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3 In missione
Il
mattino successivo i testicoli continuavano a fargli male, ma il dolore era
tollerabile. La ferita al culo era ancora aperta e dovette mangiare in piedi. Aveva
appena finito di mangiare, quando due soldati vennero a prenderlo. Uno dei
due disse: -
Maiale, vieni con noi. Non
ci fu una parola di spiegazione, ma Ramón non si aspettava nessun
chiarimento: lui non aveva diritto a spiegazioni, lui non aveva più diritto a
nulla, nemmeno a vivere. Il
capitano lo aspettava in un ufficio. -
Bene, Maiale, ti ho scelto per una missione. Ramón
non commentò. Che cazzo avrebbe potuto dire? “Molto onorato” oppure
“Accetto”? Lui avrebbe accettato comunque, perché la sua libertà di scelta
era la stessa di un tacchino imbandito per il pranzo di Natale. -
Questa sera, quando sarà buio, tu uscirai dal forte e ti nasconderai nella
foresta sull’altro versante. Nella notte vedrai delle luci provenire dal forte.
Devi individuare esattamente il punto da cui provengono le luci e sapermelo
indicare con assoluta precisione, quando ritorni. Ramón
si chiese perché mai non mandassero uno dei soldati che conoscevano il forte
e la zona. Chiunque di loro avrebbe potuto svolgere quel compito molto meglio
di lui. -
Nella giornata di domani può darsi che incontri una pattuglia di controllo.
Probabilmente ti spareranno subito, perché non sai la parola d’ordine. Quindi
evita di farti beccare. Se non ti sparano subito, dirai la verità: che sei un
prigioniero e sei riuscito a scappare. Ti ricondurranno qui e ti fucileremo
noi: chi tenta la fuga viene punito con la morte. Ramón
cercava di capire. Lo mandavano perché era un prigioniero, mentre un soldato,
se trovato dai suoi compagni, avrebbe dovuto spiegare perché era lì e, anche
se non avesse rivelato nulla, il giorno dopo si sarebbe saputo che un soldato
si aggirava con qualche incarico fuori dal forte. Per quello non gli dicevano
la parola d’ordine, perché se lo beccavano lui era solo un prigioniero in
fuga, un povero coglione che si era fatto beccare. Ma perché nel forte
nessuno doveva sapere di quel controllo? Probabilmente perché c’era qualche
traditore, qualcuno che mandava segnali luminosi al nemico. -
La notte, questa o la prossima, potresti anche incontrare qualcun altro, una
spia nemica. Se ce ne porti una, ci fai un piacere, ma quelli sono armati e
ti ammazzeranno subito, anche se cercheranno di non fare rumore: una pistola
con il silenziatore o un coltello. Splendido!
Il capitano aveva dimenticato alcune possibilità: poteva incontrare un puma
affamato, un serpente velenoso, un ragno mortale, finire in qualche baratro
nel buio, essere sepolto da una frana, travolto da una piena del torrente e… -
Adesso vieni con me. Il
capitano passò in un corridoio e poi presero una scala che scendeva. Scesero
per un tempo che a Ramón parve interminabile, fino che raggiunsero una
finestrella con grata che si affacciava sull’esterno. Il
capitano gli indicò una botola, nel pavimento, a lato della finestra. -
Aprila! Ramón
sollevò la pesante tavola di legno e vide sotto di sé l’abisso: c’era un
salto di almeno quaranta metri e la parete, quasi verticale, terminava su un
ammasso di pietrame. -
Scenderai di qui, con una corda, e di qui ritornerai, se ti sarà possibile.
