VI – Piccola storia senza importanza

Quarto movimento: rosa, variazione su un tema di Ferdinando Neri

 

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- Sì, lui è stato colpito due volte. Uno, quello che poi la polizia ha ammazzato, gli ha sparato al cuore e lì Mauro ha avuto un colpo di culo, perché la pallottola ha centrato il telefonino. Un centimetro più a sinistra o a destra e il colpo, invece di distruggere il telefonino e ferirlo appena, gli spaccava il cuore.

- Davvero un colpo di culo, ma che c’entra questo?

- E lasciami finire, Omar! L’altro tipo gli ha sparato più in basso. Non so bene dove l’ha preso, ma da allora Mauro è impotente. È una conseguenza della ferita. Irreversibile.

- Irre… che? Che cazzo vuole dire?

Davide sorride alla domanda di Omar. Pietro no: è troppo angosciato.

Davide spiega:

- Che non guarirà mai. Non gli diventerà più duro.

Pietro guarda Mauro, seduto al bancone del bar, da solo. Sta bevendo, troppo. Pietro non l’ha mai visto ubriaco, ma questa sera Mauro pare intenzionato a sbronzarsi.

Pietro pensa a ciò che Davide ha appena detto. Non è possibile, non è davvero possibile. Ma a quanto pare è stato Mauro stesso a dirlo.

Pietro chiude gli occhi. Non Mauro, non Mauro. Li riapre.

- Peccato, un bel maschio come quello…

Pietro guarda Omar. Vorrebbe spaccargli la faccia.

- Sì, Andrea ne era alquanto soddisfatto. È davvero un peccato.

Questa volta Pietro vorrebbe cambiare i connotati a Davide, lui che non ha mai fatto a botte con nessuno. Si dice che è meglio che si controlli. Per Omar e Davide, Mauro è soltanto un gran bel maschio. Se non può più scopare, è uno spreco, ma nulla più. Per Pietro è diverso: il dramma di Mauro lo fa soffrire. Mauro gli è sempre piaciuto moltissimo e non solo a livello fisico. Ma non è solo quello: come si fa a trattare con tanta leggerezza una tragedia di questo genere?

Pietro guarda Mauro al banco. Si alza e, senza dire una parola ai suoi amici, lo raggiunge. È di fianco a lui, ma Mauro non volta la testa. Ringhia soltanto:

- Sono impotente e non mi va di prendermelo in culo, quindi non rompere i coglioni.

Se non è ancora ubriaco, poco ci manca. Pietro respira a fondo e dice:

- Sei anche scorbutico e poco in vena di fare due chiacchiere.

Mauro si volta e fissa Pietro.

- Sei tu, Pietro.

Mauro annuisce. Non sembra contento che Pietro sia Pietro, ma l’interessato non può farci niente, non ha un’identità di riserva, anche se per navigare su Internet usa due pseudonimi diversi.

- Sì, sono io.

- Quello che…

Mauro non completa la frase. Si volta verso il banco, prende il bicchiere e beve quello che rimane. Sembra essersi dimenticato completamente di Pietro.

Pietro non demorde.

- Sei venuto da solo?

Mauro non si volta.

- E a te, che cazzo te ne frega?

- Sai com’è, faccio il fotografo. Se sei con la tua auto, mi apposto alla prima curva e con un po’ di fortuna faccio qualche bella foto dell’incidente.

- Stronzo!

Ma Mauro sta ridendo. Si volta verso di lui. Il sorriso scompare subito, ma almeno Pietro ha catturato la sua attenzione e ne approfitta.

- Io sono venuto con Davide. Se vuoi ti riaccompagno io a casa, guidando la tua auto. Così non ti tolgono la patente. Certo, perdo l’occasione di fare uno scoop…

Mauro lo guarda con ostilità e per un attimo Pietro si chiede se non gli darà un pugno: non l’ha mai visto agire in modo violento, ma non l’ha mai neppure visto ubriaco, non può prevedere come si comporterà. Mauro annuisce.

- Sì, portami via da questo posto di merda, prima che combini qualche cosa di cui domani mi pentirò. Portami via e mollami in qualche discarica…

Mauro si interrompe.

Pietro sorride, simulando un’allegria che non prova.

- Va bene, allora andiamo. Di discariche ce ne sono un sacco. Preferisci una legale o ti va bene anche una abusiva?

La battuta scivola su Mauro come acqua su una tela cerata.

Nessun movimento. Pietro riprova:

- Facciamo che andare?

Mauro annuisce, ma non si muove. Pietro aggiunge:

- Hai pagato?

Di nuovo Mauro fa un cenno di assenso con la testa, sempre senza fare un passo. Pietro vorrebbe toccarlo, per incoraggiarlo a muoversi, ma ha paura della reazione: non vuole che Mauro scatti, che urli o faccia una scena. Non vuole che faccia una brutta figura davanti agli altri, a quella gente per cui è soltanto merce avariata. Non se lo merita e per Pietro sarebbe troppo doloroso.

- Non vuoi che andiamo via?

Mauro si stacca dal banco e insieme si dirigono verso l’uscita. Mauro pare camminare sicuro. Non è davvero ubriaco. Non di liquore, di vino o di birra o di quel che cazzo ha bevuto. Mauro è ubriaco di disperazione.

E mentre escono, Pietro ripensa a quel che ha detto Davide, riferendo le parole di Mauro: Mauro è diventato impotente, per la ferita riportata. Pietro si sente gelare. Lancia un’occhiata a Mauro, poi china la testa: un macigno gli pesa sulle spalle e lo schiaccia.

 

Pietro guida verso la casa di Mauro, che è piombato in un mutismo assoluto e guarda fuori dal finestrino, nel buio della notte. I pensieri di Pietro vagano incerti. Pensa a quando ha conosciuto Mauro. Lo ha colpito subito, la prima volta che l’ha visto: gli occhi azzurri, il mento squadrato, il naso diritto, i capelli neri con qualche striatura di grigio. Un bel viso, virile, un corpo da atleta.

Ma se fosse stato solo quello, Mauro sarebbe rimasto uno dei tanti uomini sognati e desiderati, di quelli che trovi girando su Internet. Il problema è che Mauro è diverso da come appare. No, detto così non ha senso. Mauro è diverso da come Pietro si immagina questi uomini. Mauro non se la tira solo perché è bello: è invece molto sensibile e attento agli altri. Ed è fedele come un cane. Pietro ricorda benissimo la sofferenza di Mauro quando, due mesi dopo che Pietro l’aveva conosciuto, la sua storia con Andrea era finita: nel loro ambiente tra la fine di una storia e l’inizio della successiva non passa mai molto, soprattutto per uomini attraenti come Mauro. Ma a distanza di un anno Mauro non ha nessuna storia, nessun legame.

Qualche volta Pietro ha pensato di farsi avanti, ma si è sempre bloccato: che cosa potrebbe trovare di interessante in lui un uomo come Mauro? Allora ha preferito tenersi alla larga, perché di Mauro si innamorerebbe alla follia, questo lo sa. E di botte la vita gliene ha già date a sufficienza.

Ora non ci saranno altri uomini per Mauro.

 

Sono arrivati. Pietro non è mai stato da Mauro, ma sa dove abita: due volte si sono ritrovati sotto casa sua con alcuni amici comuni. Si conoscono poco, lui e Mauro. Frequentano lo stesso giro, gli stessi locali, questo sì. Una volta Mauro è stato a casa di Pietro, per una serata, insieme ad altri.

Pietro parcheggia. Spegne il motore.

- Mi spiace, Mauro.

La frase, idiota, gli è sfuggita di bocca. Mauro si volta e lo guarda. Sembra sobrio, adesso, come se l’aria fresca della notte e il viaggio avessero cancellato completamente quella mezza sbornia.

- Grazie, Pietro. Scusa per prima. Scusa se non ho detto mezza parola. Scusa se… Sono un coglione, Pietro, tutto lì. Ma questo lo sai già.

Pietro sorride.

