|
2 I prescelti
Ora
la stazione sembrava deserta. Nel vagone c’erano stati commenti ed
imprecazioni, ma poi era di nuovo sceso il silenzio, a parte i gemiti
dell’uomo che Ramón aveva colpito nella notte e che si era risvegliato, ma
non riusciva ad alzarsi. Faceva abbastanza caldo,
perché il sole era alto in cielo, ma ormai erano sulle montagne ed il calore
non era soffocante. La notte avrebbero sofferto il freddo, a meno che non li
mettessero nelle celle di punizione. Ramón sapeva che in alcune celle
sotterranee le temperature erano altissime, per la presenza di rocce calde:
il Cerro del Diablo era stato costruito su un vulcano, non più attivo. Un
inferno di freddo e caldo intollerabili. Toccava l’uno o l’altro. Bella
scelta! Ma non sarebbe stata una scelta sua. Lui aveva finito di scegliere. Li
vide arrivare. Due capitani ed una ventina di soldati. Si allontanò dalla
fessura. Aprirono
la porta e li fecero scendere, uno ad uno. Man mano che uno di loro metteva
piede a terra, gli bloccavano i polsi con le manette. Ramón
osservò i capitani. Uno dei due, più piccolo e magro, dirigeva tutta
l’operazione, continuando a vociferare: insultava i prigionieri che non si
muovevano abbastanza in fretta, imprecava contro i soldati, che secondo lui
erano lenti nel mettere le manette, due volte bestemmiò quando un
prigioniero, ostacolato dalla catena ai piedi, inciampò nello scendere e
cadde a terra, senza riuscire a rialzarsi subito. L’altro
capitano non diceva una parola e rimaneva defilato, ma l’attenzione di Ramón
si fissò su di lui. Era alto, più di lui (e Ramón non era certo basso) e
massiccio, un vero toro, con un grosso collo largo quasi come la testa. Aveva
capelli e baffi grigi ed uno sguardo acuto, che metteva a disagio. Guardava i
prigionieri man mano che scendevano e sembrava soppesarli.
Nel vagone era rimasto solo l’uomo che Ramón aveva colpito. -
E questo che cazzo ci fa? Il
capitano salì e guardò l’uomo. -
Cazzo, chi è stato a conciarlo così? Vi metto tutti in punizione. Ramón
fece un passo avanti. -
Sono stato io. -
Sei uno stronzo! Che cazzo pensavi di fare, pezzo di merda? Questa te la
faccio pagare. Sangue, ti faccio cagare, sangue! Il
capitano continuava a strillare, ma Ramón non ci badava. Sentiva su di sé lo
sguardo dell’altro capitano, che lo metteva a disagio. Non era tipo da
sentirsi facilmente in soggezione, ma quello sguardo sembrava entrargli
dentro, come se quell’uomo fosse in grado di leggere nella sua testa.
Il
soldato a cui il capitano si era rivolto aveva appena fatto un passo, quando
l’altro capitano parlò. Aveva una voce profonda, ma parlò piano. Disse solo:
- Quello lo prendo io, Gomez. Il
capitano Gomez rimase un attimo interdetto, poi annuì. Era evidente che non
gli era nemmeno passato per la testa di discutere la decisione dell’altro.
Anche se avevano lo stesso grado, quella non era stata una richiesta, era una
decisione, che non si discuteva. Gomez
si limitò a chiedere: -
Quali altri vuoi? Il
capitano si limitò a fare un cenno con la testa, Gomez
fece togliere le manette a due uomini, che si caricarono il prigioniero
malconcio ed il gruppo si avviò, con le catene ai piedi, scortato dai
soldati. Per un buon momento Ramón sentì Gomez che continuava ad imprecare e
bestemmiare, poi il gruppo scomparve ad una curva della strada. Alla
stazione erano rimasti sei soldati ed il capitano. Questi fece cenno ad uno
dei soldati, che estrasse da una sacca Perché
gli altri non li vedessero, una volta arrivati al forte? Sì, doveva essere
così, non c’era altra spiegazione. Ma perché gli altri non dovevano vederli?
E perché gli avevano messo subito il cappuccio, senza aspettare di essere al
forte? Ramón
non aveva una risposta da dare. Forse una risposta non c’era neppure. E se
c’era, -
In marcia, dobbiamo arrivare in un quarto d’ora. Ramón non sapeva quanto fosse distante il
Cerro del Diablo. Un quarto d’ora poteva essere un tempo ragionevole o una
pura follia, un pretesto per metterli in punizione appena arrivavano. Lo
avrebbe scoperto quanto prima. Entro un quarto d’ora. Uscirono
dalla stazione, ma non presero la strada che avevano seguito gli altri. Si
inerpicarono lungo un sentiero che saliva ripido. Il terreno era fangoso,
perché doveva essere piovuto nella notte, ed a tratti i piedi affondavano
nella melma. Il fango rimaneva attaccato ai piedi, rallentando la marcia.
Inoltre in parecchi tratti il sentiero era molto sdruccioloso ed era
difficile rimanere in piedi.
