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La fine del capitano

(immagini di Valdemar)

 

      Mentre la porta si apriva, la luce si accese all’improvviso, abbagliando Ramón. Qualcuno doveva aver girato l’interruttore esterno. Nella cella entrarono parecchi soldati. Uno di loro aveva una corda con un cappio già formato.

      Ramón pensò che solo qualche ora prima una corda lo aveva quasi strozzato. Era stato solo un rinvio: adesso li avrebbero impiccati.

      L’ufficiale, un tenente che Ramón aveva visto durante gli interrogatori del capitano, fece un cenno con la testa in direzione del capitano.

      - Quello.

      Quattro soldati si misero ai lati del capitano.

      Quindi la prima vittima sarebbe stata il capitano. Ramón sapeva che il suo turno sarebbe venuto subito dopo.

      Due soldati afferrarono le braccia del capitano, pronti a bloccare ogni tentativo di resistenza. Ma che senso avrebbe avuto cercare di lottare, con le mani legate dietro la schiena, contro parecchi soldati armati?

    Un soldato entrò con una panchetta e la sistemò al centro della cella. Il soldato con il cappio salì sulla panchetta e passò la corda ad un gancio appeso al soffitto. Ramón pensò che probabilmente quel gancio era stato messo lì per quello scopo, per le esecuzioni che avvenivano segretamente.

      Il soldato regolò la corda in modo che il cappio pendesse a poca distanza dal gancio, altrimenti, in quella cella con il soffitto così basso, il capitano avrebbe toccato con i piedi il pavimento. Legò con cura, in modo che le contorsioni del condannato non potessero far scivolare la corda.

      Di contorsioni ce ne sarebbero state, perché non c’era lo spazio per un buon salto, che avrebbe spezzato l’osso del collo del capitano, regalandogli una fine rapida.

      - Sali sulla panca, se hai i coglioni.

      La frase dell’ufficiale era rivolta al capitano, che guardò con infinito disprezzo l’ufficiale e, senza dare nessun segno di timore, con un movimento sicuro, salì sulla panca, a fianco del soldato. Questi gli passò il cappio intorno alla testa, lo strinse leggermente intorno al collo, poi ghignò e scese.

      Ramón guardò il capitano in piedi sulla panchetta. Non c’era traccia di paura in lui, anche se Contreras sapeva bene che, con il suo collo taurino, la fine non sarebbe stata breve. Né c’era un segno di debolezza: quel corpo martoriato, coperto dalle righe rosse delle frustate e dalle ustioni, con il sangue che colava dal culo, sembrava ancora d’acciaio.

      - Procedete.

      All’ordine dell’ufficiale, due soldati presero la panca e la spostarono all’indietro.

      Il salto fu brevissimo, appena una spanna, e per un buon momento il capitano rimase sospeso, immobile. Il capitano riusciva ancora a respirare: Ramón poteva vedere che il torace si sollevava ed abbassava. Prima che quel collo possente fosse stretto tanto da bloccare del tutto l’aria, sarebbe passato del tempo.

      Ma anche se non c’erano ancora segni visibili di sofferenza, l’agonia del capitano era incominciata: Contreras non avrebbe potuto sfuggire al suo destino.

      Ramón ammirò quel corpo forte, i lineamenti decisi del viso, il torace possente, le braccia e le gambe nerborute, il grande uccello.

      Ben presto la respirazione divenne irregolare. La corda, tesa dal peso del capitano, stava incominciando a bloccare il passaggio dell’aria. Una scossa violenta percorse il corpo del capitano, seguita dopo un attimo da una seconda.

      Un nuovo guizzo del corpo segnò l’inizio di una danza convulsa: il capitano non era più in grado di controllare i movimenti e le gambe incominciarono a scuotersi freneticamente, in un’agitazione disperata e grottesca. Il capitano scalciava, piegava le gambe, le sollevava, ma tutti i suoi sforzi contribuivano solo a stringere di più il laccio intorno al suo collo.

      La pressione della corda ebbe anche un altro, prevedibile, effetto: il grande uccello del capitano stava drizzandosi, sempre più gonfio di sangue, sempre più teso.

      I soldati ridevano apertamente ed anche l’ufficiale sghignazzava.

      - Hai proprio culo, crepi con il cazzo duro!

      - Magari vieni anche!

      Il viso del capitano si stava arrossando e dalla bocca, spalancata per far entrare l’aria, incominciò a calare sul mento una grande quantità di saliva.