- Non ho mai pensato questo di te.

Mauro pare scrutarlo. Pietro gli lancia un’occhiata.

- Tu sei una persona colta, Pietro.

Pietro non capisce.

- Che intendi dire?

- Ho visto la tua biblioteca, quella sera. Non hai gli stessi libri che hanno gli altri.

- Può darsi, ma che cosa significa?

Pietro è del tutto spiazzato. Di certo non si aspettava di trovarsi a parlare con Mauro dei libri che legge.

- Lascia perdere. È ora che vada.

Ma Mauro non scende. Rimane fermo, guardando in avanti. Questa sera pare non riuscire a muoversi. Poi, di colpo, dice:

- Mi sarebbe piaciuto che fossimo amici, Pietro.

Pietro lo guarda, stupito.

- Non mi hai mai detto una parola…

- Te ne sei sempre stato lontano mezzo chilometro. Non so, c’erano volte in cui avevo l’impressione di darti fastidio.

Questa poi! Pietro è rimasto senza parole. Mauro, dargli fastidio? Mauro?

- Non capisco, Mauro. Davvero non capisco. Mi sei sempre piaciuto molto. Ma perché ti sei fatto questa idea?

Mauro lo guarda.

- Ogni volta che mi è capitato di avvicinarmi, soprattutto negli ultimi mesi, ti tendevi… come se…

Mauro non conclude.

- Scusa, Pietro. Sono un coglione. Un coglione un po’ ubriaco e triste, ma passerà. Scusami per tutte le cazzate che ho detto. Buona notte.

Questa volta Mauro apre la portiera.

- Aspetta, Mauro.

Mauro lo guarda, in attesa.

- Hai voglia di parlare un poco?

Pietro non aspetta una risposta: ha paura che sia un no. Non vuole che Mauro rimanga con l’impressione che davvero lui non lo volesse vicino.

- Mauro, non è come pensi tu... Io… ho sempre avuto molta stima di te.

Pietro ha appena finito la frase che già si mangerebbe la lingua. Dio, ma come si fa a formulare una frase del cazzo come quella che ha appena detto? Pietro è furibondo con se stesso, non riesce a spiegarsi. Ma è difficile farlo: non può dire a Mauro che gli è sempre piaciuto troppo, che aveva paura di innamorarsi di lui.

Mauro sorride. O forse ghigna. Dopo un momento, dice:

- Grazie, Pietro, per avermi riaccompagnato a casa. Adesso come torni? Vuoi che ti porti io? Sono in grado di guidare, adesso.

Pietro scuote la testa, Cerca di scherzare.

- E no! Se mi riaccompagni la mia buona azione quotidiana non vale e devo farne un’altra: ormai è tardi per trovare una buona azione da fare, a quest’ora non ci sono vecchiette che devono attraversare la strada. Sai che non abito molto lontano. Una bella passeggiata e sono a casa.

Questa gli è venuta un po’ meglio. Non molto, ma un po’. Mauro scende. A Pietro non rimane altro da fare che scendere anche lui e passargli le chiavi.

- Ti va se andiamo al cinema una di queste sere?

Mauro lo guarda, pare scrutarlo, mentre preme il tasto per bloccare le portiere. Poi risponde:

- Un’altra buona azione? Ma fai parte dei boy-scout?

- No, non un’altra buona azione. Mi farebbe piacere. Davvero.

- Che sera sei libero?

- Domenica, lunedì, martedì.

- Va bene, allora lunedì. Scegli tu il film. Così poi posso lamentarmi.

Si salutano. Pietro si avvia verso casa. Ha una gran confusione in testa e un peso sul cuore. Mauro, impotente. Mauro che non potrà mai più amare fisicamente. Mauro, di cui Pietro è sempre stato un po’ innamorato.

A lui Mauro andrebbe bene anche così, perché è un uomo come Mauro che vorrebbe vicino, con cui vorrebbe dividere la vita, anche se è follia.

 

Il giorno dopo Pietro sta sistemando le foto del servizio per il matrimonio: è domenica, ma Pietro non bada molto alla distinzione tra giorni lavorativi e festivi. Adesso si deve occupare di questo e lo fa. Magari mercoledì si prende un giorno di vacanza e va a Venaria a vedere la mostra per i 150 anni dell’Unità e poi fa un salto ai giardini, per fare due foto (un fotografo è sempre un fotografo, anche in vacanza).

Il solito plop lo avvisa che è arrivata una mail. Una mail di Mauro. Come ha fatto a sapere il suo indirizzo?

Pietro apre la mail.

Scusa per ieri sera. So di essere stato insopportabile. Prometto che domani mi comporterò meglio.

Ho chiesto il tuo indirizzo mail a Luca: spero di non essere stato indiscreto.

Mauro

Sì, questo è Mauro. Si scusa per come si è comportato e anche solo per aver chiesto a Luca l’indirizzo di Pietro. Chi altro dei suoi amici si scuserebbe per questo? Non si porrebbero nemmeno il problema.

Pietro ci pensa un attimo, poi risponde:

Film: La donna che canta. Se ti va bene l’ultimo spettacolo, potremmo mangiarci una pizza prima, che te ne pare? O mi sto allargando troppo?

La risposta di Mauro arriva in fretta:

Due buone azioni? Ti porti avanti con il lavoro?  ;-)

Per me va bene. Dimmi tu quando e dove ci troviamo.

 

In pizzeria Mauro sembra rilassato, contento. Nessuna traccia del suo dramma personale. Parlano del lavoro di Pietro: Mauro è curioso, gli pone un sacco di domande. La fotografia lo interessa molto. Pietro pensa ad alcuni dei loro amici – dovrebbe chiamarli conoscenti – che hanno bisogno di essere sempre al centro dell’attenzione. Mauro è di un altro genere, lui si interessa agli altri. Pietro sa che sta mettendosi nei guai. È sempre stato bravissimo a mettersi nei guai, a innamorarsi della persona sbagliata, un vero talento. Se avesse lo stesso talento per la fotografia, adesso le sue immagini sarebbero sulle pagine del National Geographic, gli dedicherebbero mostre e monografie, Christian Caujolle sarebbe considerato una nullità al suo confronto…

Quando infine arrivano al cinema, Pietro si rende conto di aver parlato quasi sempre lui. Ma era Mauro che voleva sapere, che continuava a chiedere.

Il film è bello, ma angoscioso e Pietro si dice che è stata una scelta infelice: la scena in cui distruggono l’autobus uccidendo tutti i passeggeri è di quelle che fanno attorcigliare lo stomaco. Anche se a cena Mauro non sembrava per nulla depresso, sicuramente non può essere sereno. Era proprio il caso di portarlo a vedere un film così drammatico? Che tipo di film va a vedere Mauro? Magari avrebbe scelto qualche commedia o un horror e lui l’ha portato a vedere un film straziante.

Tornando a casa parlano della pellicola. A Mauro è piaciuta: Pietro pensa che gli è andata bene. Mauro gli chiede se sa qualche cosa del regista, se ne ha visto altri film, ma Pietro deve confessare la sua ignoranza: non lo conosce.

- Ti ho beccato impreparato, eh?

- Temo di sì. Farò una ricerca su Internet.

- Quella posso farla anch’io.

Al momento di lasciarsi, Pietro vorrebbe proporre un altro appuntamento, ma poi si dice che è meglio lasciar perdere: ha paura di apparire invadente. Ha la mail di Mauro, potrà contattarlo così, se non vuole telefonare.

Ma la frase con cui Mauro si congeda, lascia aperta una porta:

- Grazie per il film e per la serata, Pietro. Quando sei a corto di buone azioni, invitami di nuovo.

E Pietro risponde, senza pensare:

- Ti interessa l’opera?

Ha formulato la domanda senza darsi il tempo di riflettere. Gli è venuto in mente, in un lampo, che venerdì ha il Rigoletto e che Enrico, non potendo venire, gli ha lasciato un altro biglietto. Ma figuriamoci se a Mauro piace l’opera.