La corda verrà ritirata non appena avrai raggiunto il fondo. Non avrai più
possibilità di rientrare nel forte fino a domani sera, quando diventerà buio:
allora la corda sarà lanciata e lasciata penzolare non più di mezz’ora. Devi
riuscire a rientrare per allora. Quando scendi, attenzione a fissare bene
nella memoria il punto in cui ti trovi e poi ricordati la strada fatta,
altrimenti non riuscirai a tornare. Come
faceva il capitano ad essere sicuro che lui sarebbe tornato? Che non avrebbe
cercato di raggiungere il forte di Puerta de la Haz, la fortezza nemica
situata a qualche ora di marcia? -
Guarda bene il terreno, perché quando scenderai sarà buio e non potrai vedere
nulla. Scendere
al buio, attaccato ad una corda, lungo quella parete offriva già una buona
serie di possibilità di spaccarsi l’osso del collo, senza dare lavoro a
plotoni di esecuzione o spie nemiche. -
Richiudi. Ramón eseguì. - Guarda dalla finestra. Ramón guardò fuori. Poteva
vedere la parete rocciosa di fronte, in forte pendenza, su cui si inerpicava
una densa vegetazione. -
Ti devi mettere su quella parete, per individuare da dove vengono i segnali
luminosi. I segnali ci saranno sicuramente questa notte. E ci saranno anche
le spie che vengono a raccoglierli. Ramón
annuì. Si chiedeva se quello che lo aspettava fuori era davvero peggio di
quello che c’era dentro. Quel
giorno non rimase con gli altri. Il capitano lo fece riportare dove aveva
dormito la prima notte, ma non c’era la sentinella che gli aveva insegnato
alcune cose interessanti. Trascorse la giornata da solo, tenendosi in
esercizio, riflettendo su quello che avrebbe fatto e dormendo, per essere
nelle condizioni migliori. Era
ormai buio quando vennero a prenderlo: erano in due, un ufficiale ed un
soldato. Ripercorse la lunga scala e
giunse nuovamente alla botola, che venne aperta. La corda venne lanciata, ma
oltre la botola non si vedeva nulla. Si aggrappò alla corda ed incominciò a
calarsi. Scendere al buio, sapendo di
avere sotto di sé un abisso, non era proprio il massimo. A piedi nudi (mica
solo i piedi erano nudi: non gli avevano dato uno straccio, ma si sa: era un
prigioniero in fuga), con i coglioni doloranti, era ancora meno piacevole. Ma
in un modo o nell’altro Ramón arrivò al fondo. Prima di lasciare la corda,
si assicurò di essere davvero al fondo e non su uno spunzone di roccia da cui
sarebbe precipitato al primo passo. Era davvero al fondo. Nella lunga discesa i suoi
occhi si erano abituati all’oscurità e, anche se non c’era la luna, alla luce
delle stelle riusciva a distinguere almeno i contorni di ciò che aveva
intorno. Scese con cautela fino al torrente, che guadò facilmente: l’acqua
non era profonda, perché quella non era la valle principale ed il corso
d’acqua non era il grande fiume che scendeva verso la Puerta de la Haz e
l’immenso Rio delle Amazzoni. Risalì
lungo il fianco della montagna, cercando di muoversi il più silenziosamente
possibile. Cercò la posizione giusta: aveva bisogno di poter vedere il forte
nella sua interezza, ma anche di avere alberi ed arbusti che lo nascondessero
e che potessero servirgli come punto di riferimento. Trovò
una posizione che gli sembrava adatta e si fermò.
Ramón
si dispose ad aspettare, facendo attenzione ad ogni rumore. Ogni tanto si
sfregava vigorosamente le mani sul corpo, per combattere il freddo. I
suoi sensi erano all’erta, ma i suoi pensieri vagavano. E come sempre il
pensiero tornò a Diego. Sapeva che non doveva pensarci. Si disse che le loro
vite si erano divise per sempre, ma il pensiero era tanto doloroso, che lo
scacciò con forza e cercò di pensare ad altro. Ai suoi compagni di prigionia,
al capitano, ad Alligatore, a… In
un attimo ogni fibra del suo corpo si tese. C’era stato un rumore, secco, di
un ramo che si spezza. Un animale, forse. O un animale a due zampe. Non
si sentiva più nulla, se non, lontano i versi di alcuni animali. Ramón
si rese conto che vedeva sempre meglio e guardando il cielo, notò che stava
schiarendo. Non era l’alba, ancora molto lontana, ma la luna che sorgeva. La
sagoma del forte diveniva più visibile, un profilo massiccio, che si
confondeva con l’altura su cui si trovava. La
luce apparve allora. Rimase visibile un buon momento, immobile. Doveva essere
quella. Ramón si spostò con cautela, fino a che, seduto su un tronco, con la
schiena contro un albero, la luce rimase esattamente inquadrata tra due rami.