Il
capitano sembrava procedere come se fosse su una scala di cemento, senza
nessuno sforzo. Ramón gli tenne dietro, senza lasciare che lo distanziasse,
ma quando arrivò alla fine del sentiero era in un lago di sudore, anche se
non faceva molto caldo. Quando
furono giunti alla porta del forte, il capitano si voltò e lo guardò. A Ramón
parve che annuisse, appena
un cenno, come avesse avuto una conferma di quanto si aspettava. Poi il
capitano guardò indietro, ma non c’era nessuno dietro di loro. Ci vollero
diversi minuti perché arrivassero i soldati e gli altri prigionieri. Uno
doveva essere caduto, perché anche attraverso il cappuccio Ramón vide che era
tutto inzaccherato. Superate
le imponenti fortificazioni esterne, entrarono nella caserma e continuarono a
salire: il forte era costruito lungo il pendio ed il posto dove erano diretti
si trovava evidentemente nella parte alta. Attraversarono un primo cortile,
molto ampio, in cui c’era un grande andirivieni di soldati. Sembrava una
caserma normale, in cui fervevano le attività del mattino, ed i soldati li
guardavano passare, ridacchiando. Una
porta sbarrata nella parte alta del cortile si aprì per farli accedere ad un
secondo cortile, meno vasto del primo e nettamente più inclinato. Anche qui
c’erano parecchi soldati, ma la situazione appariva diversa. Gli uomini, che
indossavano solo un paio di calzoni corti, spesso strappati, avevano le
catene ai piedi e formavano una lunga fila che si muoveva lentamente lungo la
salita. La lentezza non dipendeva dalla cattiva volontà degli uomini, né
dalla mancanza di stimoli esterni, perché era evidente che i prigionieri
facevano il massimo sforzo per procedere il più rapidamente possibile e tre
caporali, in posizioni diverse, non risparmiavano i colpi di frusta per
costringerli a mantenere il ritmo di marcia. Ma ogni uomo era gravato da un
blocco di pietra squadrato, che reggeva a fatica. Ramón si disse che
probabilmente servivano per qualche nuova costruzione: con l’avvicinarsi
della guerra, la posizione strategica di Cerro del Diablo diventava sempre
più importante e di certo la fortezza veniva ampliata e rinforzata,
utilizzando come manodopera i soldati inviati in punizione. Il
capitano ed il suo gruppo proseguirono parallelamente alla fila, diretti
anch’essi verso l’alto. A metà strada, Ramón capì che in realtà gli uomini
non stavano portando i blocchi da nessuna parte, perché arrivati in cima al
cortile semplicemente si voltavano indietro ed incominciavano a scendere. Uno
degli uomini che avevano iniziato a scendere, squilibrato dal peso, inciampò
nella propria catena e cadde rovinosamente. Per sua fortuna, il blocco che
trasportava finì a terra sul lato esterno della fila, e si fermò, senza
travolgere nessuno. Immediatamente
uno dei caporali fu su di lui ed incominciò a frustarlo con tutte le sue
forze. Il primo colpo prese il disgraziato in piena faccia e l’uomo subito
chinò il capo, per non offrire il viso ai nuovi colpi. Ramón
non poté vedere altro, perché il suo gruppo proseguì nella salita e giunse
all’estremità superiore del cortile. Qui trovarono un’altra porta chiusa, che
si aprì per lasciarli entrare in un terzo cortile, più piccolo ed anch’esso
disposto in salita, ma con una minore inclinazione. C’era una serie di pali
sul lato destro del cortile ed ogni palo era collegato al successivo da una
trave posta in alto. Da una dozzina di queste travi pendevano altrettanti
corpi, tutti nudi, tutti con i segni delle frustate sul corpo. Avanzarono
lentamente lungo la fila dei pali: il capitano voleva che avessero modo di
osservare con attenzione gli uomini appesi. Alcuni toccavano il suolo con i
piedi, ma molti altri erano sospesi ad una spanna da terra. Due avevano le
braccia legate dietro la schiena e la fune che li reggeva era attaccata ai
loro polsi: in quella posizione, con le spalle slogate, sembravano marionette
appese da un burattinaio inesperto. Sembravano entrambi incoscienti, come
pure diversi degli altri. Solo tre o quattro non erano svenuti e Ramón si
disse che la loro sorte era la peggiore: guardò le loro labbra screpolate
dalla sete, i visi stravolti dal dolore e dalla stanchezza, il sangue
raggrumato sulle ferite, le mosche che si posavano sulle lacerazioni della
pelle, sul viso, sui genitali. Due di loro tremavano in continuazione ed uno
emetteva suoni indistinti, che erano forse un’inutile richiesta di pietà.
Ramón avvertì l’acre odore di piscio e di merda e provò pena per
l’umiliazione subita da quei poveretti. L’ultimo
uomo appeso non dava segni di vita e guardandone il viso rovesciato, con gli
occhi aperti, Ramón pensò che fosse morto. Se era così, era senz’altro il più
fortunato. Al
termine del cortile passarono attraverso altre tre porte sbarrate che
conducevano a passaggi coperti. Ad ogni porta un soldato bussava, un altro
soldato dall’interno guardava da uno spioncino e solo allora apriva. Alla
fine, dopo aver superato le diverse porte, arrivarono in un cortile più
piccolo dei precedenti e non inclinato. Lì si fermarono. Il
soldato che aveva messo loro i cappucci, li tolse. Ramón diede una rapida
occhiata intorno. Il cortile era stretto tra edifici piuttosto alti, quasi
tutti con sbarre alle poche finestre.
Su un lato c’erano quattro pali, a breve distanza l’uno dall’altro, sul lato
opposto un palo posto su una piattaforma. Lungo il muro di fondo, i segni di
molti proiettili. Quel muro doveva essere usato per le fucilazioni e Ramón si
chiese se era lì che avevano fucilato il generale González ed i suoi
ministri, dopo l’ultimo colpo di stato. Tutti sapevano che li avevano spediti
al Cerro del Diablo e che di lì nessuno era tornato. Mentre
si poneva la domanda, il capitano parlò ad uno dei soldati: -
Provvedete a pulirli. Li
introdussero in uno stanzino, tolsero i cappucci, ma non le catene, e li
fecero passare in un angusto locale per le docce. Aprirono al massimo i getti
di acqua gelata. Ramón inclinò un po’ la testa, in modo da riuscire a bere
l’acqua. Ebbe tempo di bere a sazietà, perché li lasciarono a lungo, tanto
che Ramón, benché fosse abituato all’acqua fredda, incominciò a rabbrividire.