- Sono un analfabeta, ma provo volentieri. Che opera è?

- Il Rigoletto.

- Cazzo! Di nome la conosco anch’io. Molto volentieri. Quando?

- Venerdì.

- Non è la prima vero?

Pietro si stupisce un po' della domanda.

- No, è un altro turno.

- Bene, perché il mio capo ha l'abbonamento alla prima e non ci tengo molto a incontrarlo... Non è proprio il massimo della simpatia. Dimmi ora e posto. Be’, il posto sarà il Regio, suppongo, fino a lì ci arrivo anch'io. L'ora?

- Diciamo alle otto meno dieci? Nel foyer, davanti al guardaroba.

- Ai tuoi ordini. Ci sarò. Grazie, Pietro.

Pietro torna a casa contento. Si può essere contenti di camminare sull'orlo di un baratro.

 

Pietro è arrivato in anticipo, come sempre. Mentre guarda la gente che entra, una voce alle sue spalle intona:

Cortigiani, vil razza dannata

Per qual prezzo vendeste il mio bene...

Pietro si volta:

- Ma sei bravissimo! Dovevi fare il baritono.

Mauro ride.

- Mai frequentato l’opera.

- E allora com’è che conosci quest’aria?

- Mi sono preparato. Sono una persona seria, io! Due sere su Youtube e Wikipedia e poi qualche altro sito. So tutto. Puoi interrogarmi.

Mauro è contento, scherza sulla propria abissale ignoranza, chiede a Pietro della sua passione per l’opera. Finisce che è di nuovo Pietro a parlare tutto il tempo prima che incominci lo spettacolo. E nell'intervallo Mauro ha ancora delle cose da chiedergli sull'opera e sul teatro Regio, dove non aveva mai messo piede.

Nel finale, quando Rigoletto scopre che la figlia sta morendo, Pietro avverte qualche cosa, che quasi sembra un singhiozzo. Volta un po’ la testa verso Mauro e gli pare di vedere che abbia gli occhi lucidi. Mauro è commosso. Un metro ed ottantacinque di muscoli e un viso da attore, con un animo sensibile…

Pietro si dice che è fottuto, del tutto fottuto. Ne era già mezzo innamorato prima e adesso, in tre sere, esattamente otto giorni, ha completato l’opera, facendo una bella frittata del suo cuore.

Mauro è entusiasta dello spettacolo. Gli chiede come mai aveva un biglietto in più, dice che magari l’anno prossimo farà l’abbonamento.

Al momento di lasciarsi, Mauro scherza:

- Certo che senza di me, non so se riusciresti a fare la tua buona azione quotidiana… Domenica sei già a posto?

- Domenica non posso fare la mia buona azione. Vado in montagna.

- A camminare, a scalare o a prendere il sole?

- A camminare. Ti capita mai di andare?

- Sì, mi piace molto.

- Se vuoi, noi siamo in tre e un posto in auto c’è.

Mauro lo guarda, improvvisamente serio. Esita, poi dice:

- Non voglio imporre la mia presenza a te ed ai tuoi amici, Pietro.

- A me fa piacere se vieni.

Mauro esita un attimo, poi risponde:

- Grazie, allora vengo.

Si mettono d’accordo. Mentre entra in casa, Pietro si dice che ha perso completamente il controllo della situazione. Poi pensa che non è vero: non l’ha mai avuto, il controllo. Per quello si è sempre tenuto alla larga da Mauro, sapeva che sarebbe finita così, anche se non pensava che sarebbe avvenuto così in fretta. E poi incomincia a dirsi che il sesso non è così importante, che se ne può fare a meno. Che lui vivrebbe con Mauro anche se…

In un lampo di lucidità pensa che a Mauro di lui non importa niente, che si sono parlati davvero in tre occasioni (tre? La sera all’Angolo del cerchio Mauro non ha detto quasi niente) e che si sta facendo del male un’altra volta. Non ha imparato dagli errori. Ma non aveva nulla da imparare: a farsi male è sempre stato bravissimo, insuperabile.

Mauro non è innamorato di lui, non avrebbe motivo per esserlo.

 

Pietro è un po’ preoccupato per la gita in montagna. Enrico e Stefano sono i suoi migliori amici, i suoi veri amici. Tutti e due etero (nessuno è perfetto), conosciuti uno all’università, l’altro al CAI. Tutti e due sono piuttosto esigenti quando si tratta di camminare. In qualche occasione altre persone si sono unite a loro, ma non è quasi mai stata un’esperienza positiva: Gabriella e Laura chiacchieravano troppo e in montagna a loro tre piace assaporare il silenzio, mentre si sale; Francesco e Gino non riuscivano a stare al passo e questo Stefano lo patisce. Come se la caverà Mauro? E poi, si intenderà con loro? Pietro è molto attaccato ai suoi amici e anche a Mauro, che dieci giorni fa teneva a distanza di sicurezza. Ma dieci giorni fa è un’altra epoca, quando ancora Pietro era lucido e cosciente. In realtà lucido e cosciente lo è anche ora: vede perfettamente il disastro.

 

Si trovano la domenica mattina alle sette e trenta sotto casa di Stefano. Mauro è puntualissimo, un po’ in anticipo (meno male: Stefano è insofferente anche su questo). Quando si tratta di stabilire con che auto andare, offre la sua. Durante il viaggio Enrico parla delle prossime elezioni comunali e Pietro si chiede che idee abbia Mauro: se è di destra ci sarà uno scontro frontale, perché Stefano, iscritto al Partito Democratico, tanto democratico non è e sopporta poco (per usare un eufemismo) leghisti e berlusconiani. Per fortuna Mauro si rivela pienamente d’accordo con Stefano e il pericolo è scongiurato. Parlano anche di vacanze e di viaggi. Mauro ama viaggiare, come Pietro ed Enrico. Per Stefano le vacanze ideali sono dieci giorni in montagna a camminare.

Il viaggio vola senza problemi: con gli altri Mauro è cordiale, senza mai essere invadente, e Pietro è certo che Mauro stia facendo una buona impressione. Arrivano a destinazione, si mettono gli scarponcini, si caricano sulle spalle gli zaini e via.

Cala il silenzio e Mauro non lo spezza. Si mette per ultimo, ma segue senza nessuna difficoltà: ha fiato e gambe. La vetta è raggiunta nel tempo previsto, Stefano non protesterà.

Arrivati in cima, la vista è bellissima, dal Monviso al monte Rosa.

Fa caldo e Stefano si toglie la camicia. Mauro lo imita, mettendo in mostra un torace da sballo: una vista di gran lunga preferibile al Monte Rosa e all’intera catena alpina. L’effetto su Pietro è immediato. Si siede subito su una roccia e mette lo zaino davanti, come se fosse impaziente di mangiare, per nascondere meglio la protuberanza. Di fame ne ha parecchia, ma di un altro tipo. La sazia come può, in realtà si limita ad alimentarla. Ha gli occhiali da sole, molto scuri, e spera che nascondano un po’ lo sguardo da lupo affamato con cui sta divorando Mauro. Sul lato sinistro, all'altezza del cuore, ci sono alcune piccole cicatrici. Pietro pensa che se non fosse stato per il cellulare, adesso Mauro sarebbe morto. L'idea lo sconvolge.

La discesa si svolge senza imprevisti. Ogni tanto scambiano qualche parola, ma non parlano mai a lungo. In auto invece chiacchierano per tutto il viaggio: parlano delle prossime elezioni, scherzano sulla campagna elettorale a Milano, discutono sui referendum. Poi prendono di mira Pietro e diventa una gara a raccontare le cose peggiori: Pietro cerca di difendersi, ma i tre non hanno nessuna pietà. Anche Mauro, che è quello che lo conosce di meno, sforna due aneddoti su di lui: la volta che voleva denunciare il furto della propria auto, perché l’aveva parcheggiata in un posto diverso da quello che si ricordava, e quella in cui al momento di pagare aveva scoperto di aver dimenticato a casa il portafogli. Ogni tanto scoppiano a ridere di gusto tutti e quattro. Vedendoli così affiatati, nessuno direbbe che è la prima volta che Stefano ed Enrico vedono Mauro. La gita può considerarsi un pieno successo e Pietro è soddisfatto.