Sì, l’indomani mattina, guardando attraverso quegli stessi rami, in quella
posizione, avrebbe individuato il punto da cui venivano emessi i segnali. Studiò
con cura la posizione. Ora che la luce lunare illuminava meglio il posto in
cui si trovava, Ramón era sicuro di poter ritrovare il punto esatto in cui
era. La
luce scomparve, poi riapparve e, per almeno venti minuti, i segnali luminosi
proseguirono. Poi
la luce si spense e non venne più riaccesa. Bene,
ora doveva solo aspettare l’alba. Si
guardò intorno e solo allora notò, poco più in basso di dov’era lui, spostata
verso sinistra, una piccola luce. La luce si spense subito, ma Ramón sapeva
di non essersi sbagliato. Si
alzò, controllò bene la posizione in cui si trovava, per essere certo di
riuscire a ritornare, e poi scese con cautela in direzione del punto in cui
era apparsa la luce. Faceva molta attenzione a non fare rumore, perché se
qualcuno lo avesse sentito, chiunque fosse stato, la sua vita sarebbe finita
lì. Cercò
di rimanere sempre all’ombra degli alberi, in modo che nessuno potesse
vederlo. Era quasi giunto al punto in cui era stata accesa la luce. Si sporse
guardingo da dietro il tronco di un albero e vide la sagoma di un uomo,
immobile nel buio. Doveva essere una spia nemica, che registrava i segnali.
Probabilmente aveva acceso un piccola torcia elettrica per verificare quanto
aveva scritto o forse per decifrarlo, senza sospettare che qualcuno fosse
appostato poco più in alto. Bene,
doveva impadronirsi di quell’uomo. Ne avrebbe fatto un regalo al capitano,
anche se sapeva che non avrebbe ottenuto niente in cambio. Ma quell’uomo era
una spia nemica e la sua cattura era importante. A
salvare Ramón fu la spia, che disse, in un tono di voce molto basso: -
Allora, Pedro, ci sei? È ora di andare! Che cazzo fai? C’era
qualcun altro, che doveva essere maledettamente vicino. Si voltò di scatto,
appena in tempo per vedere la lama del coltello che stava per affondare nella
sua schiena. Scartò e si gettò sull’uomo. Contro un uomo armato aveva poche
possibilità, ma quella era l’unica carta e doveva giocarla in fretta, perché
l’altra spia sarebbe intervenuta subito e di sicuro era anche lei armata. Cadde
insieme all’uomo su cui si era lanciato. Lo sentì bestemmiare. Cercò di
bloccargli il polso della mano che stringeva il coltello. L’uomo si liberò
con un guizzo e rialzò il coltello. Ramón saltò di fianco, ma l’uomo si
lanciò su di lui. Ramón rotolò di lato: se non fosse riuscito a schivare il
colpo, del prigioniero Ramón Hierro sarebbe rimasto il cadavere con la gola
squarciata. Gli era andata bene, ma era solo un rinvio: l’uomo incombeva su
di lui e già stava alzando la mano con il pugnale per vibrare un nuovo
fendente. Sotto la mano Ramón si trovò un grosso sasso. Lo afferrò e, prima
che il suo assalitore potesse sferrare un nuovo colpo, colpì con tutte le sue
forze: il sasso prese in pieno la testa del suo avversario e ci fu un rumore
forte. Il suo avversario cadde su di lui. Ramón sapeva di non avere né tempo,