Uno degli uomini, non reggendo più, cercò di scostarsi un po’ dal getto
gelido, ma ricevette una manganellata sulle costole. Ramón si sforzò di
rimanere fermo. Infine li fecero uscire. L’aria era
fresca, ma il sole li riscaldava. -
In ginocchio.
L’urlo del sergente li prese di sorpresa. Uno dei prigionieri fu più
lento ad ubbidire e subito su di lui si abbatté la frusta.
Il capitano uscì da uno degli edifici e li squadrò. -
Voi siete stati assegnati a quest’area. Da domani incominceremo una serie di
esercitazioni. Adesso vi sarà dato da mangiare e da bere, poi sarete condotti
nelle vostre stanze, da cui non potrete uscire fino a domani mattina, quando
partiremo per la prima esercitazione. Il
capitano li guardò ancora un momento, poi aggiunse:
C’era un senso in alcuni di quei soprannomi: l’espressione
feroce e subdola di Alligatore davvero faceva pensare ai grandi rettili che
costituivano un pericolo mortale lungo i fiumi; Scimmia aveva braccia
sproporzionatamente lunghe e Mulo era più grasso degli altri ed
apparentemente goffo, anche se certamente era un individuo pericoloso. Ramón
non avrebbe saputo spiegare il proprio soprannome, forse era solo un modo per
umiliarlo.
Dopo queste parole, il capitano entrò in uno degli edifici del
cortile. I soldati li accompagnarono in un locale e li fecero sedere intorno
ad un tavolo. Tolsero loro le manette ed i Poi li condussero nelle stanze. Incominciarono a farli
entrare uno per volta, chiudendo poi la porta alle loro spalle con un unico
giro di chiave: anche se fossero usciti, non sarebbero di certo andati molto
lontano. Avevano appena fatto entrare il secondo, Mulo, quando arrivò
un soldato:
Ramón
notò che il sergente non appariva contento della chiamata, ma quello che lo
colpì, fu vederlo lanciare un’occhiata ad Alligatore. Poi il sergente Baroja
uscì e i soldati fecero entrare Coyote nella terza cella e Ramón nella
quarta. Ramón sentì lo scatto della chiave nella serratura, ma avvertì
qualche cosa che non lo convinceva. Era come se il movimento fosse stato
bloccato. Rimase
in ascolto e presto sentì chiudere la porta dell’ultima cella, quella in cui
era rinchiuso Alligatore. Lo scatto della serratura fu completo. Bah,
poteva darsi che la serratura della sua cella fosse difettosa, ma questo non
gli avrebbe davvero portato nessun vantaggio. Anche se fosse riuscito a
forzarla, una volta fuori, che avrebbe potuto fare?
Ramón esaminò la sua “stanza”. Per definire quei buchi stanze
bisognava avere la faccia come il culo. Il locale in cui lo avevano messo era
lungo due metri, alto altrettanto e largo poco più di un metro: ci stava
giusto un tavolaccio di legno per dormire ed il bugliolo. In alto c’era una
finestrella che dava su un muro: benché fosse ancora giorno, la “stanza” era
immersa nella penombra. A Fuenteroja locali di quel tipo erano celle di
punizione, non stanze. Ramón si disse che quella stanza non era così brutta,
per il Cerro del Diablo: probabilmente avrebbe conosciuto di peggio.
In questo non si sbagliava.
Comunque, almeno era da solo: evidentemente non volevano che loro
cinque comunicassero gli uni con gli altri. Non avrebbe dovuto passare la
notte a guardarsi dagli altri. Ed avrebbe potuto riposare tranquillo. In
questo, invece, si sbagliava. Scambio
di cella
Ramón
si stese sul tavolaccio. Faceva abbastanza freddo, non c’era nessuna coperta
e lui era ancora nudo, ma la temperatura non sarebbe scesa troppo, perché
dalla finestrella entrava ben poca aria. Sarebbe riuscito a dormire. Ne aveva
bisogno.
Pensò un momento alla strana accoglienza, al capitano, ai cappucci, a
quella stanza. Non riusciva a capire che significato avesse tutto ciò. Si
trovavano nell’area più interna del forte, che forse era riservata ai
condannati a morte. Lo erano anche loro? Forse.
Cercò di impedirsi di pensare al passato, ma il ricordo di Diego
ritornò con forza: lo rivide al campo di tiro, dove la sua mira incredibile
sbalordiva tutti; durante l’addestramento, deciso a non cedere mai, a non
mostrarsi debole davanti al suo sergente; nella scuderia, mentre si
spogliava. Ed il corpo gli si incendiò.
Cercò di scacciare il pensiero di Diego. Si alzò e decise di fare un
po’ di esercizio prima di mettersi a dormire: in quell’inferno mantenersi in
forma era una questione di vita o di morte. Lo spazio non era davvero molto
ma Ramón si distese sul pavimento ed incominciò a fare flessioni sulle
braccia. Erano tre giorni che di fatto non era più riuscito a fare esercizi
ed il movimento gli diede un senso di benessere. Lentamente, molto
lentamente, anche l’erezione perse forza. Dopo le flessioni a due braccia, passò a quelle con un braccio solo. A quel punto però, mentre si sollevava sul destro, il suo sguardo fu attirato da una massa scura che sporgeva sul lato inferiore della cuccetta, nell’angolo più lontano e più buio. Strisciò sotto la cuccetta e toccò con le dita l’oggetto. Era una busta scura, dello stesso colore del legno, fissata con alcuni chiodi.
Facendo molta attenzione a non lacerarla, Ramón la staccò e poi
l’aprì. Dentro c’era un pugnale, una lunga lama acuminata, in grado di
spaccare il cuore ad un uomo. Ramón fissò il pugnale esterrefatto: era stato
messo lì deliberatamente, ma da chi, perché?
Pensò allo sguardo tra Alligatore ed il sergente Baroja. Che quella
cella fosse destinata ad Alligatore? Il pugnale era per lui? Che uso avrebbe
dovuto farne?