Dopo che Mauro li ha lasciati davanti a casa di Stefano, Enrico osserva:

- Simpatico, il tuo amico.

E poi gli lancia un’occhiata, come a dire: “È solo un amico?”. Pietro risponderebbe: “Purtroppo sì.” Ma non dice nulla.

Stefano conferma:

- Sì, davvero simpatico.

Vero è che le affinità politiche hanno il loro peso, ma detto da Stefano, è una laurea con lode e dignità di stampa.

 

Quando Pietro apre la posta, c’è una mail di Mauro, inviata pochi minuti prima: come lui, Mauro deve essersi fatto una doccia (e mentre lo pensa Pietro ha un flash di Mauro sotto la doccia – tutta fantasia per la metà inferiore del corpo, ma con effetto immediato e dirompente) e poi si è messo al computer. Ce ne sono diverse, di mail, ma Pietro apre subito quella di Mauro.

Grazie per la bellissima giornata. Spero di non essere stato di peso.

Pietro sorride.

Grazie a te. Di sicuro non sei stato di peso a nessuno.

Pietro preferisce non dire di più. Invia la mail e aspetta: magari Mauro è ancora collegato e gli risponderà.

Allora ci devo riprovare. Un altro film?

Pietro sorride e il cuore batte più forte. Tanto ormai è fatta, inutile piangere sul latte versato.

Volentieri. Quando? Scelgo io o scegli tu?

Rimane in attesa. È una sensazione strana, sapere che dall’altra parte c’è Mauro, che adesso risponderà. Potrebbero chattare, di sicuro anche Mauro ha Messenger, ma a Pietro va bene così.

Può essere domani, se ce la fai. Lunedì costa anche di meno. Ma se è troppo reggermi due giorni consecutivi, va bene un’altra serata.

Pietro vorrebbe rispondere che gli andrebbero bene anche cinquant’anni consecutivi, perché questa è la verità. Ma non può. Ed allora ripiega su una risposta anodina:

Per me va bene. E la scelta del film?

La risposta arriva subito.

Fidati di me. Te lo scrivo domani in mattinata.

Perché basta questo piccolo scambio di mail per andare a letto felici? Pietro conosce la risposta e anche il prezzo da pagare, ma adesso è perfetto così. Adesso è felice, come non lo era da tempo. Ha passato la giornata con Mauro e lo rivedrà domani sera. Glielo ha chiesto lui.

Si chiama innamoramento, Pietro lo sa benissimo. Si può anche chiamare farsi del male da soli, ma Pietro preferisce la prima denominazione. Altrettanto precisa.

 

- Scusa, ho fatto tardi in palestra.

“Tardi” sono cinque minuti e non hanno nessun impegno: hanno solo combinato di andare a vedere la mostra della sala del Senato a Palazzo Madama. Ma Mauro è molto puntuale, se è in ritardo si scusa subito.

- Vai spesso in palestra.

Quella di Pietro non è una domanda: basta vedere Mauro per capire che si dà da fare. Mauro alza le spalle.

- Abbastanza. Mi serve anche per il lavoro: devo essere allenato.

- Ci vuole una bella tenacia. Io ho provato a iscrivermi, ma dopo tre mesi ho smesso di andare.

- Sai, noi biellesi siamo gente con la testa dura. La conosci la fiaba, no?

Pietro se la ricorda vagamente, Mauro gliela racconta: un biellese incontra Dio che gli chiede dove va. L'uomo risponde che va a Biella, ma si rifiuta di dire "Se Dio vuole" e perciò viene trasformato in rana e mandato nello stagno per sette anni. Ritornato uomo, incontra nuovamente il Signore e alla stessa domanda, risponde nuovamente senza dire "Se Dio vuole". Quando il Signore glielo fa notare, il biellese conclude dicendo: "Se Dio vuole, bene; se no, il patto lo conosco, e nel pantano ci so andare ormai da solo".

Pietro scoppia a ridere. Poi aggiunge:

- Però Bragadin non è un cognome piemontese. Sembra più veneto.

Il sorriso di Mauro pare spegnersi: quel che rimane non ha più la stessa spontaneità.

- Sì, i miei nonni paterni erano veneti, ma si trasferirono a Biella tra le due guerre.

Pietro sarebbe curioso di sapere qualche cosa di più, ma ha l'impressione che l'argomento sia delicato. Allora ritorna alla palestra:

- Non vai in palestra solo per tenerti in forma per il lavoro, di sicuro.

- No, ho incominciato in un periodo poco felice. Mi aiutava a scaricarmi. E poi ho sempre avuto bisogno di fare moto. La palestra ha sostituito lo sport, quando non mi è più stato possibile praticarlo, quando...

Mauro non completa la frase. Pietro non indaga sul periodo poco felice a cui ha fatto allusione Mauro. Non è abbastanza in confidenza. Ma vorrebbe sapere anche questo. Vorrebbe sapere tutto di Mauro. Vorrebbe averlo conosciuto da sempre. Vorrebbe che vivessero insieme da vent'anni. Vorrebbe...

Pietro si dice che la vita è davvero complicata. Soprattutto per quelli che sanno come complicarsela. E in questo Pietro sa di potersi considerare un maestro.

 

Sono passati due mesi. Due mesi in cui Mauro e Pietro si sono incontrati regolarmente, sono andati al cinema, a mangiare una pizza, a teatro, all’opera, alle mostre, a camminare in montagna, al lago, hanno pure visto un balletto: Mauro non ha nessuna preclusione, tutto lo interessa, è curioso, di fronte a una proposta nuova si documenta, si prepara, cerca su Internet informazioni su ciò che vedranno.

Adesso si vedono una sera sì e una no. In qualunque altra situazione sarebbero due innamorati, magari un po’ imbranati nel dichiararsi il loro amore, ma comunque di certo innamorati. Invece Pietro si dice che ci sono un innamorato (lui, di Mauro) e un amico (Mauro, di lui).

Hanno parlato di tante cose. Di gusti, viaggi, lavoro, amici. Magari quest’estate andranno in vacanza insieme: Pietro ha fatto un vago cenno, per sondare il terreno, a un possibile viaggio in Islanda. Mauro ha detto che non ci è mai stato e che dev’essere un posto interessante. Pietro ha lanciato un mezzo invito e Mauro si è subito detto disponibile.

Mauro sembra molto sereno. Pietro non capisce: come è possibile che viva senza angoscia il suo dramma?

Quello è un argomento da cui si sono tenuti ben lontani. Pietro ritiene che non spetti a lui affrontarlo. Se Mauro vuole parlarne, bene. Altrimenti lui non intende dire una parola. Mauro non ha mai fatto un riferimento, anche vago, alle conseguenze della ferita.

Ci sono altri temi che non hanno mai affrontato: l’amore e la famiglia. L’amore è un argomento che a Pietro non pare opportuno proporre, tenendo conto della situazione di Mauro. E della famiglia Mauro sembra poco propenso a parlare.

Oggi però Pietro riceve una telefonata di Matteo, suo fratello. Parlano un buon momento, mentre Mauro curiosa tra i libri di Pietro. Scherzano. A un certo punto Pietro dice che è in compagnia. Matteo gli chiede se è il suo amore. Pietro pensa che potrebbe rispondere di sì, ma dovrebbe spiegare e non può farlo con Mauro a portata di orecchio. Cerca di metterla sul ridere. Matteo insiste, ironizza, gli dice che sarebbe ora che si sistemasse con un bell’uomo in grado di badare a lui, perché da solo non è capace nemmeno di cambiare una presa. Alla fine Pietro lo manda a fare in culo, ridendo, e si salutano.

Pietro si scusa con Mauro.

- Era mio fratello. In questo periodo ci vediamo poco, sta a Milano ed è nei casini con il lavoro. Ma non rimaniamo mai molto senza sentirci.