né scelta: il secondo uomo non poteva non aver sentito la colluttazione e
stava certamente arrivando a dar man forte al suo compagno. Ramón abbatté di
nuovo con forza il sasso sulla testa dell’uomo. Il
corpo che gravava su di lui ebbe appena un sussulto. Ramón vide una sagoma
scura stagliarsi contro il cielo e la luce di una pila avvicinarsi. Era una
luce molto debole. Ramón pensò che la pila aveva una luce così fioca per
evitare che qualche soldato o sentinella potesse vederla dal forte o durante
un giro di perlustrazione. Era una fortuna, per Ramón, perché probabilmente
l’uomo intravedeva appena i loro corpi e non poteva rendersi conto che Ramón
aveva avuto la meglio. Ma quando fosse stato più vicino, Ramón avrebbe dovuto
agire in fretta, perché l’uomo teneva una pistola nell’altra mano. Quando
l’uomo fu più vicino, Ramón sollevò il corpo che gravava su di lui. -
L’hai steso, Pedro? Come
Ramón aveva pensato, l’uomo, vedendo il movimento, aveva pensato che il suo
compagno si stesse alzando. Radunando le sue forze, Ramón sollevò il corpo e
poi lo spinse addosso all’uomo che stava arrivando, sbilanciandolo. Prima che
l’uomo potesse rimettersi in equilibrio, Ramón gli fu addosso e lo colpì con
il pugno allo stomaco e poi in faccia. Sentì il gemito. Allora Ramón afferrò
la pistola per la canna e riuscì senza fatica a strapparla di mano all’uomo,
che i colpi avevano stordito. Dopo
la breve colluttazione, Ramón si alzò. Lanciò un’occhiata all’altro uomo: una
forma indistinta stesa a terra, nessun segno di movimento. L’uomo ai suoi
piedi si stava riprendendo, ma per lui ormai era troppo tardi. Ramón
si chinò sull’uomo e, tenendolo sotto tiro colla pistola, con l’altra mano lo
voltò, mettendolo a pancia in giù. Gli si sedette sulla schiena. Doveva
legarlo, ma non aveva una corda, niente. Posò la pistola, passò le mani
intorno alla vita dell’uomo e gli sfilò la cintura, con cui gli legò le mani
dietro la schiena. Poi gli calò i pantaloni e gli legò le caviglie. Probabilmente
l’uomo avrebbe potuto sciogliersi senza grande fatica, ma lui sarebbe rimasto
vicino per impedirglielo. Ramón
tornò al corpo dell’altro uomo. Gli toccò il polso. Nessun segno di vita. Gli
frugò nelle tasche, ma non trovò nulla di utile. Non poteva nemmeno usare i
vestiti per ripararsi dal freddo, perché l’uomo era alquanto più piccolo e
magro di lui. Ramón gli tolse la cintura e la passò intorno alle caviglie del
suo prigioniero. Non voleva correre rischi: quell’uomo non doveva riuscire a
liberarsi. Esplorò
con cura l’area. C’erano due zaini con alcune provviste. Nient’altro. Trascinò
il morto tra i cespugli, in modo da nasconderlo alla vista. Infilò in uno
degli zaini il coltello e la pistola, poi tornò al suo prigioniero, se lo
caricò in spalla e ritornò al suo posto d’osservazione. Giornata d’attesa Non
poteva riposare: non con quella spia ai suoi piedi, legata in modo molto
approssimativo. L’uomo era sveglio, ma non aveva detto una parola. Aspettava.