      L’agitarsi selvaggio del corpo continuava e la pelle del capitano si copriva di una patina luccicante di sudore, che sul viso ormai paonazzo colava in piccoli rivoli. L’uccello era una mazza di ferro che quasi batteva contro il ventre.

      I movimenti delle gambe divennero meno intensi e più lenti, fino ad arrestarsi. Per un attimo il capitano rimase immobile, il viso arrossato stretto dalla corda, la saliva che ancora scendeva dalla bocca, mescolandosi al sudore, il collo allungato. Mentre Ramón fissava quel corpo, ci fu una leggera scossa e dal cazzo magnificamente proteso schizzò verso l’alto un vigoroso getto, tanto possente da raggiungere il torace e spandersi tra  i peli del petto. Il seme continuò a sgorgare, ma con meno forza: ora colava lungo l’asta incandescente, verso i coglioni.

      I soldati ridevano, ma nel luccichio dei loro occhi, Ramón avvertiva la stessa tensione che sentiva nel proprio corpo, nella propria asta a cui il sangue affluiva. Lo spettacolo li aveva eccitati.

 

 

      Il corpo del capitano dondolava ancora ed a tratti un tremito percorreva le gambe.

      - Avanti, Formentor, Clareo, fatela finita con questo finocchio.

      I due soldati si misero ai lati del capitano ed afferrarono ognuno una gamba, tirando con forza.

         - Va bene, basta così!

      Sì, bastava così. Negli occhi spalancati del capitano, che sembravano voler uscire dalla testa, nella lingua nerastra protesa fuori dalla bocca, nel piscio che colava dal cazzo teso, nell’odore di merda che ora riempiva la cella, era chiaro che la morte si era presa la sua preda.

      Ramón si disse che ora toccava a lui.

 

Missione compiuta

 

      Ed infatti in quel momento sentì la voce del tenente:

      - Bene, adesso sistemiamo quest’altro.

      Tra i soldati c’era un sergente, che si rivolse con un sorriso all’ufficiale.

      - Signor tenente, prima di sistemare questo traditore, perché non lo usiamo un po’ per dissetarci? Quest’altro qua ci ha fatto venire sete.

      Il gesto con cui il sergente indicò la protuberanza nei propri pantaloni era eloquente. Ramón si aspettava che il tenente rimproverasse il sergente, per quella proposta vergognosa, indegna della divisa che indossava. Se lui fosse stato al posto dell’ufficiale, avrebbe severamente punito quello svergognato. Ma Ramón non era al posto del tenente. Ed il sergente doveva conoscere bene il tenente, aveva fatto la sua proposta senza incertezze. Ramón aveva sbagliato i conti.

      - Mi sembra una buona idea, Castillo. Sistematelo.

      Due soldati afferrarono Ramón. Questi cercò di resistere, ma intervennero altri due soldati. Due pugni nello stomaco non ebbero ragione della sua resistenza, ma una ginocchiata ben assestata ai coglioni gli bloccò il respiro ed un secondo colpo nello stesso punto quasi lo fece svenire per il dolore.

      Ramón non fu più in grado di opporsi ed i soldati lo costrinsero a piegarsi in due, offrendo il culo all’ufficiale, prima, poi al sergente ed infine a tutti i soldati.

      Lo consideravano un traditore e non avevano remore a prendersi il proprio piacere su un vigliacco che aveva tradito la propria patria per salvare la pelle. Probabilmente abusavano spesso dei prigionieri, in quella oscura guerra senza regole, che si combatteva con spie e traditori.

      Era stato fottuto da Vega ed ora anche i soldati nemici si prendevano la loro parte. Ma quella violenza aggiungeva poco alla sua umiliazione. Che importanza aveva? Il dolore dei due colpi ricevuti era forte, ma Ramón sapeva che sarebbe passato presto, molto presto, insieme alla sua vita. L’ingresso di un soldato più dotato e brutale accese un nuovo focolaio di dolore nel suo culo e Ramón soffocò un gemito. Il soldato ci diede dentro con forza, godendo del proprio piacere e del dolore di Ramón. Ora il culo gli faceva un male fottuto ed i quattro soldati che seguirono rinnovarono ogni volta la sofferenza. Non aveva importanza. Anche quello sarebbe finito presto.

 

 

      Quando ebbero finito, tutti e dodici, il sergente sollevò la testa di Ramón per i capelli e lo guardò in faccia.

      - Ti è piaciuto, finocchio traditore? 

      Ramón non disse nulla. Sentì che dal culo gli colavano sangue e sborro.

      La voce dell’ufficiale risuonò decisa.

