo. È sempre un grande amore! Un grande amore che si consumerà in... quanto? Dieci giorni? Un mese?

      C'era una tale asprezza nella voce della signora Hauteville, che sembrava uno schiaffo. Ora Llera era evidentemente a disagio.

      Ci fu un momento di silenzio. Laure Verneuil intervenne per spezzare la tensione.

      - Noi donne pensiamo sempre che l'amore possa essere eterno e la realtà ci delude. Così soffriamo.

      Fu Dumay a rispondere, con un sorriso galante.

      - Anche gli uomini soffrono d'amore.

      Ève Hauteville intervenne nuovamente.

      - Oh, il signor Llera di certo non soffre d’amore. È troppo saggio per questo. 

      Jorge era irritato e non lo nascondeva. Ma più ancora che irritato, appariva preoccupato. Louis si rendeva conto che ogni tanto gli lanciava un'occhiata. Non sapeva che cosa comunicasse il proprio sguardo, sapeva che soffriva, un dolore acuto. Louis cercava di sorridere, ma capiva che il risultato del suo sforzo doveva essere men che mediocre. Gli sembrava che ognuna di quelle frasi fosse una mano che passava su una ferita aperta. Una ferita che non era in grado di curare. Non era un buon guaritore, non con se stesso, almeno.

      Più tardi Llera fu nuovamente attaccato, questa volta da parte dell'avvocato Dumay, che faceva la corte ad Ève Hauteville e cercava di ingraziarsela.       

      - Signor Llera, lei è spagnolo, no?

      - Sì, e vivo nella parte spagnola dell'isola.

      - Ma ora, con la guerra tra Francia e Spagna, lei continua a fare affari con i francesi? È un tradimento della sua patria.

      Llera lo guardò gelido:

      - Mio nonno scappò dalla Spagna all'inizio del secolo per non finire sotto le asce dei carnefici del re, come successe a tutta la sua famiglia. Non mi sento particolarmente legato alla mia patria.

      - Un uomo senza patria...

      Dumay non completò la frase, lo sguardo che gli lanciò Llera lo bloccò. Laure Verneuil cambiò rapidamente argomento.

      Llera non aprì più bocca, ma spesso guardava Louis, chiaramente inquieto. A Louis quei discorsi importavano poco. Pensava che tra non molto se ne sarebbe andato, che non si erano potuti parlare. Soffriva.

      Alla fine della cena, un domestico entrò ad avvisare Llera.

      - Signor Llera, la cercano.

      - Ora devo andare. Grazie per la serata.

      Poi si rivolse a Louis.

      - Posso parlarle un attimo, dottore?

      Louis annuì.

      - Venga con me.

      Passarono nell'anticamera.

      - Dottore, faccia attenzione. Il prossimo periodo sarà turbolento, qui al Cap. La vita di tutti sarà in pericolo.

      Louis lo guardò interrogativamente, ma Llera ignorò la domanda.

      - Faccia attenzione, non si esponga inutilmente. Si ricordi che un dottore morto non cura più nessuno.

      Louis sorrise, senza allegria.

      Come al solito, Llera sembrò leggergli in testa.       

      - Lei non deve cedere. Non deve lasciarsi andare. Lei non è sereno. Al campo di Biassou, con le ferite ancora aperte, prigioniero, appena uscito dall'inferno, era molto più in pace con se stesso e con il mondo. Adesso mi preoccupa. Basta un piccolo cedimento. È facile cedere alla morte. Può essere una tentazione quando si è stanchi, soli ed infelici. E lei è tutte e tre queste cose, non lo neghi. Oggi non sono riuscito a parlarle. Vorrei farlo la prossima volta. Ma per farlo ho bisogno di ritrovarla vivo. Non vorrei dialogare sulla sua tomba.

      Llera tacque un attimo, poi proseguì:

      - Mi promette che avrà cura di se stesso, se non altro per avere il piacere di parlare ancora una volta con me?

      C'era ironia, ma anche molto affetto in quelle parole. Louis si sentiva confuso. Forse a Llera importava qualche cosa di lui. Forse quello che gli era parso di intuire non era solo una sua illusione. Forse. Forse. Annuì.

      - Grazie.

      Lo guardò allontanarsi, ma quando fu sulla soglia, Llera si fermò, tornò indietro e gli sussurrò.

      - Non sono come mi dipingono. Non creda alla volpe che non riesce a raggiungere l'uva.

      Gli prese una mano nelle sue e gliela strinse con calore.

      - Per favore. Ha promesso. La verrò a cercare. Voglio ritrovarla vivo. Ne ho bisogno. Ho bisogno di lei.

      L'ultima frase diede un brivido a Louis. Posò la sinistra sulla mano che stringeva la sua e guardò Llera negli occhi.

      - Grazie per la promessa.

      Per tutta la sera Louis fu completamente assente. Quando tornò a casa si accorse di non sapere neanche di che cosa si era parlato dopo la partenza di Llera.

 

      Pochi giorni dopo venne a trovarlo Guillaume.

      - Sono venuto a salutarla.

      Era buffo che Guillaume gli desse nuovamente del lei. Si rendeva conto che in qualche modo il ragazzo era in soggezione davanti a lui. Probabilmente perché non parlava. O perché l'aveva respinto. Non sapeva. Guillaume non lo capiva. Niente di strano. Non era tanto sicuro di capirsi nemmeno lui.