Rimise il pugnale al suo posto, badando di non lasciare nessuna
traccia: il destinatario doveva pensare che nessuno lo aveva toccato.
Si avvicinò alla porta e si mise in ascolto. Non si sentiva nessun
rumore. Provò a bussare, ma non rispose nessuno. Allora fece pressione sulla
porta. Non successe nulla.
Esitò un attimo. Se avesse dato un colpo più deciso, aprendo la porta,
e nel corridoio ci fosse stata una sentinella, lui era fottuto, semplicemente
fottuto: un tentativo di fuga a Cerro del Diablo si pagava con la vita. Ma
Ramón voleva verificare.
Diede una spallata alla porta, decisa. La porta cedette. Ramón
controllò che nel corridoio non ci fosse nessuno. Per fortuna, alla debole
luce delle lampade che pendevano dal soffitto, non si vedeva anima viva.
Nessuno sembrava aver sentito nulla. Ramón controllò la serratura: il
catenaccio non era avanzato completamente e controllando la cavità in cui
avrebbe dovuto scorrere, Ramón ne comprese il motivo. La cavità era stata
bloccata da un pezzo di metallo.
Tutto era stato preparato perché un prigioniero avesse un’arma mortale
e potesse uscire: per uccidere, su questo non aveva dubbi. Il prigioniero
doveva essere Alligatore e chi aveva predisposto tutto era il sergente
Baroja. Ma perché? Qual era la vittima designata? E perché far ricorso a un
meccanismo così tortuoso? Chi aveva organizzato tutto questo, doveva
prevedere che il capitano avrebbe scelto Alligatore. Alligatore era un tipo
deciso, come gli altri che il capitano aveva scelto, ma… E se fosse stato il
capitano a far mettere quel pugnale? Un omicidio compiuto nella parte più
interna del forte, un prigioniero appena arrivato che in qualche modo si
procura un pugnale ed uccide chi incontra. Nessuno avrebbe sospettato che non
c’era nulla di casuale in quell’incontro… Ramón non era in grado di darsi risposte più precise.
Ed ora? La cosa più saggia sarebbe stata far finta di niente, ma Ramón
non era abituato a far finta di niente.
Cercò di estrarre dalla cavità il pezzo di metallo che impediva al
catenaccio di scorrere fino in fondo, ma non
ci riuscì. Allora scivolò nuovamente sotto il tavolaccio, riprese il
pugnale e con la punta estrasse facilmente il blocco. Chiuse la porta e,
facendo passare la lama del pugnale tra il battente della porta ed il muro,
spinse in avanti il catenaccio, bloccando parzialmente la porta: più o meno
era chiusa come prima del suo intervento, quindi nessuno avrebbe dovuto
accorgersi che lui aveva aperto e poi richiuso la porta. Poi rimise per la
seconda volta il pugnale al suo posto, con un’attenzione maniacale ad ogni
dettaglio, benché ormai fosse quasi completamente buio.
Aveva un’idea. Non sapeva se sarebbe stato in grado di realizzarla, ma
ci avrebbe provato.
Si distese sul tavolaccio, il blocco di metallo in mano, e chiuse gli
occhi. Poteva dormire. Tanto, se volevano che quel pugnale arrivasse in mano
a chi di dovere, dovevano venire in quella cella. I passi nel corridoio risuonarono dopo circa un’ora.
La porta dell’ultima cella venne aperta: - Tu, fuori, muoviti!
Ramón sapeva che avrebbero fatto uscire anche lui, per effettuare lo
scambio. Ed infatti, pochi secondi dopo, la porta si aprì e nella stanza ormai
buia entrò la fioca luce proveniente dal corridoio. - Anche tu, fuori, muoviti!
Come aveva previsto, era il
sergente Baroja. Aveva in mano una frusta. - Voi due, stronzi, che
cazzo avete combinato? Entrambi risposero: - Nulla signor sergente! - Avete cercato di
comunicare battendo contro il muro, stronzi, si sono sentiti i colpi. Ramón sapeva che era tutta
una scena, ma sapeva anche che doveva rispondere, perché i due non capissero
che aveva mangiato la foglia. - Signor sergente, non ho
battuto… La frustata sul torace lo
fece tacere. Se l’aspettava e non era neppure stata molto forte. Faceva parte
della scena, di cui lui era solo una comparsa. Gli attori principali erano
gli altri due. O almeno lo credevano, perché lui contava di fare il terzo
incomodo. - Non mi
dire che sono un bugiardo, stronzo! - No, signor sergente! Ramón tacque e Baroja,
avendo concluso che ormai la piccola recita era più che sufficiente per quel coglione
di Maiale, proseguì: - Avanti, Maiale, torna in
cella. Nel dirlo Baroja si piazzò
nel corridoio, in modo che Ramón potesse dirigersi solo nella cella dove
prima stava Alligatore. Sì, aveva calcolato giusto. Aveva bisogno di un attimo
per realizzare l’ultima parte del piano. Quando fu esattamente sulla
soglia, mentre la destra scivolava verso il muro, all’altezza della
serratura, si volse al sergente e gli disse: - In questa, signor
sergente? Baroja lo guardò
sprezzante: - Perché, fa qualche
differenza? Hai lasciato i tuoi effetti personali nell’altra o ti eri già
preparato il letto? - Come vuole, signor
sergente. Ramón aveva ormai inserito
il blocco di metallo nella cavità della serratura ed entrò. La porta venne chiusa alle
sue spalle e la serratura scattò, ma non completamente. Baroja se ne sarebbe
accorto? Era probabile che non ci badasse, per lui il prigioniero Maiale
contava meno del due di picche. Ramón rimase in attesa.
Sentì che anche l’altra porta veniva chiusa, ma la serratura scattava liberamente.