Mauro annuisce. Ma c’è un velo di tristezza nei suoi occhi.

Pietro chiede:

- Hai fratelli?

Si è pentito della domanda appena l’ha fatta. Mauro ha voltato la testa verso la finestra. C’è un momento di silenzio.

- Scusa, Mauro, non pensavo… non volevo… Fa’ conto che non abbia parlato.

Mauro lo guarda e incomincia a parlare.

- Non so se ho fratelli. Non so se Aldo sia vivo o morto e forse non mi interessa neppure saperlo.

Mauro guarda di nuovo fuori dalla finestra. Poi fissa Pietro e riprende.

- Lavorava nella fabbrica di famiglia, una piccola azienda che mio padre aveva messo su dal niente. Era la sua ragione di vita, il suo orgoglio. Lui, piccolo artigiano, figlio di immigrati veneti, era riuscito a creare dal nulla un’impresa solida, che stava crescendo. Aldo aveva otto anni in più di me e si occupava della contabilità, dei pagamenti. Io studiavo ancora.

Mauro alza la testa verso il soffitto. Ci sono le lacrime nei suoi occhi. Pietro non regge quel dolore che trabocca. È troppo angoscioso. Non può vedere Mauro soffrire.

- Mauro, non devi raccontarmi niente…

Mauro lo interrompe.

- Ho piacere che tu lo sappia. Anche se mi costa fatica parlarne.

Un attimo di pausa. Poi Mauro riprende:

- Aldo giocava, scommetteva, grosse somme, ma questo venne fuori dopo. Un giorno scomparve. Scoprimmo che aveva prosciugato il conto in banca, non aveva saldato i creditori della ditta, aveva contratto debiti… Mio padre si trovò a non poter pagare gli operai, a dovere somme che non era in grado di rendere. Bisognava dichiarare fallimento. Si uccise il giorno stesso. Io non lo vidi neanche, era uscito presto, perché io non mi accorgessi che stava male: avevo la finale del torneo di pallacanestro, non volevano che mi preoccupassi. Non ho neanche salutato mio padre, il giorno in cui è morto. A volte mi dico che forse, se...

Mauro si interrompe. Poi, dopo una pausa, conclude:

- Aldo non si fece mai più vedere, non diede più notizie. Non ne so nulla. E non voglio saperne nulla. Mia madre lo aspetta ancora. Ogni volta che le telefono, sento la delusione nella sua voce. Vorrebbe che la telefonata fosse di Aldo, che finalmente si fa vivo. Lo perdonerebbe. Lo ha già perdonato. Quando la vado a trovare, a volte non ce la fa e mi chiede se so niente di lui. Sono passati ventidue anni da quando è scomparso. Io sono un poliziotto, quindi dovrei riuscire a trovarlo...

Un altro silenzio. Pietro non sa che cosa dire. Si siede sul divano accanto a lui. Gli stringe la mano.

- Scusa… non sapevo…

- Sono contento che tu ora lo sappia, Pietro.

Pietro sente dentro un dolore sordo. Il pensiero ritorna per tutta la serata, anche dopo che Mauro se n’è andato.

 

Pietro è a casa. Ha un libro sulle ginocchia, ma non legge. Non riesce a leggere. Pensa, cerca di capire. Che cosa vuole, lo sa, è semplice: Mauro. Vuole vivere con lui, di lui. Anche se non potranno mai fare l’amore. E Pietro si pone una serie di domande. Potrebbero avere una risposta, tante risposte. Ma le possono dare solo lui e Mauro insieme. E Mauro non ha mai dimostrato di essere interessato a cercarle con Pietro, queste risposte. Probabilmente non si pone nemmeno le domande.

 

Pietro è a Milano per due giorni, con Ferdinando, un grafico con cui lavora spesso. Si trovano bene insieme, anche se al di fuori del lavoro si vedono di rado: Ferdinando l’ha invitato qualche volta a cena a casa sua.

Ferdinando riceve una telefonata da Fabio, il suo uomo. Si scusa con Pietro, si alza da tavola ed esce, per parlare tranquillamente. Pietro conosce Ferdinando da sei anni e ha sempre invidiato il rapporto che esiste tra lui e Fabio: un legame di coppia molto forte, stabile, che non ha bisogno d'altro. Fabio e Ferdinando non frequentano l'ambiente gay.

Ferdinando è molto bello, come Mauro, anche se di una bellezza diversa, meno atletica e più sognante, gli verrebbe da dire. Fabio è molto sensibile e attento agli altri, come Mauro. A Pietro piacerebbe costruire un rapporto come il loro. Ma Mauro è bello e sensibile, lui che cos'ha da offrire? Eppure Mauro sta volentieri con lui, ricerca la sua compagnia. Probabilmente perché ormai sa di aver chiuso con l'amore. Pietro è immerso nei suoi pensieri, non si accorge neanche che Ferdinando è rientrato.

- Qualche problema, Pietro?

- No, perché me lo chiedi?

- Perché mi sembri preoccupato, ma non sono affari miei.

- È vero. Sono perso dietro un sogno impossibile.

- È proprio impossibile?

- Non lo so.

- Questo è già un progresso. Un'altra domanda e magari diventa possibile.

- Se funziona così, allora fammene tante di domande.

- Perché lo ritieni impossibile?

- Perché... non lo so, Ferdinando.

Ferdinando sorride:

- Poche idee, ma ben confuse. Prova a rovesciare il tutto.

- Cioè?

- Il tuo sogno è possibile. Dallo per scontato.

- E poi?

- Come puoi realizzarlo?

- È una bella domanda.

- Certo, sono bravissimo a fare le domande.

- Allora dammi la risposta.

- Eh no! Troppo facile! Io faccio le domande. Alle risposte devi provvedere tu. Fifty-fifty.

- Mi sa che mi hai lasciato la parte più difficile.

- Mi hai chiesto tu di farti le domande. Allora, come puoi realizzarlo?

La domanda è davvero bella. Ma Pietro sa che la risposta dovrebbe cercarla con Mauro.

- Non so risponderti.

- Proviamo con un'altra domanda. Così magari diventa ancora più facile.

Ferdinando sorride. Pietro risponde al suo sorriso. L'affetto di Ferdinando gli fa bene.

- Avanti con la domanda.

- Che cosa hai fatto tu per realizzarlo?

Colpito e affondato. Pietro boccheggia. Ferdinando sorride:

- Mi sa che ti ho messo in difficoltà...

Pietro annuisce.

- Datti da fare, Pietro. Ti meriti di essere felice.

"Datti da fare". Che cosa ha fatto, lui? Dovrebbe darsi una mossa, ma ha paura, paura di rovinare un rapporto che ormai è una ragione di vita.

 

Passa un altro mese. Mauro è sempre sereno, ma da qualche tempo ha dei momenti in cui sembra ritrarsi in se stesso, come se un pensiero lo portasse lontano. E a tratti sembra incerto, pare non sapere come muoversi.

Il loro rapporto si è arricchito, ora parlano di tutto, anche d’amore, ma è un campo su cui entrambi si muovono con cautela. Parlano di storie passate, di sofferenza. Pietro racconta il suo primo amore:

- A diciott’anni mi sono innamorato follemente di un mio coetaneo, un compagno di liceo. Sono andato fuori, completamente. Poco c’è mancato che non perdessi l’anno. Ero nel pallone, non riuscivo più a studiare.

- E lui?

- E lui non mi cagava. Sbavava dietro a una ragazza, una di quinta, che a me sembrava pure racchia…

Pietro fa una pausa:

- …ma forse non sono un buon giudice.

Mauro ride:

- Se non altro, non eri un giudice obiettivo. Sei riuscito a combinare qualche cosa con lui?

- Figurati!

Mauro scuote la testa.

- E tu, il tuo primo amore?

La faccia di Mauro cambia di colpo. Pietro si rende conto di avere toccato un nervo scoperto. Un altro.