Probabilmente si stava chiedendo perché lui non lo portava al forte. Avrebbe
dovuto aspettare, parecchio: il resto della notte e tutto il giorno dopo. Non
poteva rientrare prima di allora. Quando
arrivò l’alba, Ramón per prima cosa controllò la propria posizione. La
vegetazione in quell’area era abbastanza fitta e, stando al riparo di alcuni
alberi, nessuno avrebbe visto né lui, né il suo prigioniero. Poi
Guardò Cerro del Diablo. Era la prima volta che lo vedeva nella sua
interezza: una tripla serie di immense muraglie, interrotte da piccole torri
di guardia, coronava un rilievo che degradava dolcemente a sinistra. Da quel
lato, dove il pendio era meno inclinato, si scendeva alla stazione
ferroviaria. Ma dalle altre parti le pareti erano verticali ed era difficile
distinguere tra il muro naturale di roccia e la prima cerchia di mura del
forte, costruita dall’uomo con la stessa pietra. Nessun edificio spuntava
molto oltre i bastioni: quasi sembrava che il forte fosse costituito solo da
quella cinta multipla di mura, ma Ramón sapeva che ognuna di quelle cerchie
conteneva numerosi edifici. Ramón
si sedette sul tronco dove si era seduto la sera prima e, utilizzando i rami
dell’albero che aveva preso come riferimento, individuò il punto esatto in
cui era apparsa la luce. Si cercò altri punti di riferimento, nel forte
stesso, per poter comunicare con esattezza il punto da cui erano stati
effettuati i segnali. Poi
si mise a sedere di fianco al suo prigioniero, nascosto alla vista tra i
cespugli. L’uomo
lo guardava, alquanto perplesso, e Ramón ricambiò lo sguardo. La spia nemica
era un bell’uomo, con barba e capelli rossi, un corpo muscoloso. Un po’ di
sangue gli era colato dal naso. -
Chi sei? La
domanda non lo stupì. A vederlo nudo, senz’armi, chiunque si sarebbe posto la
stessa domanda. Ramón
alzò le spalle. Non valeva la pena di rispondere. -
Senti, se mi liberi, se vieni con me alla Puerta, io… Ramón
si inginocchiò di fianco all’uomo, gli mise una mano intorno al collo e
sibilò: -
Non lo dire nemmeno per scherzo. Questa sera ti porto al forte, ma al Cerro
del Diablo. Dove ti faranno raccontare quello che hai da raccontare. L’uomo
tacque e d’altronde, con la mano di Ramón intorno al collo, non gli sarebbe
stato facile parlare. Ramón tolse la mano. Ci
fu un lungo momento di silenzio. -
Che ne è di Pedro, dell’altro… -
È morto. L’uomo
annuì. -
Peccato. Era un buon soldato. Ramón
tornò a sedersi. Il freddo fottuto della notte, che gli era penetrato nelle
ossa, cominciava a lasciare il posto ad una temperatura più gradevole. Ogni
tanto guardava il prigioniero, che lo fissava. Ramón si rese conto che l’uomo
gli guardava tra le gambe e quella consapevolezza ebbe un effetto tanto
imprevisto quanto immediato: il suo uccello incominciò ad alzare la testa.
Che cazzo gli succedeva? Lo
sapeva benissimo, che cosa gli succedeva. Guardò l’uomo, che ora sorrideva.
Era davvero un bell’uomo, giovane, forte. -
Pedro era un buon soldato. Ed era bravo a fottere. Ramón ghignò. - E tu ti facevi fottere da
lui? L’uomo
annuì. -
Sì, piaceva a me e piaceva a lui. Ci sapeva fare. Ci dava dentro. Ramón
lo guardò. Avrebbe voluto mandarlo a cagare, ma il suo uccello aveva
chiaramente tutt’altra idea, anche se l’apertura da utilizzare era la stessa. -
Bada, non ti libero. L’uomo
annuì. -
Lo so, ma visto che ormai è finita, mi piacerebbe godere ancora una volta. Ramón
si inginocchiò di fianco all’uomo, gli sciolse la cintura con cui gli aveva
legato i piedi e la strinse intorno alle mani. Poi gli sciolse i pantaloni
che gli aveva annodato alle caviglie e glieli tolse completamente. Gli sfilò
le mutande Aveva
un bel culo, forte, ma non troppo largo, muscoloso, coperto da una peluria
rossiccia. Ramón lo accarezzò. Che cazzo stava facendo? Stava accarezzando il
culo di una spia… Sì, stava accarezzando il culo di un uomo e gli piaceva,
piaceva alla sua mano, che continuava nella sua opera ed ora veniva
accompagnata dalla sorella, piaceva al suo uccello, rigido come il manico di
una scopa e pronto all’uso. Gli piaceva ed andava bene così. Quell’uomo
sarebbe morto presto, perché quello era il destino delle spie, ma adesso loro
due si sarebbero regalati un momento di piacere. Le
sue dita scorrevano tra la peluria, affondavano nella carne, sentendone la
consistenza. Poi risalirono lungo la schiena, infilandosi sotto la giacca e
la camicia dell’uomo, scesero ancora, pizzicarono con energia, una prima
volta, una seconda. Poi Ramón avvicinò la bocca al culo dell’uomo e lo morse.