Sentì una bestemmia soffocata di Baroja, poi più nulla. Baroja si era accorto che il catenaccio non era rimasto bloccato, ma non poteva sospettarne il motivo. Aveva certamente rimediato, facendolo scorrere all’indietro. Bene, ora non rimaneva che aspettare,
senza cedere al sonno. Un
assassino a Cerro del Diablo
Dovevano essere passate due
ore o poco più, quando Ramón sentì che la porta della cella vicina veniva
aperta. Aspettò un momento, poi spinse con forza il pesante battente di legno
e passò nel corridoio. In un attimo lo percorse fino all’uscio. Era un gioco molto
pericoloso: non doveva farsi vedere da Alligatore, ma non doveva perderlo di
vista; era nudo e disarmato ed il suo avversario era un assassino con un
pugnale, per cui uccidere una o due volte non faceva nessuna differenza. Nel cortile vide un’ombra
dirigersi verso una porta sul fondo. Corse, tenendosi lungo il muro, dove il
buio era più fitto, fino a quella porta. Alligatore non la chiuse – ma era
davvero Alligatore? Magari stava seguendo l’ombra sbagliata! Ramón si infilò
oltre la porta rapidamente: era completamente buio, ma poco più in là l’ombra
divenne di colpo meno fitta. Alligatore doveva aver aperto un’altra porta ed
infatti Ramón lo vide sgusciare oltre la striscia meno scura. Ramón fu subito
alla porta. Stare così vicino era una
follia, ma Alligatore andava ad uccidere e se voleva impedirglielo, Ramón non
poteva arrivare un minuto dopo. La porta dava in un altro
cortile e, neppure due metri davanti a lui, Ramón poté vedere la sagoma di
Alligatore ferma in una rientranza del muro, in ombra. Poco più in là, davanti ad
una porta, un soldato di guardia stava appoggiato al muro. Rimasero un buon momento
così, tutti e tre ai propri posti: la sentinella, convinta di essere sola,
Alligatore, sicuro che nessuno lo vedesse, e Ramón, che vedeva tutti e due.
Faceva un freddo cane, ma in quel momento c’era altro a cui badare. Poi la sentinella
incominciò a muoversi e si spostò, prima nella direzione opposta alla loro,
poi verso il punto in cui si trovava Alligatore. Alligatore avrebbe colpito
non appena la sentinella gli avesse voltato le spalle, per tornare verso la
porta che sorvegliava. Quando vide che la sentinella
girava su di sé, Ramón scattò in avanti. Alligatore si slanciò un attimo
dopo, il - Fermo! Con la destra Ramón bloccò
la mano che stringeva il pugnale e con la sinistra avvolse Alligatore in una
stretta vigorosa, mentre il suo slancio trascinava entrambi al suolo.
Alligatore era robusto, ma Ramón era più forte e lo aveva preso del tutto di
sorpresa. Alligatore cercò disperatamente di liberarsi dalla stretta di
Ramón, ma la partita era persa. - È inutile che ti agiti! In quel momento una luce
molto vivida li illuminò: una torcia elettrica era puntata su di loro. Non
solo una torcia elettrica: nel cerchio di luce si vedeva anche la canna di un
fucile. - Va a chiamare gli altri,
Mendez. La voce era quella del
capitano e Ramón non si stupì: era lui la vittima designata. Il capitano afferrò il
polso di Alligatore, che ancora stringeva il pugnale, poi la luce si spense. - Molla il pugnale o ti
spezzo il polso. Alligatore non ubbidì, ma
subito Ramón lo sentì emettere un gemito ed avvertì lo scricchiolio delle
ossa che cedevano. Il pugnale venne preso senza fatica dal capitano. - Tienilo ancora fermo,
Maiale. Tre uomini stavano già
arrivando. Su ordine del capitano, afferrarono Alligatore, lo portarono dentro
l’edificio da cui era uscito il capitano e gli misero le manette ai polsi,
dietro la schiena: non doveva più essere in grado di usare il polso destro,
comunque, anche se l’avesse avuto libero. Nel corridoio illuminato Ramón vide
che il capitano era in pigiama, ma aveva una pistola e la torcia. - Bene, Alligatore, credo
che tu abbia molte cose da spiegare. Alligatore teneva la bocca
serrata. Il capitano proseguì: - E ti assicuro che me le
spiegherai, tutte. Poi il capitano si rivolse
a due uomini: - Portatelo nella stanza
tre. E che non vi scappi: non deve riuscire ad ammazzarsi. Ramón pensò che
effettivamente a quel punto per Alligatore la cosa migliore sarebbe stato
riuscire ad ammazzarsi, ma i due soldati che lo trascinavano via erano
massicci e forti e certamente non gli avrebbero permesso di tentare nulla. Il capitano poi si rivolse
al terzo soldato: - Va’ a chiamare il
sergente Baroja. Ramón guardò il capitano e
scosse la testa. Non voleva parlare di fronte al soldato ed alla sentinella,
ma si rendeva conto che Baroja era un traditore ed era l’ultima persona che
doveva essere avvisata. Il capitano vide il
movimento e nei suoi occhi passò un lampo. Fingendo di ripensarci, rettificò
l’ordine: - No, chiama il sergente
Texido. Poi mandò fuori la sentinella,
chiuse la porta e fece entrare Ramón in una stanzetta con una branda, una
scrivania, due sedie ed un lavandino in un angolo. - Raccontami tutto,
dall’inizio e senza fretta, senza tralasciare nessun dettaglio. Ramón ubbidì e raccontò,
senza nascondere nulla di ciò che aveva visto, sentito o intuito. Alla fine
il capitano gli pose ancora alcune domande, per verificare la coerenza delle
sue affermazioni. Quando Ramón ebbe finito,
il capitano disse: - So che non hai mentito.