      - Muoviamoci. Non perdiamo altro tempo.

      Lo portarono fuori. Ramón faceva fatica a camminare, perché ogni passo accendeva il dolore al culo ed ai coglioni, ma si impose di non tradire la propria sofferenza.

 

      Dal suo nascondiglio Diego vide passare Ramón. Non aveva fatto in tempo ad arrivare alla cella ed ora era troppo tardi per salvarlo. Poteva fare un’unica cosa: portare a termine la missione, vendicando Ramón ed il capitano e permettendo al suo Paese di vincere la guerra.

      Si diresse a passo sicuro verso il punto in cui si trovava il passaggio segreto, quello che era stato scavato  quando l’esercito di cui Diego faceva parte aveva occupato per alcuni mesi il forte: la loro arma segreta, quella su cui contava il capitano. Nel magazzino in cui si era nascosto, Diego aveva trovato una divisa da ufficiale, che ora gli permetteva di muoversi indisturbato, e tutto l’occorrente per far saltare il forte.

     

      I soldati raggiunsero il muro del cortile e misero Ramón in posizione, la faccia contro il muro. Sì, era un traditore ed i traditori si fucilano alla schiena. Ramón si disse che non aveva tradito il suo Paese, ma coloro che stavano per fucilarlo. Ma quei soldati non lo avrebbero saputo mai, perché la missione era fallita. La loro impresa era stata un azzardo disperato, ma se non fosse stato per Vega, forse sarebbe riuscita.     

      Diego raggiunse il passaggio tra due muraglie in cui si apriva il corridoio segreto. Controllò che nessuno potesse vederlo e si infilò nel passaggio. Rapidamente raggiunse il muro di fondo e spostò la pietra che copriva l’ingresso del corridoio. Entrò, rimise la pietra al suo posto ed accese la pila che aveva preso nel magazzino.

 

      - Plotone, ai vostri posti!

      I soldati si allontanarono. Ramón non poteva vederli, ma sapeva che si stavano disponendo in fila per la fucilazione. Tra poco sarebbe finito tutto. Sperava solo che Diego fosse riuscito ad allontanarsi dal forte ed a raggiungere Cerro del Diablo. Che Diego vivesse. Non c’era una probabilità su mille che riuscisse a sopravvivere, ma Ramón aveva bisogno di pensare che forse Diego ce l’avrebbe fatta.

 

      Diego avanzò fino al deposito, poi spense la pila ed aprì, con molta cautela, lo spioncino che permetteva di vedere all’interno del deposito. Tutto era perfettamente buio: in quella stanza più interna, dove erano collocati gli esplosivi più potenti, non veniva nessuno. Poteva entrare e portare a termine la missione.

 

      - Plotone, attenti!

      Ramón sentì lo scatto dei soldati che si mettevano sull’attenti. Mancava ancora poco. Un faro si accese, per illuminare bene il condannato. Il faro era dietro di lui, ma di lato, per cui Ramón poteva vedere la propria ombra proiettata sul muro alla sua destra, ma non le ombre dei soldati.

 

       Diego poggiò la destra sulla leva che comandava l’apertura della porta. L’abbassò e sentì che la parete su cui appoggiava la mano sinistra cedeva, aprendo un varco. Aspettò un attimo, per controllare che non ci fosse nessun rumore, poi entrò nel deposito.

 

      - Plotone, fucili in posizione!

      L’ufficiale procedeva lentamente, passo per passo, nel rituale dell’esecuzione. Ramón pensò che probabilmente si stava divertendo. Lui non provava paura, ma avvertiva un forte bisogno di pisciare. Sentì che dal culo gli scivolava un po’ di sborro.

 

       Diego fece due passi. Rimase di nuovo un momento in ascolto. Nessun rumore. Accese la pila, coprendo con la mano il raggio di luce. C’erano della casse davanti a lui. Lesse la scritta. Sì, era quello che cercava.

 

         - Plotone, mirate!

      L’ultimo ordine, prima della scarica. Il pensiero di Diego occupava la mente di Ramón. Lo pensò al sicuro, lontano. Si sforzò di ignorare quanto sapeva benissimo, finse di credere che Diego sarebbe potuto vivere senza di lui. Tra un attimo avrebbero sparato.

 

      

       Diego forzò la scatola, facendone uscire la polvere da sparo. Non occorreva altro, aveva i fiammiferi. Diego ne accese uno e lo avvicinò alla polvere da sparo che aveva versato.

           Mormorò: -Addio, Ramón.