Dentro
di lui, una voce gli stava dicendo che era impazzito, che un uomo, un vero
uomo non fa certe cose, ma quella voce era lontanissima, sempre più lontana e
a Ramón Hierro non gliene fotteva un cazzo di tutto quello che aveva da dire
quella voce. Quale voce? Non c’era nessuna voce che parlava. C’era un bel
culo che si offriva alla sua bocca e lui voleva affondare i denti in un bel
culo, sentire la consistenza della carne, accarezzare con le mani la peluria
sottile che lo ricopriva, pizzicare la carne, affondare le dita in quel culo.
Cazzo!, per un attimo pensò che valeva la pena di venire a Cerro del Diablo
solo per quello. Il
suo uccello però non ne poteva più di rimanere a distanza ed allora Ramón si
inumidì due dita, accarezzò l’apertura, che rispose allo stimolo
contraendosi, ed avvicinò la punta della sua arma all’obiettivo. Poi, con
lentezza, sentendo il calore della carne che lo accoglieva, prese possesso da
trionfatore della cittadella occupata, anche se in realtà la cittadella non
aveva opposto nessuna resistenza e sembrava accogliere in gran festa il suo invasore. Ramón
artigliò quel bel culo con le mani ed incominciò la sua azione strategica
consistente in rapidi slanci in avanti, seguiti da improvvise ritirate, lente
manovre di avanzamento e progressivi arretramenti. L’azione militare proseguì
a lungo, perché Ramón aveva una notevole resistenza, fino a che i proiettili
non furono lanciati con forza nelle viscere del nemico. Sentì l’uomo gemere,
un gemito che non era di dolore, e si rese conto che erano venuti insieme. Pensò, con la solita fitta,
che con Diego non era mai successo e con rabbia si disse che doveva togliersi
Diego dalla testa. Ma sapeva benissimo che avrebbe potuto ottenere quel
risultato in un modo solo: sparandosi un colpo al cervello. -
Ci sai fare, cazzo, se ci sai fare! -
Grazie. Ramón
si disse che quel dialogo era assurdo, ma tutta la situazione era assurda.
Fece per rivestire l’uomo, ma questi gli disse: -
No, senti, se ne hai voglia, se mi porti al forte solo la sera… Ramón
annuì.
Poi,
quando divenne abbastanza buio da potersi muovere senza essere visti, Ramón
si caricò in spalla l’uomo e uno degli zaini, in cui aveva messo anche tutto
il contenuto dell’altro, e raggiunse il punto in cui avrebbe dovuto risalire. Poco
dopo buttarono giù la corda e Ramón legò l’uomo sotto le ascelle, in modo da
poterlo sollevare. Poi incominciò ad
arrampicarsi. Quando
arrivò in cima, trovò il capitano ed un soldato. -
C’erano due spie, due soldati nemici. Uno è legato alla corda. -
E l’altro? -
È morto. Insieme tirarono su il
prigioniero. Il capitano fece portare
via la spia, poi guidò Ramón fino ad un ufficio. Sul ripiano della scrivania
c’erano alcuni disegni del forte. Il primo mostrava Cerro del Diablo visto
dalla parete su cui si era piazzato Ramón. - In che punto è apparsa la
luce? Ramón ritrovò nel disegno
la torretta di guardia e lo spigolo della seconda cerchia di mura, che gli
erano serviti come punti di riferimento. Al di sotto della torretta ed
all’altezza dello spigolo, c’era il punto in cui erano state fatte le
segnalazioni. - Hai un’idea dell’ora a
cui è comparsa la luce? Ramón alzò le spalle. - Forse verso mezzanotte,
ma magari anche dopo. Il capitano annuì. Quella
sera lo riportarono nella sua cella, anzi: stanza, come diceva il capitano. Il rifiuto
In
quel momento entrò il capitano e Ramón si riscosse. Davanti a quell’uomo non
voleva mostrare segni di debolezza. -
Maiale, stenditi con la schiena a terra. Ramón
eseguì. -
Allarga le braccia. Quando
ebbe allargato le braccia, i soldati gli fissarono le cinghie di cuoio sopra
e sotto i gomiti. Poi gli passarono altre cinghie intorno alle gambe,
bloccandole insieme. Agli anelli legarono tre corde: una per ogni braccio ed
un’altra per le gambe. -
Voi tre, prendete le corde. Tu, Mulo, quella delle gambe. Ognuno
dei tre prigionieri afferrò una della corde. I soldati li disposero: Scimmia
e Coyote, che tenevano le corde delle braccia, furono messi uno opposto