Lasciare la propria cella la notte costa la vita, ma in questo caso non sarai
punito. “Troppo buono” – pensò
Ramón – “in fondo ti ho solo salvato la vita! O almeno ho salvato quella
della sentinella, perché sorprendere nel sonno uno come te dev’essere
impossibile.” - Non ti aspettare nemmeno
un premio, perché non l’avrai. Ramón l’aveva sospettato: a
Cerro del Diablo la distribuzione dei premi doveva avvenire sempre il 29 di
febbraio (30 negli anni bisestili). - Questa notte dormirai qui. Non uscire dalla stanza per nessun motivo. Se hai bisogno di qualche cosa, chiama la sentinella. Ramón si disse che se non
altro aveva guadagnato una sistemazione decisamente migliore. Valeva per
poche ore, ma almeno poteva dormire tranquillo. Non avrebbe dormito molto. Ringraziamenti
Il capitano era appena
uscito, quando entrò la sentinella. Era piuttosto giovane, ben piantato, con
una faccia larga ed un bel sorriso cordiale. - Volevo ringraziarti. Mi
hai salvato la vita. - Devi stare più attento.
Se sei di guardia non puoi distrarti. - Lo so, hai ragione, ma
siamo nel cuore del forte, non pensavo… Non ero abbastanza attento, lo so… Ci fu un momento di
silenzio. Ramón non sapeva che cosa dire, per quel che lo riguardava la
conversazione era finita, ma il soldato non sembrava molto intenzionato ad
andarsene. - Non ti chiedo come hai
fatto ad essere lì al momento giusto, perché se il capitano scopre che ho
fatto domande, mi manda in cella di punizione per un mese! Ramón annuì. Era meglio,
per tutti e due, che lui non raccontasse nulla dell’accaduto, di questo era
assolutamente sicuro. La sentinella avrebbe dovuto tenersi la sua curiosità e
lo stesso valeva per Ramón, che di cose da chiedere ne avrebbe avute davvero
tante. Gli sarebbe piaciuto sapere quello che stava avvenendo e poi avere informazioni
sul capitano, sul forte, ma questo sarebbe stato pericoloso per entrambi. A
Cerro del Diablo c’era poco da scherzare. Il soldato parlò ancora: - Hai bisogno di qualche
cosa? Il soldato continuava a
fissarlo e Ramón incominciò a pensare che forse l’uomo intendeva ringraziarlo
non solo a parole. - No, grazie. Non ho
bisogno che tu mi aiuti a spogliarmi… Il soldato rise alla
battuta, ma non si mosse. Ramón aveva bisogno di
dormire: nelle due notti precedenti aveva dormito troppo poco ed ormai aveva
chiaro in testa che le giornate a Cerro del Diablo non dovevano essere di
tutto riposo (e le notti neanche, se il buon giorno si vede dal mattino…).
Stava per dire che si sarebbe steso, quando il soldato parlò: - Qui le notti sono fredde.
E tu sei andato in giro nudo. Stenditi che ti porto qualche cosa di caldo. - Grazie Ramón annuì e si stese sul
letto. Guardò il soldato che incominciò rapidamente a spogliarsi. Che cos’era
“qualche cosa di caldo”? I suoi abiti? Non ci sarebbe entrato. Il soldato era di fianco al
letto. - Una bella coperta calda è
quello che ci vuole. Si sedette sul suo ventre
ed incominciò ad accarezzargli energicamente il torace. La sensazione di
calore era piacevole e quel peso sul ventre lo era ancora di più, tanto che
l’uccello incominciò ad alzare il capo. Il soldato si chinò su di
lui ed incominciò a passargli la lingua intorno ai capezzoli. Ramón lo guardò
sbalordito, ma a stupirlo ancora di più fu l’immediato ergersi dei suoi
capezzoli, che scattarono sull’attenti come un soldato ben addestrato
all’arrivo del generale. Il soldato allora ne prese
uno in bocca ed incominciò a succhiare, come se avesse davvero potuto
ricavarne latte. Poi ripeté l’operazione con l’altro, ma prima di lasciarlo,
diede un morso leggero e poi uno più forte.
- Voltati sulla pancia! La richiesta riscosse
Ramón. - Pensi mica di mettermelo
in culo?! - Ma no, che dici, ti
riscaldo solo la schiena. Bah!
Ramón sapeva che non c’avrebbe messo molto a sbarazzarsi del soldato, se quel
tizio avesse cercato di fare quanto non doveva. Si voltò a pancia in giù e
sentì il calore del corpo del soldato che aderiva al suo, poi di nuovo la
lingua che gli scorreva dietro le orecchie, sul collo e poi scendeva lungo la
colonna vertebrale. Giunta al termine della
colonna, la lingua non si fermò, ma scese decisa nell’incavo tra le cosce. Un
uomo gli stava leccando il culo! Ramón si disse che era una cosa davvero
schifosa, ma la sensazione era tutt’altro che spiacevole, la sensazione era
maledettamente piacevole e sotto il ventre gli sembrava che il cazzo volesse
esplodere. Il soldato non si fermò
neppure quando arrivò all’apertura nascosta, anzi, vi indugiò a lungo,
accarezzando con la lingua. Poi, dopo un attimo di
pausa, Ramón sentì un piccolo morso al culo, un secondo, un terzo. Non era
spiacevole, no, nemmeno quello, ma l’uomo doveva essere pazzo. Come si poteva
fare una cosa del genere?! Sì, doveva essere pazzo. Ma l’eccitazione non
calava, il cazzo era una colonna di cemento arroventata. - Voltati sulla schiena! Ramón ubbidì, avendo
rinunciato ad ogni volontà, ed osservò il soldato che, dopo essersi inumidito
con cura il buco del culo, gli prendeva il grande palo, lo sollevava e,
lentamente, si impalava sulla sua carne. Ramón chiuse gli occhi,
perché il piacere lo sopraffece. Poi li riaprì ed osservò, forse disgustato,
forse affascinato, certamente eccitato, il suppliziato alzarsi ed abbassarsi
sul suo palo, che appariva e poi scompariva completamente nel culo. Poi non
fu più in grado di vedere, perché il piacere lo travolse. Il soldato continuò il suo
movimento fino a che Ramón non fu costretto a dire: - Basta! Allora, rimanendo inclinato
all’indietro, stringendo ancora in culo la lancia che lo aveva trapassato, il
soldato incominciò ad accarezzarsi, fino a che venne. Poi si alzò, uscì a pulirsi
al lavandino e si rivestì. Gli sorrise, gli disse
ancora: - Grazie. Uscì, chiudendo dietro di
sé la porta. Prima di addormentarsi il
soldato semplice Ramón Hierro si chiese in che cazzo di posto era finito. Ma
a questa domanda non aveva una risposta. La gara
Era
riuscito a dormire bene. D’altronde, la stanchezza accumulata gli avrebbe permesso
di dormire anche appeso per le braccia al soffitto. Alle
otto lo riportarono nel cortile, dove rivide i suoi compagni di prigionia,
Alligatore escluso, ovviamente. Ramón non aveva manette, ma gli altri erano
di nuovo con le mani bloccate dietro la schiena. Ramón osservò un tavolo,
che la sera prima non c’era. Sul ripiano erano state messe delle sfere
metalliche. Ogni sfera aveva un anello di ferro attraverso cui passava una
cinghia, ma Ramón non riusciva a capire quale uso potessero avere quegli oggetti.