       In un attimo la polvere prese fuoco e la prima esplosione dilaniò il corpo di Diego. La seconda, immensa, seguì immediatamente e cancellò gran parte del forte.

 

L’ultimo

 

      Ramón sentì l’esplosione e, mentre lo spostamento d’aria lo gettava contro il muro, capì. Capì che la missione era riuscita e che Diego era morto.

      L’impatto fu violento e per un momento la vista gli si annebbiò. Scivolò a terra e rimase immobile, incapace di scuotersi. La testa gli faceva male e dal naso gli colava il sangue. Ne poteva sentire il gusto sul labbro. 

      Da terra, ancora incapace di alzarsi, guardò verso la grande luce che illuminava a giorno il cortile: l’edificio sul lato opposto a quello dove si trovava era crollato ed alte fiamme si alzavano dalle sue rovine. Le macerie riempivano buona parte del cortile.

      I soldati del plotone e l’ufficiale, anch’essi sbattuti a terra dallo spostamento d’aria, si stavano rialzando. Si voltarono tutti a guardare le fiamme che divampavano, illuminando quel che rimaneva del forte.

      Ramón sapeva che avrebbe potuto cercare di fuggire, ma non sarebbe andato lontano e poi non aveva più nessun motivo per vivere. La missione era stata compiuta e Diego era morto. Ora toccava a lui.

      A fatica si alzò in piedi. La testa gli faceva male ed aveva un forte dolore alla spalla destra e ad un ginocchio. Ora che era in piedi il sangue colava ancora più abbondante dal naso.

      Guardò ancora le fiamme: del forte doveva essere rimasto ben poco se anche quell’edificio, il più lontano dal deposito di munizioni, era crollato.

      Ora toccava a lui. Desiderava raggiungere Diego. Parlò, cercando di articolare chiaramente, nonostante fosse ancora stordito:

      - Avete perso la guerra.

      L’ufficiale si voltò verso di lui, il viso stravolto dalla rabbia.

      - È stato il tuo amico, bastardo!

      - Sì.

      - Non ti salverai, bastardo!

      Ramón sorrise: non aveva nessuna intenzione di salvarsi. Ora che Diego era morto, in una missione in cui era stato coinvolto per accompagnare lui, continuare a vivere sarebbe stato un peso.

      L’ufficiale si rivolse ai suoi soldati.

      - Avanti, prendete posto. Facciamo fuori questo figlio di puttana.

      - Voltati, stronzo.  

      Ramón si voltò e guardò il muro davanti a sé. Il faro si era spento, ma ora le fiamme proiettavano le ombre del plotone e la sua sulla parete.

      - Plotone in posizione! Muoversi!

      I soldati riformarono una fila. Alcuni erano storditi dal colpo e si muovevano barcollando. Ora erano pronti.

      - Plotone, fucili in posizione. Pronti!

    Il rituale della fucilazione si svolgeva ad un ritmo accelerato: l’ufficiale ed i soldati volevano ucciderlo, il più in fretta possibile, spinti da un feroce desiderio di vendetta. Ramón fissava affascinato le ombre che alzavano i fucili. Ora li puntavano verso l’ombra più scura che Ramón aveva davanti a sé: i fucili scomparvero, inghiottiti dalle ombre dei soldati.

      - Plotone, mirate! Plotone, fuoco!

      Un dolore atroce gli riempì la schiena, il ventre, il torace, mentre i proiettili si conficcavano nel suo corpo, lo attraversavano, in tre casi uscivano, schiantandosi contro il muro. L’impatto lo gettò di nuovo contro la parete, scivolò fino a trovarsi in ginocchio. Il fiato gli mancò, dentro di lui scorreva una lava che lo soffocava. Il sangue che gli riempiva lo stomaco ed i polmoni gli usciva in abbondanza dalla bocca e colava sul mento, mentre, senza rendersene conto, aveva incominciato a pisciare.

      L’ufficiale gli si avvicinò, ma lo sguardo di Ramón era annebbiato. Vedeva solo la grande luce del forte che ardeva e gli sembrava che quell’incendio fosse lo stesso che divampava nelle sue viscere.

      Pensò a Diego, al giorno in cui per la prima volta lo aveva posseduto. Diego. Si sentì soffocare. Aprì la bocca per vomitare altro sangue e sentì la pressione di una canna di pistola contro la nuca.

 

 

      - Crepa, bastardo!

      Il colpo cancellò il pensiero di Diego e la vita di Ramón. E in quel momento si sentì in alto un boato immenso e la montagna seppellì l’intero forte.

 

 

 

 

 

 

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