all’altro, a destra ed a sinistra di Ramón. Mulo, che teneva la corda delle
gambe, fu posto vicino ai piedi. -
Ora tirate, più forte che potete. I
tre eseguirono. Ramón si sentì tirare in direzioni opposte ed avvertì il
tendersi dei suoi arti e la pressione crescente sulle articolazioni. Era come
se stessero cercando di squartarlo. Certo, non potevano farlo tre uomini, ci
sarebbero voluti cavalli o buoi o magari camioncini, ma potevano facilmente
slogargli le spalle. Ed in quelle condizioni, non poter muovere le braccia
significava la morte. Ramón
strinse i muscoli delle braccia, opponendo resistenza alla forza esercitata
dai due prigionieri ai suoi lati. Quanto a Mulo, le gambe unite offrivano una
resistenza sufficiente ed i rischi di slogatura erano minori. Ramón
sapeva di avere dalla sua il proprio peso, non indifferente, ma i due uomini
che stavano tirando erano anch’essi forti e decisi. -
Più forte, più forte! La
tensione aumentò, mentre le braccia si tendevano allo spasimo. Ora Ramón era quasi completamente sollevato da terra, ma proprio per questo il suo peso gravava di più sulle corde e gli uomini dovevano fare uno sforzo maggiore. La tensione aumentò ancora,
malgrado la resistenza che Ramón opponeva. Se non voleva che lo storpiassero,
doveva agire. Dei due carnefici che gli
tiravano le braccia, il meno pericoloso era quello di sinistra, Scimmia.
Ramón allentò la resistenza che opponeva con il braccio sinistro, in modo da
sbilanciare leggermente l’avversario, poi tirò con uno strattone la corda.
Scimmia fu colto di sorpresa dalla doppia manovra, che non si aspettava, e
cedette. La corda lo trascinò verso Ramón e l’uomo cadde a terra. Subito Ramón afferrò con
entrambe le mani l’altra corda e, malgrado la resistenza opposta da Coyote,
ebbe facilmente ragione di lui e lo costrinse a mollare la corda. Mulo lasciò
la corda che stringeva le gambe di Ramón non appena questi si mise a sedere e
fece per afferrarla. Il
capitano annuì. -
Ora tocca a te, Scimmia. Scimmia
si stese a terra, mentre i soldati toglievano a Ramón le cinghie che aveva
ancora addosso. Ramón guardò l’uomo steso a terra e vide che lo fissava con
timore. Sì, Ramón si rendeva conto che se avesse davvero tirato con tutte le
sue forze, gli avrebbe certamente slogato la spalla. Si chiese se dosare le
forze, ma il capitano se ne sarebbe accorto: con quell’uomo non era possibile
barare. Quindi doveva fare una scelta: o slogava la spalla a Scimmia, che la
sera prima aveva accettato di frustarlo, o si sottoponeva ad una nuova
punizione, certamente più severa, forse fatale, perché altri rifiuti il
capitano non li avrebbe tollerati. Ramón
sapeva benissimo che in realtà non aveva nessuna scelta, perché non poteva
cambiare il suo modo di essere. Quando
un soldato gli porse la corda, si voltò verso il capitano e gli disse: -
Non lo faccio, signor capitano. Il
capitano non sembrò sorpreso, probabilmente se l’aspettava. Disse solo,
rivolto ai soldati: -
Al palo alto. Un
soldato gli mise un grosso bastone di legno contro la schiena, in posizione
orizzontale ed altri due soldati gli fecero passare i gomiti dietro il
bastone, legandogli i polsi al legno con grosse corde. Ora aveva le braccia e
le mani bloccate, Poi lo portarono al palo, che si trovava
su una piattaforma rettangolare. Lo fecero salire sulla piattaforma, lo
misero contro il palo e gli bloccarono i piedi con una catena, che fecero
passare dietro il palo: ora la catena gli impediva di muovere i piedi, mentre
il bastone gli bloccava le braccia. Ramón pensò agli uomini appesi che aveva
visto nel terzo cortile. Dalla
piattaforma assistette alla fine della prova: un soldato prese il suo posto
ed ogni prigioniero subì la stessa prova. Quando però fu il turno di Mulo,
questi urlò. La prova fu interrotta, ma Ramón vide subito che il poveretto
aveva una spalla slogata. A
quel punto il capitano entrò in uno degli edifici. Ramón rimase al palo,
senza che succedesse nulla, per alcune ore. Più
tardi, un gruppo di soldati entrò nel cortile e si fermò davanti a lui.