Mentre stava osservandoli,
il capitano uscì da una delle porte. Era nudo e Ramón rimase sbalordito: come
era possibile che il capitano si mostrasse così, davanti ai soldati? Quanto a
loro, più che soldati in punizione, erano prigionieri e la loro vita non
valeva un cazzo, ma c’erano anche diversi soldati della guarnigione ed un
capitano deve conservare un certo decoro di fronte ai suoi subordinati. -
Questa mattina faremo una prova di resistenza. Poi
il capitano si rivolse ai soldati ed incominciò a dare istruzioni: - A Coyote Ramón non capì immediatamente, ma i soldati si misero subito in azione. Ognuno di loro prese uno dei pesi e si mise di fronte al prigioniero indicato, poi passò la cinghia intorno all’attaccatura dei testicoli, stringendola, in modo che la sfera fosse ben fissata. Poiché la cinghia era lunga una ventina di centimetri, la sfera pendeva al di sotto dello scroto. Ramón
si disse che non doveva essere piacevole. Non capiva però perché il capitano
non avesse dato nessuna indicazione per lui. Intanto
il capitano aveva preso un peso più grande degli altri e se lo stava
mettendo. Ramón capì perché il capitano era nudo e si chiese che razza di
uomo fosse quello. In quel momento il capitano
si rivolse a lui: -
Quanto a te, Maiale Ramón
sapeva benissimo il senso di quelle parole: non era una ricompensa per quello
che aveva fatto, era una sfida e lui non aveva nessuna intenzione di tirarsi
indietro. Scelse un peso uguale a quello del capitano, il più grosso tra
quelli sul tavolo. Un soldato glielo fissò, poi bloccò anche a lui le mani
dietro la schiena. -
Dobbiamo fare dieci volte il giro degli spalti, salendo da quella scala e
scendendo da quell’altra. Il
capitano indicò con il dito il percorso, poi aggiunse: - Dovete fare il più in
fretta possibile. Ramón
si disse che con quel peso attaccato ai coglioni, un solo giro sarebbe stato
più che sufficiente per fare urlare di dolore Ercole. Dieci giri… pensavano
di mandarli nell’harem di qualche sultano, come eunuchi? Il
capitano partì. Si muoveva con rapidità e sicurezza, anche se teneva le mani
dietro la schiena, e Ramón decise che gli sarebbe stato dietro. Fece un passo
in avanti, ma con troppo slancio: il dolore fu tale che dovette trattenersi
per non gemere. Doveva muoversi senza scatti, perché altrimenti avrebbe fatto
oscillare la sfera, moltiplicandone il peso. Stringendo
i denti proseguì, ma le scale si rivelarono subito un altro ostacolo
terribile: ogni gradino era una scossa e gli pareva che un artiglio gli
stringesse i coglioni per strapparglieli. Il
capitano procedeva sicuro e Ramón cercò di studiarne il passo, per imitarlo e
ridurre il dolore. Quando il capitano arrivò in cima alla scala, a Ramón
mancavano sette gradini. Cercò di accelerare, ma si rese conto che non era in
grado di procedere più speditamente. Sugli
spalti riuscì a proseguire con maggiore rapidità, evitando che la distanza
che lo separava dal capitano aumentasse ancora. Il dolore che saliva dai
testicoli era sordo, ma continuo, ed andava aumentando di intensità. Scendere
le scale fu peggio che salirle e Ramón pensò che dieci giri erano un’impresa
impossibile. Ma il capitano proseguiva con lo stesso ritmo implacabile e
Ramón lo seguiva. A
metà del secondo giro, vide che gli altri Aveva
ormai preso il ritmo giusto ed imparato a controllare il movimento delle
gambe lungo le scale, in modo da ridurre al minimo le oscillazioni della
sfera, ma il dolore continuava a crescere e Ramón si chiese se sarebbe
riuscito a tollerarlo. Alla fine del terzo giro avevano superato Dal
quarto giro in poi, il dolore che saliva dai testicoli lo avvolse
completamente, stordendolo, ma continuò la sua marcia. Al
sesto giro il capitano e Ramón superarono anche gli altri
Quando
stava finendo il nono giro, si rese conto che il capitano era alle sue spalle.