      Louis gli fece cenno di entrare. Guillaume fece pochi passi e si fermò. Louis gli mostrò la sedia, ma il ragazzo non si sedette. Era a disagio.

      - Vado alla Martinica, dove ho una piccola proprietà. Partiamo io e Robert. Anche Jorge ... Llera mi ha consigliato di andarmene al più presto. La situazione sta precipitando ed il Cap rischia di trasformarsi in una trappola mortale per i bianchi. E non solo per loro.

      Ci fu un momento di silenzio. Louis pensò che Llera non gli aveva detto niente. Forse perché pensava che comunque non se ne sarebbe andato. O forse perché non gli era nemmeno venuto in mente. Forse si era sbagliato, di lui a Jorge non importava niente. No, non era così, lo sapeva. Ma quanto importava a Jorge di lui?

      Sorrise a Guillaume. Gli voleva bene. Era contento che si togliesse da quell'inferno. Aveva già sofferto abbastanza. Fece un passo e gli tese le braccia. Guillaume lo abbracciò. Louis lo strinse e gli accarezzò la guancia.

      - Vattene anche tu, Louis. Non voglio che tu muoia. Non voglio...

      Voleva dire ancora qualche cos'altro, ma tacque.

      - Addio, Louis. Grazie. Grazie di tutto.

      Quando Guillaume se ne fu andato, a Louis venne l'idea che forse quel giorno al porto Llera voleva soltanto consigliargli di andarsene. Ne provò una delusione violenta. Si diede dello stupido. Si era aspettato una dichiarazione d'amore?

      Sì, si era aspettato una dichiarazione d'amore.

 

*

 

      La porta era aperta, come il maggiore gli aveva detto. Gaspard Bernaud entrò, con molta cautela. La missione che gli aveva affidato il maggiore sembrava semplice, ma il tenente era diffidente.

      Dopo quella volta in cui lui lo aveva colpito, entrambi avevano evitato ogni occasione di incontro e se il maggiore doveva affidargli un compito, lo faceva sempre davanti a qualcun altro. Quel pomeriggio invece Verneuil lo aveva mandato a chiamare, come avveniva un tempo. La convocazione lo aveva stupito, aveva temuto che il maggiore volesse riprendere i loro rapporti. Temuto o sperato? Entrambe le cose, ma più temuto che sperato, perché, per quanto il suo corpo potesse desiderare la violenza, sapeva benissimo che il maggiore costituiva un pericolo mortale. E Bernaud non aveva nessuna intenzione di farsi scannare per il piacere di Verneuil.

      Quella volta il maggiore non aveva fatto nessun cenno a ciò che c’era stato tra loro, ma gli aveva affidato una missione che doveva rimanere assolutamente segreta. Doveva raggiungere una casa in un quartiere periferico, per incontrare una spia che gli avrebbe portato notizie di capitale importanza sulle intenzioni dei ribelli.

      Raggiungere la casa senza farsi notare non era stato difficile. In abiti civili, nessuno poteva sospettare che si trattasse di un ufficiale.

      Bernaud spinse la porta alle sue spalle e fece tre passi nel corridoio. Come il maggiore gli aveva spiegato, c’era una scala che portava nello scantinato. Scese, nel buio più completo: non doveva accendere nessuna luce, per non attirare l’attenzione di qualcuno. Solo quando fu al termine della scala, accese la piccola lanterna che aveva con sé. 

      In quel momento sentì un violento dolore alla testa e cadde a terra.

     

      Fu un secchio d’acqua in faccia a risvegliarlo. La testa gli faceva male e per un momento le immagini gli apparvero confuse, vaghi punti di luce nel nero. Poi, lentamente, riuscì a mettere a fuoco. Era in una stanza buia, quella in cui era sceso, probabilmente. C’era un tavolo, su cui era stata poggiata una lanterna. Proiettava una luce fioca, rischiarando appena il tavolo ed una parte del pavimento.

      Gaspard cercò di muoversi e si rese conto di essere legato alla parete, a gambe e braccia divaricate. Era nudo. Che cazzo era successo?

      Ci fu un movimento e nella zona di luce Bernaud vide comparire due stivali. C’era qualcuno, la persona che lo aveva colpito, spogliato, legato ed infine risvegliato gettandogli addosso l’acqua.

      Non poteva vedere chi era. Ma l’uomo parlò:

- Allora, troia, sei pronto per il gran finale?

      Gaspard capì che era finita. L’incontro con la spia era una trappola ed ora era nelle mani del maggiore.

      Verneuil fece due passi avanti. Ora la luce della lanterna lo illuminava per intero.

      - Non hai avuto i coglioni per andare fino in fondo, Bernaud. Feuillet li ha avuti. Ma finirai allo stesso modo.

Gaspard rimase paralizzato. Era stato Verneuil ad uccidere in quel modo orribile Feuillet. Come aveva fatto a non capirlo? Ed ora avrebbe ucciso lui.

- Assassino! Bastardo!

- È inutile che tu urli. Nessuno verrà a salvarti.

Era vero, in quella zona, anche se qualcuno lo avesse sentito urlare, avrebbe preferito girare alla larga. Era finita.

Il maggiore incominciò a spogliarsi.

 

 

 

 

 

 

 

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