- Era un mio compagno di scuola, l’ultimo anno che studiavo da perito, al serale.

Se potesse farlo, Pietro cambierebbe immediatamente argomento. Ma ormai è tardi, per cui si limita a rispondere:

- Anche tu?

- Sì. Credo che sia normale, no? Si passano diverse ore a scuola…

- Certo.

Pietro non vuole chiedere altro. Sta cercando un altro argomento, per deviare una conversazione in cui è a disagio: avverte la tensione di Mauro, la sua sofferenza.

- Fu il primo con cui feci l’amore.

- Che bello!

L’esclamazione gli è sfuggita: che cosa c’è di meglio che fare l’amore per la prima volta con qualcuno che si ama? Per lui la prima volta è stata in una sauna: abbastanza squallido, a ripensarci, anche se allora gli era sembrato bellissimo.

Pietro non sa come proseguire: il terreno è minato, sia per i problemi di Mauro, sia perché quella storia dev’essere finita male.

- Sì, fu bellissimo, anche se eravamo tutti e due molto imbranati. Fu il paradiso. Ripresi a sorridere. Fu mia madre a dirmelo: “Sorridi di nuovo”. Io in realtà sorridevo anche prima, almeno ci provavo, per non farle vedere quanto stavo male, ma non l’ingannavo. Ripresi a vivere.

- Ti aiutò ad uscire dalla sofferenza per la morte di tuo padre e tutto il resto.

Mauro annuisce. Poi il barlume di sorriso che era apparso scompare.

- Sì per farmi sprofondare ancora di più. Non durò a lungo. Ci amavamo, davvero. Ma Fabrizio si bucava. Era già stato in carcere. Ne era uscito, dalla droga, intendo, ma quando i suoi scoprirono che noi due ci amavamo... gli resero la vita impossibile. Riprese a farsi. Quando fu di nuovo fermato dalla polizia, non resse. Si uccise...

Pietro si volta, perché Mauro non lo veda in faccia. Chiude gli occhi. La sensazione è quella di aver ricevuto un pugno nello stomaco. Gli manca il fiato. Vorrebbe urlare. Cazzo! Un’altra! Che razza di vita di merda ha avuto Mauro? Che cosa ha fatto per beccarsi tutte le sberle che si è preso?

Ci vuole un momento perché Pietro riesca a trovare la voce per dire:

- Non hai avuto una vita facile, Mauro.

Mauro sorride, ma non c’è nessuna gioia in quel sorriso.

- No, quegli anni non furono dei migliori.

“Non furono dei migliori”. Cristo santo, peggio di così! O c’è ancora altro? No, non può esserci altro. C’è un limite alla quantità di disgrazie che possono cadere in testa a uno. Mauro prosegue:

- Persi ogni voglia di vivere. Dopo aver dovuto abbandonare il liceo, avevo cercato di continuare a leggere, di andare avanti, anche se tra il lavoro e la scuola serale, di tempo ne avevo proprio poco e con il trasferimento avevo perso i contatti con gli amici. Ero molto solo, ma nei primi tempi mi andava bene, non avevo voglia di cercare gli altri. Poi incominciai ad aprirmi e fu allora che incontrai Fabrizio, che ripresi a vivere. Dopo la sua morte, mi lasciai andare completamente. Palestra, quello sì, per non pensare. Sprofondai. Non leggevo più, non andavo al cinema. Non facevo nulla. Solo movimento.

Mauro si stampa in faccia un sorriso poco convincente e dice:

- È per questo che sono ignorante come una capra.

- Non lo sei, Mauro, e lo sai anche tu.

Pietro se n’è accorto. Mauro è curioso di sapere ed è tutt’altro che ignorante, anche se non lo si può definire una persona colta. Ma soffre dei suoi limiti culturali.

Pietro è ancora sconvolto, non riesce a togliersi di testa ciò che gli ha raccontato Mauro. Dice:

- Si direbbe che la vita ce l’abbia con te, Mauro.

Mauro sorride di nuovo, cercando di alleggerire l’atmosfera:

- Dopo qualche anno però le cose andarono meglio. Riuscii a entrare nella polizia, poi a diventare ispettore e anche per quanto riguarda l’amore, furono storie meno dolorose. Non sono mai riuscito a trovare l’uomo giusto, d’accordo, ma il problema è tutto mio.

Pietro lo guarda. Vorrebbe deviare la conversazione, parlare di musica o di montagna, di politica o di libri, ma l'argomento lo tocca troppo da vicino e gli sfugge la domanda:

- In che senso?

- Ho sempre preteso troppo, Pietro. Non ho mai cercato qualcuno soltanto per scopare o magari passare le serate. Volevo… è assurdo, ma volevo qualcuno con cui davvero vivere tutta la vita... cazzate. E poi… quelli che mi attraevano, non erano attratti da me, sono troppo grezzo... Uno sbirro, per di più… Ma non ha importanza.

Che qualcuno possa non essere attratto da Mauro, a Pietro appare impossibile. Giudizio non obiettivo, ma è difficile guardare Mauro in faccia e pensare che a qualcuno non piaccia. Quanto al fatto che Mauro sia “grezzo”, che cazzo vuole dire? È la persona più sensibile che Pietro abbia mai incontrato.

Pietro si dice che lui e Mauro sono simili: anche lui ha sempre preteso troppo, lo sa benissimo. Vorrebbe chiedere, ma gli sembra di aver già provocato abbastanza dolore. C’è ancora altro? Certo che c’è: la ferita e tutto quello che comporta. No, sarebbe da sadici chiedere ancora. Ma è Mauro a chiedere:

- E tu, perché non ti sei ancora “sistemato”?

- Il tuo stesso problema, credo.

E mentre lo dice, Pietro si rende conto di aver usato una frase infelice. Lui si riferisce alle difficoltà nei rapporti, ma Mauro ha ben altro problema. Pietro aggiunge, in fretta:

- Anch’io pretendo troppo. Qualcuno con cui davvero condividere la vita, come dici tu. E poi ho una “deprecabile tendenza alla monogamia”, come mi disse uno dei miei ex, prima di diventare ex. E poi… mi conosci, Mauro, ormai mi conosci abbastanza, non sono molto attraente, ho parecchi difetti.

Mauro apre la bocca, poi annuisce. Sembra allontanarsi per un momento, come è successo più volte in questi giorni. Poi guarda Pietro e sorride. E Pietro si scioglie.

Mauro risponde:

- Devo ancora scoprirli, ma prima o poi ci riuscirò.

Pietro sorride, ma ha una grande confusione in testa.

 

Quando Mauro se ne va, Pietro rimane immobile sulla poltrona. Non riflette: insegue pensieri che vanno in mille direzioni diverse. La sofferenza di Mauro, che la vita sembra perseguitare: il padre, il ragazzo che amava, la ferita. Ciò che Mauro ha sempre cercato, che sembra corrispondere perfettamente a ciò che desidera Pietro. La fiducia che Mauro dimostra in lui, l’affetto, perché che Mauro gli voglia bene, Pietro non può dubitare. La possibilità di costruire una vita con Mauro, senza sesso. Pietro lo farebbe, ma Mauro? Se anche fosse interessato a lui - “Devo ancora scoprirli, ma prima o poi ci riuscirò” – sarebbe disponibile a costruire qualche cosa?

Del suo problema Mauro non parla, su quello non hanno detto una sola parola. Non deve essere facile.

 

- Mauro è davvero simpatico.

La frase di Enrico è un invito alla confidenza. A Enrico Pietro ha sempre raccontato tutto di sé.

Pietro sorride:

- Non sono un buon giudice, quando si tratta di Mauro.

- Sei innamorato, vero?

Pietro annuisce.

- Come forse non lo sono stato mai.

Senza “forse”, Pietro lo sa benissimo. Ma ha bisogno di attenuare un po’. L’intensità di quello che prova lo spaventa: ha quasi quarant’anni, non venti.

- Questo è bello. E, se posso dire, Mauro mi sembra l’uomo giusto per te.