Ridacchiavano e si scambiavano commenti. Poi arrivò un uomo alto e massiccio,
a torso nudo. Aveva una frusta nella destra ed un bastone biforcuto Appoggiò
le due punte del bastone sui testicoli di Ramón, là dove vi erano i grossi
lividi bluastri. A quel contatto Ramón si sentì quasi svenire. Poi l’uomo incominciò a stuzzicare l’asta
di Ramón con le punte del bastone. Il contatto era ruvido, ma quello
sfregamento, per quanto irritasse la pelle, accendeva il desiderio di Ramón. Ramón
avrebbe voluto resistere, sottrarsi a quella ulteriore umiliazione, ma non
era in grado di farlo: poteva controllare la sua faccia, nascondere il
dolore, ma non poteva controllare il sangue che affluiva impetuoso al suo
uccello. Ben presto il sesso fu perfettamente teso, la grande cappella quasi
gli batté contro il ventre. L’uomo
ora gli scorreva l’asta lungo l’uccello gonfio di sangue, su e giù, ed il
contatto con quella superficie scabrosa gli feriva la pelle e moltiplicava la
tensione. Ogni tanto il bastone scendeva fino alla base dell’asta, poggiando
sulle palle, ed il dolore sembrava spegnere il piacere. Ramón guardò con odio
il suo aguzzino ed i soldati che si divertivano allo spettacolo. Quella
punizione era soltanto un’umiliazione, ma raggiungeva il suo scopo. Lui,
Ramón Hierro, un tempo sergente, era ridotto ad essere lo zimbello di un
gruppo di soldati, che si divertivano a vedere un aguzzino fargli una sega
con un bastone. Capì che non era più in grado di controllarsi. Sentì dai coglioni salire il getto impetuoso ed il piacere divenne così intenso che per un attimo perse la coscienza della sua situazione, ma nel momento in cui il suo piacere raggiungeva il massimo ed il getto esplodeva, il bastone scese bruscamente fino ai testicoli. Non riuscì a trattenere un
urlo strozzato, che subito soffocò. Guardò gli uomini davanti a lui che
sghignazzavano, vedendo il suo seme sgorgare, mentre lui, piegato in avanti,
preda di un dolore che annullava il piacere, aveva l’impressione che il mondo
stesse svanendo. Riuscì
a raddrizzarsi a fatica e cercò di cancellare ogni espressione dalla propria
faccia. L’uomo
ed i soldati se ne andarono quasi subito. Ramón rimase legato al palo, senza
che nessuno si occupasse più di lui. Quando
scese la sera, Ramón si chiese se lo avrebbero lasciato tutta la notte lì
fuori. Non avrebbe potuto riscaldarsi muovendosi o sfregandosi la pelle con
le mani, come aveva fatto la notte precedente. Quando
vennero a prenderlo, poco prima che venisse suonato il silenzio, Ramón tirò
un sospiro di sollievo. La sfida
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