Non voleva cedere, si rifiutava di accettare quella sconfitta. Accelerò il
passo, mentre la vista gli si annebbiava per il dolore. Riuscì
a scendere le scale e ad incominciare il decimo giro senza che il capitano lo
raggiungesse. Il capitano doveva essersi fermato al termine del decimo giro,
ma Ramón non rallentò il passo. Voleva finire, finire prima che il dolore lo
facesse impazzire. Vide a terra uno dei suoi compagni di prigionia, incapace
di proseguire. Non poteva fare nulla. Passò oltre. Completò
il giro e si fermò davanti al tavolo, dove il capitano si era già tolto la
sfera. Un
soldato gli si avvicinò, ma quando le sue mani incominciarono ad armeggiare
intorno alla cinghia, il contatto un po’ rude sembrò a Ramón una sferzata. Si
morse il labbro per non urlare. Infine
il soldato completò l’opera ed il dolore arretrò, senza scomparire. Era un
po’ come se l’elefante che gli aveva poggiato la zampa sui coglioni, ora
l’avesse tolta. Non che adesso lui stesse bene, ma almeno la zampa non pesava
più. Ramón
attese che anche gli altri arrivassero. Ci misero molto tempo e Ramón fu ben
contento di poter riprendere un po’ il fiato. -
Non ce la faccio, capitano, non ce la faccio. Il peso mi sta staccando i
coglioni. Il
capitano fece un cenno ed uno dei soldati tolse al prigioniero il peso. - Legatelo ai pali. Due
soldati trascinarono il prigioniero per il cortile, mettendolo poi tra due
pali. Gli fissarono la gamba destra ad un palo, poi gli tolsero le manette e
fissarono il braccio destro in alto, allo stesso palo. L’altro braccio e la
gamba corrispondente furono fissati al palo vicino. I soldati si erano mossi
con grande rapidità ed efficienza: di certo erano abituati a quel tipo di
operazione. Ora Mulo formava una grande
X. Ramón lo guardò. L’uomo aveva la sacca dei testicoli gonfia, di colore
bluastro. Doveva aver avuto un grosso versamento di sangue. -
Voi quattro Ramón
e gli altri Il
capitano aveva una frusta in mano. La porse a Ramón. - Incomincia tu. Cinque
frustate al culo. Ramón
prese automaticamente la frusta. Guardò la propria mano che stringeva la
frusta, guardò la schiena dell’uomo davanti a lui. Non aveva nessun senso,
quell’uomo aveva ceduto perché non ce la faceva più. Sapeva
quello che gli sarebbe costato un rifiuto, ma frustare Mulo sarebbe stata
un’infamia. Allungò la mano, tendendo la frusta al capitano. -
No, signor capitano. Il
capitano lo fissò negli occhi e Ramón resse il suo sguardo. In quegli occhi
che lo fissavano, Ramón non riusciva a leggere, ma il capitano poteva fargli
quello che voleva, crepare un po’ prima o un po’ dopo, poco cambiava. Il
capitano riprese la frusta, poi si rivolse a due soldati: -
Legate anche lui. Ramón
si lasciò condurre nello spazio tra due pali vicini ed in breve si ritrovò
con le gambe e le braccia ben divaricate, fissate ai pali. Dietro
di lui, sentì il capitano ripetere: -
Incomincia tu. Dieci frustate al culo. Il
primo colpo non fu violento. Il prigioniero a cui era stata affidata la
frusta non ci sapeva fare. -
Più forte o finisci anche tu ai pali. Il
secondo colpo fu più deciso ed il dolore più forte, ma Ramón era in grado di
resistere: quella fustigazione era molto meno dolorosa di quella subita a
Fuenteroja. Dopo
il quarto colpo però, sentì il dolore crescere e concentrarsi nella parte
bassa del culo. Il prigioniero che lo stava frustando, sembrava colpire
sempre nella stessa area, per inesperienza o deliberatamente. Ad un certo
punto, al nono colpo, Ramón sentì che la pelle si spaccava, ma riuscì a
controllarsi. Il colpo successivo, il decimo, quasi gli strappò un urlo,
perché colpì la carne scoperta dalla frustata precedente. -
Dieci colpi alla schiena. Questo
doveva essere -
Va bene. Adesso quest’altro. Cinque colpi. Mulo Intanto
qualcuno aveva portato un secchio e Ramón sentì sulla schiena una spugna
ruvida ed umida che sfregava contro le ferite. L’uomo che la maneggiava la
muoveva energicamente e quando passò sulla ferita al culo, Ramón si dovette
nuovamente mordere il labbro inferiore per non urlare. Sentì un po’ di sangue
colargli dal labbro. Poi
il capitano diede ordine di riportare i prigionieri nelle loro celle. Nella
sua cella, Ramón cercò di sdraiarsi sulla pancia, ma il dolore ai testicoli
era troppo forte. Di sedersi, neanche pensarci. Rimase in piedi, quasi
divertito di quella situazione assurda. Anche a tavola Ramón rimase in piedi, ma
nessuno lo prese in giro: non aveva la faccia di uno che si può prendere per
il culo solo perché ha il culo a strisce. Coyote -
Mi spiace, ma se non lo facevo, frustava anche me. Mulo -
Sei stato un coglione, non mi hai frustato tu, lo hanno fatto loro, se non lo
facevano loro, lo facevano i soldati. O pensi che quello cambia idea? Ramón
sapeva benissimo che era inutile spiegargli che non lo aveva fatto per lui,
ma per sé. Mangiò senza dire una parola. La
notte riuscì a trovare una posizione accettabile, sdraiandosi sul fianco
destro. Ripensò alla giornata, ma non riusciva a dare un senso al
comportamento del capitano. Quell’uomo li stava mettendo alla prova ed in
particolare stava mettendo alla prova Ramón. Ma perché, con che scopo? Non
sembrava divertirsi a punirli, come invece spesso succedeva con alcuni
ufficiali a Fuenteroja. Il
pensiero di Fuenteroja portò con sé il ricordo di Diego e Ramón sentì
nuovamente la fitta che provava ogni volta. |