Anche Pietro è convinto che Mauro sarebbe l’uomo giusto.

- Forse.

- Qual è il problema, Pietro? Se ti va di parlarne…

Pietro vorrebbe confidarsi, ne sente il bisogno, ma non può rivelare il segreto di Mauro, non ha il diritto di farlo: Enrico conosce Mauro, lo vede venire regolarmente in montagna, si sono visti in diverse altre occasioni. È una cosa troppo personale, anche se nel giro dei locali gay di Torino lo sanno tutti. Enrico però non frequenta quell’ambiente. Se Mauro vuole dirlo, è l’unico che ha diritto di farlo.

- Vorrei, ma non posso. È qualche cosa che riguarda Mauro e non ho il diritto di dirlo ad altri. Scusa, Enrico.

- Non hai da scusarti. Scusami tu, piuttosto, se sono stato indiscreto, ma… vorrei saperti felice.

È bello sentire l'affetto di Enrico.

- Anche Matteo vorrebbe vedermi sistemato. Anche Ferdinando. Non so perché, tutti mi vorrebbero sistemato.

Pietro ride, senza convinzione.

- Perché non sei il tipo che vuole essere libero da legami, in un rapporto di coppia saresti più felice.

- Io sarei felice di sistemarmi con Mauro. Ma bisogna volerlo in due.

- Mauro ti vuole molto bene, questo è sicuro. Altro non posso dire e non voglio forzarti a parlare. Cambio argomento. Ce la faremo a raggiungere il quorum?

- Io sono pessimista.

Passano a parlare di politica, ma il pensiero di Pietro ritorna in continuazione all’ultima frase. “Mauro ti vuole bene, di sicuro”. Sì, questo lo sa anche Pietro. Ma voler bene non è necessariamente un sinonimo di amare. E anche se lo fosse, c’è un altro problema da affrontare, quello di cui Pietro non ha parlato con nessuno dei suoi amici.

Solo a suo fratello Pietro ha raccontato tutto. Matteo è l’unico che sa la verità. Non gli ha detto di scappare via. L’ha solo abbracciato forte. Era commosso.

 

Oggi Mauro arriva un po’ prima del previsto, ma ormai esiste una tale confidenza tra loro, che anche arrivare in anticipo o del tutto inattesi è normale. Pietro sta ascoltando musica, mentre elabora le immagini. Mauro gli dice di continuare e Pietro lo fa: ci tiene a finire e sa che a Mauro va bene così. Gli piace lavorare mentre Mauro è accanto a lui: è una sensazione bellissima. Vorrebbe vivere con Mauro accanto.

Solo quando ha finito, Mauro gli chiede:

- Splendida questa musica. Che cos’è?

- Sarah was Ninety Years Old di Arvo Pärt.

Mentre gli risponde, Pietro gli dà la custodia del CD.

C’è un momento di silenzio, mentre Mauro guarda la copertina. Poi Pietro lo sente dire:

- Ecco perché sei inarrivabile, Pietro.

Pietro aggrotta la fronte.

- Che cosa intendi?

- Pietro, delle persone che conosciamo io e te, c’è qualcuno che sappia chi è Arvo Pärt? Non dico che abbia un CD. Ma che lo conosca, di nome almeno?

- E che ne so? Magari sì.

- Sai benissimo che non è così. Al massimo conoscono Mozart o Verdi, come il sottoscritto.

- Può darsi. E che significa?

Mauro guarda fuori dalla finestra. Fa sempre così quando è in difficoltà: volta la testa e poi torna a fissare negli occhi il suo interlocutore. È così anche questa volta.

- Significa che sei inarrivabile. Uno può leggere, informarsi, documentarsi e quando gli sembra di aver fatto un sacco di strada, scopre che la distanza è aumentata.

Pietro è a disagio. Quello che dice Mauro non ha senso. E poi avverte una nota un po’ inquietante nelle sue parole.

- È un problema?

- Forse sì.

- In che senso?

Mauro guarda di nuovo fuori, poi si rivolge a Pietro.

- Con te uno ha l’impressione di non essere all’altezza…

- Che stupidaggini. Non credo di far pesare…

- No, sarebbe meglio se lo facessi.

- In che senso, scusa?

- Che allora saresti uno stronzo e quindi uno potrebbe mandarti a cagare senza tanti problemi.

- Puoi farlo lo stesso, se ci tieni.

Pietro ora è irritato. Mauro lo guarda, poi scuote la testa.

Pietro ci rimugina. Non riesce a capire.

- Certo che… non essere all’altezza… detto da te… è proprio assurdo.

- Che intendi dire?

- Che cosa credi che uno pensi, quando ti vede? Credi che uno si senta alla tua altezza?

- Stai parlando di muscoli e altre cazzate del genere?

- Non sono cazzate.

- Lo sono. Un po’ di palestra ogni giorno e te li fai i muscoli, se vuoi. Ma se sei un coglione, rimani un coglione, anche con i muscoli. E ad Arvo Pärt non arrivi.

Pietro non sa bene come muoversi. Si è pentito di aver parlato. È a disagio. Questa conversazione gli sembra assurda. Ironizza:

- E per la faccia che cosa proponi? La chirurgia estetica?

- Non ti capisco, Pietro.

Pietro cerca di ironizzare:

- Bene, siamo fatti l’uno per l’altro. Io non capisco te e tu non capisci me.

Mauro lo guarda, perplesso.

- Insomma, vuoi dirmi che ti metto in soggezione perché sono robusto e qualcuno mi trova interessante?

- Mi metti in soggezione perché sei il più bell’esemplare di maschio che mi sia capitato di incontrare di persona.

Mauro annuisce.

- Ho capito. Grazie. Tu invece mi metti in soggezione perché hai una cultura mostruosa.

- Non è vero.

- Non è neanche vero che sono quel gran bell’esemplare di maschio.

- Sai una cosa, Mauro?

- Dimmi.

- Credo che se uno ci sentisse, si metterebbe a ridere. È un dialogo degno del teatro dell'assurdo.

Mauro sorride e Pietro si scioglie completamente, perché il sorriso di Mauro scioglierebbe anche la banchisa polare.

- Non so che cosa sia il teatro dell'assurdo, ma credo che tu abbia ragione.

Oggi però è giornata di dubbi e recriminazioni. Mauro riprende:

- È per questo che ti eri sempre tenuto a distanza?

Pietro scuote la testa.

- No, Mauro, quello non sarebbe bastato. È che…

Il terreno diventa scivoloso. Pietro ha paura di quello che dovrebbe dire, di quello che Mauro potrebbe capire. Perché da mezza parola, Mauro è in grado di capire l’intera frase, questo Pietro lo sospettava già prima e in questi mesi ne ha avuto piena conferma. Non è un caso che Mauro riesca a mettersi in sintonia così in fretta anche con persone nuove. Ha una sensibilità incredibile.

- Dimmi.

- Se tu fossi solo un gran bel maschio, beh, magari ci avrei provato o comunque non mi sarei preoccupato se tu ti fossi avvicinato. Ma in te c’è molto altro. Anche osservandoti a distanza, avevo capito alcune cose di te…

Sempre peggio. Pietro ha la certezza di aver imboccato la strada sbagliata.

- E cioè?

Ormai non può tornare indietro.

- Che sei sensibile, generoso, attento agli altri e altro che è meglio che non ti dica, perché potresti montarti la testa.

Pietro ha cercato di stemperare un po’. Non è sicuro di esserci riuscito.

- Grazie. Ma mi sembrerebbero tutti buoni motivi per cercare di conoscermi un po’ meglio, no?

- Sì, certo.

- E allora?

Bene, adesso ci siamo. Pietro sa che non ci sono vie d’uscita, ma nel vicolo cieco si è ficcato da solo.

- Avevo paura di innamorarmi, Mauro. Perché sei esattamente il tipo d’uomo di cui potrei innamorarmi alla follia.

“Alla follia” avrebbe fatto meglio a non dirlo.

Mauro lo guarda. Poi ha un ghigno amaro.

- Allora ti sei avvicinato perché adesso il pericolo di innamorarti non lo corri più? Visto che io…

Mauro non conclude la frase.

- No, il pericolo di innamorarmi non lo corro più…

Pietro respira a fondo e finisce quanto ha da dire:

- Ormai sono innamorato.

“Come mai in tutta la mia vita”, vorrebbe aggiungere. Ma non lo fa. Almeno questo è riuscito a non dirlo. E di colpo Pietro ha paura, paura che quanto hanno costruito insieme crolli. Perché di rinunciare a vedere Mauro quasi ogni giorno non se la sentirebbe. Non osa guardare Mauro. Fissa il mouse, sul tappetino che riproduce un’antica carta portolana.

Si rende conto che Mauro lo guarda e alza gli occhi.

- Anch’io mi sono innamorato di te, Pietro.

Ecco, questo, se le cose stessero in altro modo, sarebbe il momento più bello della vita di Pietro. Musica celestiale, nuvolette rosa, cuoricini, stelle luccicanti… Ma anche così, anche con la coscienza del problema, Pietro ha sentito un’ondata di felicità investirlo, prima che un mare di pena lo inghiottisse.

Mauro si alza e lo fissa. È teso, angosciato, ora sì.

- Promettimi una cosa, Pietro.

- Che cosa?

Nella voce di Mauro c’è una supplica.

- Prometti, per favore. Prometti. A scatola chiusa. Non è niente di tremendo. Puoi farlo, per me?

Pietro lo guarda. Mauro sembra ansimare. Pietro non è in grado di reggere la disperazione che vede.

- Prometto.

Mauro gli sorride, chiaramente sollevato.

- Grazie. Anche di questo, grazie.

Pietro chiede:

- Che cosa ho promesso?

- Che non mi chiederai una spiegazione fino a dopo.

- Dopo che cosa?

- Quello che incomincia così…

E Mauro si avvicina e lo bacia. Poi lo spinge contro il muro, il suo corpo aderisce a quello di Pietro.

Mauro lo bacia di nuovo ed incomincia a spogliarlo, lentamente. Le sue mani gli sfilano la camicia e poi percorrono il corpo di Pietro, che lo imita, più incerto. Ora sono tutti e due a torso nudo, appoggiati al muro. Si baciano e le mani di Mauro scivolano verso i pantaloni di Pietro, slacciano la cintura e sbottonano.

Pietro non osa fare altrettanto, ma il contatto di quelle mani accende un fuoco dentro di lui. Non sa come andranno avanti, ma per lui qualsiasi cosa va bene. Se è con Mauro, anche stare semplicemente abbracciati, è già il paradiso (con tutto il calore dell’inferno). Ma quando Mauro si stacca da lui, sorridendo, e Pietro abbassa gli occhi per guardare quel corpo che ha tanto spesso sognato, vede una sporgenza all’altezza del cavallo dei pantaloni, inequivocabile. Pietro alza lo sguardo su Mauro, ne avverte la tensione (di altro genere rispetto a quella visibile più in basso). Vorrebbe chiedere spiegazioni, ma mentre apre la bocca, ricorda la promessa, il cui senso ora è chiaro. Si dice che lo farà dopo, c’è tempo e poi, diciamocelo, dopo mesi di astinenza e di desiderio, chi se ne fotte delle spiegazioni, in questo momento? Bacia Mauro con impeto, mentre le sue mani armeggiano con i jeans di Mauro.

In breve si ritrovano seminudi, i pantaloni a mezza coscia. Si stringono, in un abbraccio che tradisce il desiderio dirompente (peraltro evidentissimo alla vista e al tatto). Le mani di Pietro hanno perso ogni remora e ora stringono la preda (il tatto conferma ciò che la vista aveva detto: la leggenda metropolitana sulla disfunzione sessuale di Mauro è chiaramente una bufala, non ci possono essere dubbi).

Baci, abbracci, morsi, carezze stuzzicano l’appetito (ormai definibile una fame da lupi). I due decidono di liberarsi di quanto rimane dei vestiti e raggiungono la camera da letto. Se avesse saputo, Pietro avrebbe cambiato le lenzuola. Se avesse saputo, si sarebbe fatto la doccia. Se avesse saputo, avrebbe messo ordine in camera. Se avesse saputo… ma chi se ne fotte?

Mauro lo spinge sul letto e si stende su di lui. Si baciano, mentre le loro mani esplorano i loro corpi.

 

E infine, dopo che il desiderio è stato saziato, rimangono stesi sul letto, abbracciati.

- È finito? Quello che è incominciato con il bacio, intendo?

- No, spero di no. Spero che continui per tutta la mia vita.

Pietro chiude gli occhi. Gli pare di non riuscire a reggere la felicità che le parole di Mauro fanno dilagare in lui.

Poi li riapre e risponde:

- Quello lo spero anch’io, ma significa che non posso chiedere una spiegazione fino a quando uno di noi due non sarà moribondo?

Mauro ride.

- La spiegazione te la devo.

- Credo di sì. Mi hai illuso che non correvo rischi e adesso sono qui, con il culo dolente…

Mauro ride e lo bacia, poi incomincia a raccontare.

- Quando ho ripreso a frequentare l’ambiente, dopo la fine della storia con Andrea, mi sono sentito assediato: Mauro è libero, proviamo com’è... Può essere piacevole, ma io ho sempre cercato altro, non il solito mordi e fuggi. L’unico uomo che davvero mi piaceva, quel Pietro, si teneva alla larga, quando mi avvicinavo sembrava voler scappare a cento miglia.

- Uno stronzo, quello, lo conosco bene, io.

- Non ti permettere di parlare male di Pietro! Te le suono.

Mauro lo bacia, poi riprende.

- Una volta, non ne potevo più, mi scappò detto che non mi tirava proprio. Andava sempre peggio: invece di piacermi, l’idea di essere al centro dell’interesse di tanti mi dava fastidio. Così, dopo la ferita, mi inventai quella storia assurda,

- Quella sera all’Angolo del cerchio, eri davvero angosciato.

- Sì, mi rendevo conto di aver fatto una cazzata immane, che mi tagliava fuori da ogni rapporto in quell’ambiente. Potevo tornare indietro, naturalmente, dire che c’erano possibilità di guarigione e che la diagnosi iniziale non era esatta, oppure inventarmi che mi ero divertito a prendere tutti per il culo, ma in realtà mi sembrava che non ne valesse la pena. Ero in uno di quei momenti no. E tu ti sei avvicinato. Ti avrei spaccato la faccia, Pietro. Non mi avevi cagato per mesi e poi, proprio in quel momento, ti avvicinavi.

- Per un attimo ho pensato che mi avresti davvero dato un pugno.

- La voglia l’avevo. Ma tu mi volevi tirar fuori di lì e io ho accettato. Pensavo che magari avremmo parlato, ma quando siamo usciti, mi è passata la voglia… Meno male che tu avevi le tue buone azioni da fare… All’inizio l’idea che tu volessi consolarmi mi divertiva e intanto tu mi aprivi nuovi mondi, quello che avevo sempre desiderato. Te l’ho detto: mi sarebbe piaciuto che fossimo amici. Poi però le cose hanno preso un’altra piega e quando ho capito di essere innamorato… Cazzo! Mi sono detto che mi ero cacciato in un bel guaio, tanto per cambiare. Non sapevo che cosa fare. E non sapevo che cosa provavi tu. Avevo paura di rovinare tutto.

- Meno male che ti sei deciso a… parlarne.

In realtà, più che parlare, Mauro è passato all’azione, scelta che Pietro condivide in pieno.

- L’avevo in mente da tempo, ma… te l’ho detto, mi sembravi inarrivabile. A tratti ero convinto che tu mi amassi, come io ti amavo. Ma altre volte mi dicevo che in me non potevi trovare niente, che per te ero solo un amico.

- Sai che cosa ti dico, Mauro?

- Sì?

- Sul tuo intuito, devo proprio ricredermi, Mauro.

 

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